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Perchè le ragazze non scelgono facoltà scientifiche? Dati, tendenze e ragioni spiegati da una giovane ingegnera aerospaziale

Alessia Basler affronta il tema del divario di genere anche nel percorso degli studi universitari, alla vigilia di un nuovo anno scolastico. I numeri ci dicono che il 37,3% degli uomini ha una laurea STEM contro il 16,2% delle donne. E' vero in Italia ma anche in Europa. "Nonostante negli ultimi anni le donne laureate siano più degli uomini, le ragazze che scelgono corsi ad indirizzo scientifico e tecnologico sono comunque circa la metà dei colleghi uomini. Questo divario di genere si riflette purtroppo anche nell’ambito lavorativo: essendo infatti le professioni collegate alle discipline tecnologiche più numerose e remunerative, le donne si trovano escluse da queste ambite carriere e guadagnano meno, in media, degli occupati del sesso opposto...."

Alessia Basler ha 24 anni. Residente a Guglionesi, vive a Torino dove si è laureata al Politecnico in Ingegneria Aerospaziale

 

Il nuovo anno accademico è ormai alle porte, COVID permettendo, e sono molte le ragazze e i ragazzi che negli ultimi mesi hanno dovuto compiere scelte importanti per il loro futuro studentesco. Mi riferisco alla selezione del percorso di studi che intraprenderanno il prossimo settembre, in particolare le scuole secondarie di secondo grado (le “superiori”) e la carriera universitaria. Sono diversi i fattori che spingono studentesse e studenti a scegliere un corso o un istituto piuttosto che altri, tra cui le passioni personali, l’offerta di lavoro che finito il percorso si potrà ricevere, l’impegno economico richiesto e via dicendo. In particolare, questi motori che guidano la ricerca sembrano tracciare una strada ben precisa, che allontana le ragazze dalle discipline scientifiche.

Dando una rapida occhiata ai dati ISTAT per l’istruzione e la formazione, senza voler entrare troppo nel dettaglio, si può notare che questa divisione inizia ad essere presente già dalla scuola secondaria di secondo grado. Per il 2018 (anno di cui si dispone dei dati più recenti) i diplomati al liceo scientifico superano di 14392 unità le compagne di sesso femminile (60.655 vs 46.263): tale divario è ancora più netto per gli istituti tecnici a indirizzo tecnologico (gli “industriali”), in cui i ragazzi sono 54423 più delle ragazze (68.379 vs 13.956).

Passando ai dati relativi all’Università, secondo un report dell’ISTAT si evince che “Nel 2019, il 24,6% dei laureati (25-34enni) ha una laurea nelle aree disciplinari scientifiche e tecnologiche; le cosiddette lauree STEM (Science, Technology, Engineering (Ingegneria NdA) and Mathematics). Il divario di genere è molto forte: il 37,3% degli uomini ha una laurea STEM contro il 16,2% delle donne.” Ciò vuol dire che, nonostante negli ultimi anni le donne laureate siano più degli uomini, le ragazze che scelgono corsi ad indirizzo scientifico e tecnologico sono comunque circa la metà dei colleghi uomini. Questo divario di genere si riflette purtroppo anche nell’ambito lavorativo: essendo infatti le professioni collegate alle discipline tecnologiche più numerose e remunerative, le donne si trovano escluse da queste ambite carriere e guadagnano meno, in media, degli occupati del sesso opposto.

Questo per quanto riguarda l’Italia. Ma se Atene piange, Sparta non ride: in Europa (UE e non-UE) il divario è ancora più netto. Secondo lo stesso dossier ISTAT si può fare un rapido confronto con altri Paesi europei: in Germania la percentuale di uomini laureati in discipline STEM è circa il 50% contro il 15% delle donne, nel Regno Unito quest’ultima percentuale scende addirittura sotto il 10%.

Ma quali sono i motivi per cui in Europa le Università e le professioni tecnico-scientifiche sono popolate prevalentemente da uomini? La Microsoft si è posta la stessa domanda, per questo motivo nel 2017 ha condotto una ricerca (qui) e ha somministrato un sondaggio a 11500 ragazze. I risultati di questa campagna confermano ipotesi tutt’altro che sorprendenti: le giovani europee difficilmente immaginano per se stesse una futura carriera nelle discipline STEM. Il motivo? Perché sono donne. La ricerca mostra che in generale “[…] le ragazze sono fiduciose nel fatto che la loro generazione sia la prima in cui donne e uomini sono trattati equamente in tutte le aree della società, ma sono coscienti che questo non accade nei lavori tecnico-scientifici – ed è questa percezione di ineguaglianza che le scoraggia dall’intraprendere studi e carriere nelle aree STEM.”

