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Chi non perdona, lega il perdono di Dio

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    di don Mario Colavita

     

    “Se tuo fratello ha peccato contro di te, va’ e convincilo fra te e lui solo. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello” (Matteo 18, 15).

    Una delle cose più delicate e difficili per la comunità è il perdono.

    Di perdono se ne parla tanto, a volte con parole romantiche e zuccherose che non incidono nella vita e nell’agire delle persone.

    Il vangelo di Matteo ne parla a proposito del discorso sulla vita della Chiesa, la comunità credente.

    Al centro di questo discorso è il piccolo, il bambino. Qui inteso non perché commuove è puro, senza malizia etc…; il piccolo è al centro per la sua fiducia e il suo sentirsi sicuro nella mani dell’adulto.

    Gesù dice guai a chi scandalizza (leggasi: blocca, interrompe, pone una barriera) i piccoli cioè coloro che stanno facendo un cammino di conoscenza e di amore verso il Padre.

    Il piccolo è il discepolo che si fida di Gesù, che sta intraprendendo un cammino di disponibilità verso il Maestro.

    In questo cammino di discepolato si inserisce quella che noi chiamiamo la correzione fraterna che richiede un profondo senso di fede.

    Al centro della correzione fraterna non c’è il giudizio o la condanna, la repressione ma l’amore per il fratello.

    L’amore fraterno è il contrario dello scandalo. Con lo scandalo induco uno al male, con la correzione fraterna lo salvo dal male, lo induco al bene.

    Se io ho perdonato al fratello, io gli sono fratello, questo processo induce alla reciprocità.

    Al tempo dell’evangelista Matteo la comunità cristiana sperimentava la difficoltà del perdono, di come fare per recuperare e guadagnare chi si allontanava dalla comunità.

    Se leggiamo le lettere di Paolo, il vangelo, troviamo un ordo (ordine) della correzione fraterna. È qualcosa che rende più unita la comunità. Sono delle leggi che aiutano e indirizzano, esse parlano di correggere i disobbedienti (cf. 2Ts 3,15) e di ammonire gli indisciplinati, coloro che si comportano senza norme e ordine (cf. 1Ts 5,14) e questo sta a significare che la comunità ecclesiale non è qualcosa di ideale è concreta con tutti i problemi di relazione.

    La correzione fraterna è necessaria per non covare rancore nel proprio cuore contro l’altro: infatti, se non si corregge il fratello peccatore si arriverà a odiarlo.

    La correzione (dal latino corrigere) indica il “dirigere insieme” e denota il carattere condiviso, relazionale, in cui uno aiuta l’altro a dirigere la propria vita.

    Tale idea e visione di aiuto reciproco è descritta anche nel libro del Levitico: “Non odierai il tuo fratello nel tuo cuore, ma correggerai apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato contro di lui” (Lv 19,17).

    La comunità è garante della correzione, non è un soggetto neutro a cui l’altro non gli interessa, diventa madre di correzione e perdono.

    Chi non perdona nega il perdono di Dio. Il perdono di Dio è già dato, lui rimane sempre Padre misericordioso, ma diventa operativo ed efficace soltanto quando si trasforma e si traduce in perdono verso gli altri.

    Le parole di Gesù: “tutto quello che legherete sulla terra sarà legata in cielo”, cioè se non perdonate legate questo perdono; “quello che invece scioglierete” significa la concessione del perdono.

    Quindi il perdono da parte di Dio è già dato, diventa operativo ed efficace nelle persone quando si traduce in perdono misericordioso verso gli altri.

    Come si può allontanare lo scandalo dalla comunità?

    Nel vangelo di Matteo si parla di “mettersi d’accordo”, in greco c’è il termine sinfonia.

    Dove c’è sinfonia c’è Gesù.

    Origene, un grande commentatore del vangelo di Matteo del III secolo d.C. scrive: “Appena si realizza la sinfonia ecco che si trova anche lui (Gesù) presente in mezzo a loro”.

    La sinfonia della comunità cristiana è l’ambiente dove vive e cresce l’amore, la correzione, la fraternità, questo ambiente aiuta a vivere bene: “Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Mt 18,20).

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