Dagli orinatoi all’aperto del passato ai bagni pubblici introvabili di oggi: Termoli e quel bisogno ‘reclamato’ dai turisti

I servizi pubblici della città a Ferragosto tra cronaca televisiva, storia e un’aneddotica sconosciuta scavando nel passato con uno sguardo al presente

Ferragosto e la mancanza di bagni pubblici a Termoli. Un tema che è rimbalzato nelle case dei molisani con l’edizione delle ore 14 di sabato del Tg3 regionale. Una carenza già sollevata giorni prima dalla stessa testata giornalistica, come ha tenuto a ricordare la giornalista autrice del servizio.

È così nel giorno dell’anno consacrato ai viaggi di piacere e alle scampagnate festose, la tv pubblica, posizionata con le sue telecamere sui luoghi in cui maggiormente si concentra la massa dei turisti, cioè l’imbarco per le Tremiti e il centro storico, constata che tutto è come prima e che la gente giustamente se ne lamenta. Unica novità di quest’estate, due bagni chimici posizionati a Rio vivo e sul litorale nord.

Alla fine del servizio arriva anche la lezione: come fare per affittare o acquistare i bagni mobili. In municipio, c’è da crederlo, a più di qualcuno è andato di traverso il pranzo.

Ma è inutile recriminare, la funzione della stampa è proprio questa, bellezza. Quella che un giorno ti fotografa sorridente mentre tagli il nastro o ti accalchi attorno al defibrillatore di Guidotti come se fosse un’opera tua, e ventiquattrore dopo riporta il disagio di decine di turisti alla ricerca, inutile, nella città da te amministrata di un bagno pubblico dove soddisfare i bisogni corporali.

Ma se oggi la situazione è questa, in passato, ad esempio negli anni Cinquanta e anche prima, come era messa  Termoli in quanto a bagni pubblici? Allora il traghetto per le Diomedee non c’era ancora, ma i bagnanti sì, anzi frequentavano la spiaggia di Termoli dagli anni Settanta dell’Ottocento, anche se non era affollata come nell’ultimo dopoguerra.

Bagni pubblici Termoli foto d'epoca

Ebbene, si stenterà a crederlo, sul lungomare Colombo negli anni Cinquanta il Comune aveva fatto installare un orinatoio pubblico nella rientranza del cosiddetto “Vallone Scannacapre”, per intenderci dove oggi si trovano gli alberghi Mistral e Meridiano. Fu uno degli ultimi a essere installato e, in verità, rimase lì non molto tempo.

In centro città all’epoca quel particolare servizio pubblico copriva “strategicamente” i luoghi di maggiore frequentazione della gente: la piazza del monumento, il piazzale di Sant’Antonio, l’ingresso al centro storico. In quest’ultimo caso l’idea geniale degli amministratori del tempo fu di piazzarlo proprio sotto il Castello, al centro di quell’area chiamata oggi “Belvedere dei fotografi”. Uno sfregio, anche se quel vespasiano si adornava della presenza di un’addetta fissa alla sua sorveglianza e pulizia in camice bianco.

Bagni pubblici Termoli foto d'epoca

Sicuramente il primo a essere installato fu quello del piazzale di Sant’Antonio, ben nascosto alla vista, come a volersene vergognare, sul limite che segna il recinto del seminario vescovile e la sottostante scarpata che dà al Pozzo Dolce. Negli anni Trenta già svolgeva il suo onorato servizio. Poi sono arrivati gli altri.

Bagni pubblici Termoli foto d'epoca

Ma prima ancora che nascesse, erano le cantonate, i luoghi poco illuminati, il porto e un particolare palazzo ad accogliere il prodotto delle “debolezze umane”. Ad esempio negli anni Venti del Novecento nel centro storico in un piccolo locale di palazzo Manes, cosiddetto del “Duca padrone”, abbattuto poi dai militari inglesi nel 1944, era aperta al pubblico una bettola priva di bagno, i cui avventori al momento del bisogno non trovavano posto più comodo che urinare sulla facciata del dirimpettaio palazzo vescovile.

Bagni pubblici Termoli foto d'epoca

Di quella sconveniente abitudine vennero presto a conoscenza i fascisti allora al potere, i quali provvidero subito a chiudere il locale, rapportandone ai superiori la ragione: «perché per quella gente avvinazzata era come pisciare la sera in faccia a Monsignore». Un aneddoto, come altri fioriti sui vespasiani termolesi.

