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La nave e la resistenza dei discepoli

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    di don Mario Colavita

     

    Una delle immagini più antiche della Chiesa è quella della barca o nave.

    Per i primi cristiani la nave indicava la comunità credente salvata e fondata da Gesù Risorto. Nella lettera di papa Clemente I a Giacomo, un testo della fine del primo secolo leggiamo: “Il corpo intero della Chiesa somiglia ad una grande nave, che trasporta in una violenta tempesta uomini di ogni provenienza molto diversa”.

    Questa immagine simbolo della chiesa-nave si imporrà per tutta l’epoca patristica fino ai nostri giorni tanto che nella chiesa la parte centrale si chiama navata.

    L’idea della chiesa-nave è ripresa nel vangelo di Matteo.

    Gesù che “costringe” i discepoli a salire sulla barca e a compiere la traversata dall’altra parte (la parte orientale) del lago.

    Il lago di Tiberiade o mare di Galilea divideva in due la terra d’Israele. Dalla parte occidentale, dove sorgevano i villaggi di Cafarnao, Betsaida, Tiberiade, Magdala era terra santa, terra degli ebrei, l’altra parte, quella orientale, era terra dei pagani terra dei gadareni e altre tribù.

    Gesù vuole predicare la parola anche in queste terre e i discepoli di oppongono ecco perché li costringe, cioè li sollecita ad aprire la mente che lui è venuto ad amare tutti.

    Il suo di amore non è rinchiuso nella formule e nei rituali della religione, il messaggio di Gesù va oltre, si estende a tutti coloro che sono disponibili ad accoglierlo.

    Anche oggi vediamo tanta resistenza all’interno della Chiesa.

    Papa Francesco in questi anni ci sta aiutando ad aprire gli occhi su una realtà profondamente cambiata in cui il vangelo se non è portato fuori dalle sacrestie, vissuto in famiglia e nei luoghi vitali rischia di perdere il sapore.

    In mezzo alla tempesta la Chiesa è come costretta ad invocare la forza di Gesù, figlio di Dio. Il vento contrario, come sottolinea l’evangelista Matteo, rende la navigazione difficile, ostacola la navigazione della chiesa. Il vento contrario è simbolo delle deficienze, caparbietà, resistenze, chiusure che fanno della chiesa una comunità di élite. Gesù invece vuole apertura, coraggio, intraprendenza…

    Per avere coraggio abbiamo bisogno di Dio, della sua presenza, della fede in lui, senza, rischiamo di far affondare la barca di Cristo.

    Nel vangelo, Gesù si rivela come Dio camminando sulle acque simbolo per gli ebrei delle forze oscure.

    C’è un passo che gli ebrei ricordavano a memoria in cui Giobbe loda la saggezza e la giustizia dell’Eterno: “Lui solo dispiega i cieli e cammina sulle onde del mare” (Giobbe 9,8).

    Gesù si manifesta ai discepoli come Dio, cammina sulle onde del mare, li vuole incoraggiare, calmare dalle loro paure: chi è costui? È Dio: Io sono, coraggio!!

    Mi piace questa immagine del Dio con noi che ci incoraggia e ci rassicura con il suo nome. È il nome dell’amore e della misericordia è il nome nel quale ogni credente trova sicurezza e serenità.

    Nella scena evangelica Pietro vuole strafare, vuole anche lui essere Dio; dice a Gesù: comanda che cammini sulle acque… e così affonda: uomo di poca fede gli ribatte alla fine Cristo.

    Il vento cessa con Gesù nella barca. La Chiesa è tranquilla, serena, forte solo quando si fa discepola del risorto, altrimenti rimane sballottata dalle onde del mare.

    Abbiamo bisogno che Dio ci svegli dalle nostre paure e sonnolenze, dalle nostre chiusure mentali, dai nostri giudizi malvagi e poco misericordiosi, solo così potremo far risplendere la bellezza di questa barca, la Chiesa, che non è nostra proprietà, ma è di Dio.

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