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Dalla vanitas alla veritas, un monito ai nostri politici

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    sant'agostino

    di don Mario Colavita

     

    La vita di S.Agostino è un incedere della grazia.

    Africano di Tagaste (nella provincia della Numidia, nell’Africa romana) nasce il 13 novembre 354 da Patrizio, un pagano che poi divenne catecumeno, e da Monica, fervente cristiana.

    Di spiccata intelligenza, gradualmente anche con l’aiuto della madre, si aprì alla grazia di Dio e la grazia lo rivestì dei suoi doni.

    Dopo un lungo e laborioso cammino di fede, a trentadue anni, Agostino fu battezzato da Ambrogio il 24 aprile 387, durante la veglia pasquale, nella cattedrale di Milano.

    Dopo il battesimo decise di tornare in Africa con gli amici, con l’idea di praticare una vita comune, di tipo monastico, al servizio di Dio.

    Ad Ostia, in attesa di partire, la madre improvvisamente si ammalò e poco più tardi morì, straziando il cuore del figlio.

    Rientrato finalmente in patria, si stabilì a Ippona per fondarvi un monastero.

    In questa città della costa africana, nonostante le sue resistenze, fu ordinato presbitero nel 391 e iniziò con alcuni compagni la vita monastica a cui da tempo pensava, dividendo il suo tempo tra la preghiera, lo studio e la predicazione.

    Egli  voleva essere solo al servizio della verità, non si sentiva chiamato alla vita pastorale, ma poi capì che la chiamata di Dio era quella di essere pastore e così offrire il dono della verità agli altri.

    Ad Ippona nel 395 per volere espresso del vescovo Valerio e contro il suo, venne consacrato vescovo. Scriverà Possidio nella vita: “infine, pressato e costretto, Agostino acconsentì e ricevette l’ordinazione alla dignità maggiore” (Vita, 8,3).

    La sua attività pastorale, lo studio delle scritture lo porterà ad essere uno dei più illuminati pastori del V secolo, profeta e maestro di una società in forte decadenza.

    Gli ultimi mesi della sua vita Agostino gemette per l’assedio alla sua città.

    Racconta Possidio: “Un giorno, mentre pranzavamo con lui e parlavamo di questi argomenti, egli ci disse: Sappiate che in questi giorni della nostra disgrazia ho chiesto a Dio questo: o che si degni di liberare la nostra città dall’assedio dei nemici; o, se la sua volontà è diversa, che renda forti i suoi servi per poter sopportare questa volontà; ovvero che mi accolga presso di sé, uscito dal mondo”. (Vita, 29,1).

    Agostino ogni giorno, sino alla fine della sua vita, si affidò a Dio. Colpito da febbre, mentre da quasi tre mesi la sua Ippona era assediata dai vandali invasori, il vescovo chiese di trascrivere a grandi caratteri i salmi penitenziali: “fece affiggere i fogli contro la parete, così che stando a letto durante la sua malattia li poteva vedere e leggere, e piangeva ininterrottamente a calde lacrime” (Vita, 31,2).

    Agostino morì il 28 agosto 430, quando ancora non aveva compiuto 76 anni.

    Nella sua ultima opera La Città di Dio invita a passare dalla vanitas alla Veritas.

    La vanità è l’apparenza, il trionfo della maschera, che copre interessi esclusivamente egoistici e prospettive di corte vedute dietro proclamazioni altisonanti.

    Nella società di oggi domina la vanitas, l’apparenza, il mostrare a tutti i costi, il farsi notare anche nelle cose più intime e personali.

    Pensiamo alla politica. Dove il politico persegua unicamente il proprio interesse, puntando sull’immagine e sulla produzione del consenso per via di favoritismi o di profitti legati a gruppi di potere, lì trionfa la “vanitas”. Un vero sfacelo e decadimento per una società bisognosa di certezze e di veritas.

    La veritas è quella che misura le scelte sui valori permanenti, sulla dignità della persona umana davanti al suo destino temporale ed eterno.

    C’è una frase posta all’inizio dell’opera La Città di Dio che dice che la città di Dio è fondata: “non sul plauso della vanità, ma sul giudizio della verità”.

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