Gravina, il bonus della vergogna e la busta ai bisognosi

Af/Fondo: la riflessione sul caso Gravina e il bonus da 600 euro intascato dal sindaco/avvocato di Campobasso e poi devoluto in beneficenza.

Roberto Gravina mi è sempre piaciuto. E non parlo del suo bell’aspetto o dei modi garbati. Mi è sempre piaciuto perché nel Movimento 5 Stelle incarna, da che se ne ha memoria, l’anima più moderata e conciliante.

Conciliante, non ho detto accomodante.

Lo hanno scelto come candidato sindaco per ben due volte: nel 2019 (quando è stato eletto) e nel 2014 (quando non è stato eletto) proprio per questa ragione. Lo hanno preferito ad altri perché Gravina sa che la politica è un affare complesso, fatto di mediazioni e compromessi. Il primo cittadino di Campobasso – diciamolo pure senza mezzi termini – piace anche ad altri partiti. Al ballottaggio dell’anno scorso, contro la leghista Maria Domenica D’Alessandro, ha ottenuto l’endorsement da una parte consistente del centrosinistra.

Quando l’insofferenza per certe scelte fatte dai 5 Stelle ha spinto Roberto Gravina a pensare di allontanarsi da loro, si è rafforzata in lui la convinzione che fuori dal Movimento 5 Stelle non avrebbe avuto alcuna credibilità. E’ un po’ questa la “croce e delizia” di chi si candida nelle fila grilline: un futuro da saltimbanco non ci può essere. Salvo eccezioni.

E arriviamo a noi: il sindaco di Campobasso ha detto a Primonumero di aver chiesto e ottenuto il sostegno al reddito da 600 euro previsto dalla Cassa forense per avvocati come lui che hanno avuto un calo del fatturato durante il lockdown. La Cassa è un ente previdenziale privato a cui i legali versano contributi per la pensione. E il sostegno dato agli iscritti non ha nulla a che vedere col bonus per le partite Iva che sta facendo gridare allo scandalo in questi giorni. Ma sempre di soldi pubblici si tratta perché questa particolare forma di aiuto economico è frutto di una precisa richiesta fatta a suo tempo al governo per andare incontro alle esigenze degli avvocati alla prese con l’attività giudiziaria sospesa durante i mesi più duri della pandemia.

Per Gravina, però, lo scandalo non c’è: l’aiuto lui l’ha chiesto, è vero, ma ha devoluto tutto in beneficenza. Questo ha detto.

Peccato che essendo sindaco di un capoluogo di regione intasca una bella indennità da più di 3mila euro al mese. A differenza di tanti suoi colleghi avvocati che non fanno i sindaci e hanno avuto gli studi chiusi per mesi senza vedere un cliente.

Sempre il sindaco ha detto che coi 600 euro della Cassa Forense ha aiutato 3 famiglie e destinato una parte al fondo Covid comunale. In matematica non sono mai stata molto brava ma 600 diviso 4 fa 150 euro.

Che per una famiglia “fortemente in difficoltà” sono briciole. Per di più date con soldi pubblici, quelli dei cittadini. E’ probabile che Gravina non avrebbe mai ostentato la sua generosità con queste persone. Anzi, ne siamo certi. Ma messo alle strette ha preferito spiegare in che modo ha utilizzato il bonus di cui, evidentemente, non aveva alcuna necessità. Altrimenti se lo sarebbe tenuto senza devolverlo.

Con questo suo gesto Gravina mi ha fatto pensare a Giulio Andreotti e al rito della busta domenicale ai bisognosi. Ma Campobasso è una città indolente, perdona e dimentica. E forse anche per questo ha scelto un mezzo democristiano. Anche se sventola bandiera gialla.