Da cosa deriva questo fenomeno? Perché le ragazze provano meno interesse per le discipline scientifiche? Una possibile risposta viene data dallo stesso report della Microsoft, che fa notare come nelle ragazze europee la curiosità per le scienze nasca intorno agli 11-12 anni, salvo poi venire messa da parte a favore delle discipline umanistiche prima dell’Università. Tra le varie cause elencate c’è appunto la percezione di ineguaglianza a cui andrebbero incontro, ma hanno un forte impatto anche la scarsa presenza di modelli di successo femminili in questo campo e l’idea generale che quelli tecnici siano “mestieri da uomini”.

Mettendo da parte dati, numeri e ricerche e andando a scavare nella vita quotidiana, è luogo comune che nelle facoltà di ingegneria italiane – salvo alcuni particolari indirizzi – la quantità di ragazze sia bassissima. Non è raro incontrare corsi in cui sono completamente assenti. Facendo appello alla mia esperienza personale, non mi ero mai resa conto di essere un’ “anomalia” in quanto aspirante ingegnere donna, fin quando alcuni anni fa, dopo aver espresso la mia intenzione di perseguire questa carriera, mi venne risposto “Ma non è una facoltà da uomini? Sarai l’unica ragazza”. Feci spallucce e non mi preoccupai, ma mi trovai a riflettere sul problema per la prima – e purtroppo non ultima – volta nella mia vita.

Niente di nuovo sotto il sole, dopotutto: è convinzione comune che i ragazzi vadano meglio delle ragazze in matematica, che ai bambini piacciano i videogiochi, i computer, i cacciavite giocattolo e i telescopi, alle bambine le bambole, le collanine e la cucinetta, che leggano molti più libri e che a scuola scrivano i temi più belli. Questi luoghi comuni, spesso portati avanti innocentemente anche dai genitori più fiduciosi nei confronti delle loro figlie, condizionano inevitabilmente la visione che una bambina o ragazza ha del suo futuro.

La convinzione che le discipline tecnico-scientifiche siano appannaggio del sesso maschile è vecchia come il mondo, probabilmente erede dell’idea che l’uomo sia di indole più pragmatica e intuitiva, caratteristiche necessarie, nell’immaginario comune, per un buon ingegnere o scienziato. Ovviamente non è così, anzi volendo tornare a qualche numero, dai dati ISTAT si evince che le donne si laureano con voti più alti e in meno tempo rispetto ai colleghi uomini nelle facoltà a indirizzo scientifico.

Il problema non è che poche ragazze si iscrivano a facoltà STEM, ma che non lo facciano per l’idea che quell’ambiente non sia di loro pertinenza, piuttosto che per reale disinteresse personale.

Come riportare, allora, i conti al pareggio? Ci sono molte associazioni a livello italiano ed europeo che spingono in direzione di una più forte inclusione delle donne nel mondo tecnico-scientifico. L’impegno maggiore risiede nel creare figure che possano fungere da modello e mentori per le giovani interessate a questo ambiente. Personaggi di successo che hanno realizzato i loro sogni e le loro aspirazioni, contribuendo alla riuscita di progetti ambiziosi, possono fungere da stella polare in un oceano che non si mostra amichevole e concede rarissimi punti di riferimento. Sono pochi, infatti, i nomi di scienziate famose e non certo per mancanza di capacità, quanto più per l’impossibilità per le donne di frequentare istituti importanti fino al secolo scorso e la pessima abitudine che ha la storia di concedere più luce agli uomini.

Di esempi importanti ce ne sono, per fortuna, e continuano a crescere: Marie Curie, Margaret Hamilton, Rosalind Franklin, e ancora Samantha Cristoforetti, Maryam Mirzakhani, fino alla greca Ipazia.  Basterebbe fare più spesso i loro nomi a scuola, raccontare le loro storie per far sì che l’interesse delle giovani scienziate non si spenga e che abbiano un modello a cui aspirare.

In vista dell’inizio del nuovo anno accademico/scolastico, auguro a studentesse e studenti di poter apprendere e dare il meglio di loro in tutte le discipline, nella speranza di poter scegliere un giorno la carriera giusta senza scoraggiamento e discriminazioni, pieni di voglia di capire e curiosità.