Dal Covid alla riscoperta del Molise in un’estate: bellezza e tradizione per sancire il riscatto

Gli sviluppi della pandemia e il timore di nuovi contagi hanno suggerito un atteggiamento prudente ai turisti molisani, pronti a spendere le proprie ferie tra riserve naturali, spiagge e momenti locali, evitando così mete estere o extra-regionali. Una vera e propria “immersione” tra le ricchezze paesaggistiche della nostra terra, il possibile preludio per nuove consapevolezze. Il viatico per la ripresa: sociale, economica, spirituale.

La pioggia disegna sui vetri lacrime d’argento. Lumi antichi combattono foschia e tenebre. Settembre. Cade prima la notte, pesa di più il cielo: sui tetti delle case, sulle auto in corsa, sulla nuda strada. Sui cuori armati di silenzio.

Ricordi sparsi, sensazioni d’incenso; profumi di mais da un marciapiede. Preludi d’autunno intagliano poesie nella nebbia.

Ma oltre i contorni di grigio incedere la città c’è ancora. Vive. Tra le parentesi di una pandemia che aveva concesso tregua e che invece adesso pare pronta a mostrar di nuovo i denti.

Una frustata capace di gettar brividi e scrupoli tardivi su ogni incontro, su ogni stretta di mano, su saluti ostinatamente privati del proprio calore; nelle maglie di una relazionalità già monca, danzando tra i sorrisi imbavagliati e quell’amaro retrogusto di diffidenza.

Si, la città c’è ancora. Ci sono ancora i suoi figli: feriti, certo, ma non ancora vinti.

Nonostante le saracinesche abbassate e i dubbi della ripartenza, nonostante i deficit a bilancio; nonostante le angosce quotidiane per i conti che non tornano, per rinunce d’improvviso necessarie, per imprevisti insormontabili.

Risuona forte, in questo senso, l’allarme lanciato appena qualche giorno fa dalla Svimez: l’effetto Covid non si arresterà così presto. Una previsione – quella della Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno – che sembra non lasciar spazio a equivoci: flessione del Pil locale fino a quota -10,9% e pesanti ripercussioni sulla ripresa – lenta, lentissima in tutto il Sud della Penisola – almeno fino al 2021.

Eppure c’è ancora virtù, c’è ancora coraggio. C’è ancora bellezza.

Lo abbiamo visto, vissuto, sperimentato, in quest’estate così straordinariamente intima, capace di ripopolare luoghi, percorsi, riserve naturali e ricchezze paesaggistiche del nostro Molise più di ogni iniziativa politica, più di ogni operazione di marketing: due emisferi, questi ultimi, spesso talmente vicini da risultare indistinguibili.

Sì, il cuore della nostra terra batte ancora. Forte. E pulsa, eroico, dentro ognuno di noi. Anche quando il tempo scandisce rintocchi funesti, anche dinanzi all’ora più nera. Anche se siamo soli, mentre nei palazzi del potere e nelle “stanze dei bottoni” la solita cancrena gattopardiana sputa sulle istanze del popolo la melma dell’immobilismo.

Turismo molise paesaggio

Perché abbiamo tesori, competenze e “capitale umano” da vendere: luoghi esperienze e saperi derubati delle sacrosante opportunità di valorizzazione.

Perché questa gente – la nostra gente – non troverà certo consolazione nelle raffiche di dpcm o nei burocratismi di provvedimenti “a lunga gittata”, nè tantomeno tra le promesse da campagna elettorale costante, che tra un “bazooka” e un recovery found pur sempre conservano il sapore dell’elemosina. Ma l’“hic et nunc”, si sa, è un concetto assai difficilmente declinabile ai gangli del politichese.

E allora impariamo a rimanere per noi. Impariamo ad amare la nostra regione – ch’è nostra amante e nostra madre – ben oltre e più in là delle soglie estive. Impariamo a salvare i suoi sentieri, i suoi paesi, i suoi borghi, i suoi monumenti, che come arterie sotterranee pompano il sangue dell’identità. Impariamo ad ascoltare i nostri anziani e le loro memorie, come si fa con l’ammaliante fruscio delle fronde carezzate dal vento. Impariamo a contemplarne la semplice saggezza, affinché non si estingua il sacro fuoco della tradizione.

Impariamo a lenire il dolore delle nostre città, perché è anche il nostro. E perché qui rinasceremo insieme: qui e non altrove. Piangendo dentro una ferita, assaporandone la pena; scorgendo nelle piaghe la salvezza, la definitiva conversione.

“Avere cura” è l’unica cura possibile: l’unico “vaccino”, l’unico antidoto alla disaffezione, anticamera dell’abbandono.

Ricordi, desideri e drammi. Il profumo di casa. Il tempo dell’innocenza, i pianti delle madri. L’odore della cantina dei nonni. Le delusioni, le sconfitte, il sangue e le pietre. I giochi ed i tramonti, gli addii sofferti; il folklore e la religiosità, le statue dei santi in processione. Vigile, cicatrici, attese. La forza del ritorno. Un bacio di notte, sincronicità su astrali latitudini. Silenzi e batticuori. L’occulto potere dell’amore. Famiglia, fede, speranza.

Abbiamo tutto questo da salvare. Abbiamo tanto da perdonare. La sofferenza è perciò un passaggio necessario, propedeutico addirittura.

Del resto, è da trame di buio che ogni luce tesse il proprio splendore.