Ovviamente trattandosi di orinatoi non si poteva fare altro che pipì in piedi. Alle donne, perciò, erano rigorosamente interdetti, così come a quei maschietti di qualunque età mossi da improvvisi stimoli necessitavano di “fare grosso”.

Guai, però, a essere sorpresi dalle guardie municipali a violare le disposizioni. Il figlio quattordicenne di un malcapitato cittadino di San Giacomo degli Schiavoni, all’epoca frazione di Termoli, nel primo pomeriggio del 17 novembre 1938 fu colto dal bisogno di fare popò nell’orinatoio di piazza Sant’Antonio.

Bagni pubblici Termoli foto d'epoca

Appostato lì vicino, ma non visto, vi era un agente particolarmente ligio al dovere. Risultato: contravvenzionato perché «in opposizione agli articoli 10 e 15 del Regolamento di Polizia urbana si permetteva di soddisfare in luogo pubblico, e propriamente al posto che stava (sic!) il pubblico orinatoio, bisogni corporali».

Un caso limite? Macché. Qualche mese prima lo stesso agente, particolarmente attratto dalle deiezioni sia umane che animali in luogo pubblico, sanzionò, in un italiano tutto suo, un signore di Petacciato «perché lasciava il proprio biroccio con cavallo per parecchie ore consecutive in via Margherita di Savoia, e propriamente a canto alle finestre del circolo Adriatico (il cosiddetto circolo dei signori della città) facendo diventare una parte della via stessa una zuzzura con sterco ed orino».

Bagni pubblici Termoli foto d'epoca

Quando fu inaugurato l’edificio scolastico (1932) l’orinatoio di piazza Monumento non c’era ancora. In seguito fu posizionato all’angolo della piazza prospiciente il cinema all’aperto Arena Lucciole (oggi Palazzo Narducci). Un posto quanto mai sbagliato perché di fronte alle scuole elementari.

Un rivoletto di acqua e altri liquidi che incessantemente partiva da esso, disegnando un solco nella terra battuta, ne segnalava agli ignari la presenza. Scomodo e puzzolente era tuttavia benedetto dagli anziani in buona parte afflitti dai problemi d’incontinenza legati all’età che ogni giorno stazionavano sulle panchine a conversare.

Quando agli inizi degli anni Sessanta, fu decisa la pavimentazione della piazza, si approfittò per eliminare quell’immonda vergogna. Naturalmente a molti di quegli anziani venne a mancare un servizio di grande utilità. Da quel momento uno di essi, pensionato delle ferrovie, ogni volta che c’era in quella piazza un comizio avvicinava l’oratore, non importava di che partito fosse, per raccomandargli di sollecitare nel discorso l’autorità comunale a rimettere al proprio posto l’orinatoio.

Naturalmente nessuno ne faceva cenno. Una sera si presentò a parlare un senatore di Lucera dello stesso partito del pensionato: all’inizio stessa richiesta, stessa rassicurazione. Il discorso durò a lungo, ma sul cesso nemmeno una parola.

Sceso dal palco e rimproverato aspramente dal pensionato se la cavò dicendo: «Caro mio, mi dispiace, ma la questione del cesso nel discorso n’ c’è pròpio caputa».

 

Vista la sua utilità per tanta gente anziana, attorno a quel gabinetto pubblico ebbe a “ricamare” all’epoca anche il poeta con il sonetto dialettale “U cèsse” (Il cesso):

«Pòvere e chille débbele de grine/ se nn’i fanne trascì a na stazzejòne/ a vòjje gastemä’ e fä schjiamazze,/ l’hanna scruccä’ arréte a nu pendòne./ Pòvere penziunäte vecchiarille, se ci hanna góde u sòle ammizze a chiazze/ mò ci hanna pertä’ apprisse i meserille».

Traduzione: Poveri quelli deboli di reni/ se non ce la fanno ad entrare in stazione/ la devono fare dietro l’angolo di una strada./ Poveri quei vecchietti pensionati/ se devono godersi il sole in mezzo alla piazza/ ora devono portarsi dietro i recipienti.