Campobasso, cuore di drago: la “città vuota” d’estate come metafora di un amore sublime

Fughe estive, ferie e mete balneari - con la complicità del caldo, protagonista delle ultime settimane - hanno mutato gli scenari del capoluogo: il silenzio di ore dilatate, le piazze e le strade meno vissute, la tranquillità del borgo antico, hanno man mano sostituito il trambusto della quotidianità consueta, che pare ora così distante. Campobasso “respira”, concedendosi quasi un attimo di ristoro dopo le fatiche titaniche e le preoccupazioni legate alla minaccia del Covid-19. Fare tesoro di questa veste “insolita”, apprezzarne i segni e le dinamiche, è parabola di virtù identitaria, monumento di un amore che dovremmo riscoprire ogni giorno.

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La notte è un sipario blu metallico. Una clessidra che sgretola il suo mistero nelle fiabe, negli incubi, nei meravigliati sbadigli dei bimbi. Il luogo in cui poter finalmente piangere in pace; prima del mattino, prima che sguardi e finestre si aprano di nuovo sui vicoli di questa città. Che d’estate respira, lenta. Bellissima e insondabile. Come un fiore custodito dall’abisso, una poesia pronunciata dal vento; come i sacrifici e le speranze, le rughe di una madre. Come un amore segreto.

Campobasso, cuore di drago. Antica e nobile, ritratto del suo castello. Roccia immortale scolpita da un dio, spada che taglia in due la nebbia. Ultimo grido in bocca a eroi caduti, ultima lacrima pianta da martiri e fanti. Campobasso: romanticismo identitario, patria. Campobasso: un patto di sangue, il peso dell’anima. Fede che arde.

Arde; come il carro estuoso frenato bruscamente da Apollo sui nostri suggestivi confini. Un astro rovente, che batte sulla polvere dei balconi, infiamma il ferro grezzo, la ruggine delle panche in corso Vittorio Emanuele II; raggi di fuoco sul suolo santo di questa terra, pacata e fascinosa come un museo in notturna. Quiete, meraviglia, malinconia. Una foto in bianco e nero nelle mani stanche di un vecchio: il senso di una vita in un ricordo, nell’eco di una risata lontana.

Respira, Campobasso. Ora che la minaccia pandemica pare aver allentato la presa, ora che i suoi figli ad altri lidi dirigono mire e chilometri, legittimamente sedotti dal richiamo estivo. Non più traffico, non più frenesie davanti ai semafori bollenti: tutt’intorno il vuoto reclama la propria esistenza, vestendosi d’ombra e di conforto. E il silenzio sembra scendere giù da quell’antica collina, ammaliante e sinuoso come serpente d’argento.

Respira, Campobasso. Nelle sue strade, nei corridoi d’asfalto d’improvviso deserti, nelle piazze e nei cortili, negli angoli dimenticati del borgo. Calma scorre la vita, al suono di fronde destate da aliti di scirocco. Calma scorre la vita: tra le pagine ingiallite di quotidiani mai letti, nel nero denso di un caffè, in sublimi amarezze impresse a china sulla pelle. Calma scorre la vita; nella danza di un soffione tra vecchie lapidi di marmo, su petali e teschi, davanti agli occhi feriti di un randagio.

Così, nuda e insolitamente vasta l’urbe si risveglia, cattedrale e deserto: a specchiarsi tra i suoi monumenti, le sue chiese, i suoi autobus fermi. Ad aspettare il tempo, ad aspettare altri autunni, altri inverni… Quando i camini saranno ancora accesi, sbuffando di nuovo tra odore di pioggia e lana bagnata. Verranno, sì, quei giorni. Ma prima di allora godiamo di questi lampi di pace, intima e silente.

Respiriamo, allora, anche noi. Nel petto sicuro di questa madre, nelle ore lunghe e dilatate dei suoi seni. Respiriamo della sua grandezza, del suo dolore, del suo impero. Respiriamo dei suoi vuoti, così simili ai nostri. Respiriamo la serena stasi, il miracolo arcano di certi tramonti, di orizzonti evanescenti dietro lamiere di ferrovia. Respiriamo e santifichiamo la supremazia magica di questo legame ancestrale, onirica origine, vincolo per l’anima: un laccio invisibile dal quale possiamo sì allontanarci, ma mai e poi mai veramente fuggire.

Da alchimisti paradossali, sublimiamo dunque questi giorni di bonaccia nel tabernacolo dell’appartenenza. Oro, privilegio, istantanee di gloriosa rivelazione.

Perché è qui che ci è stato dato ogni principio, qui il nostro nome. Qui il nostro cuore in tempesta ha piantato le insegne di casa: in questa città che sempre ci ha perdonato, che sempre ha atteso le lunghe maratone delle nostre solitudini. Lei, porto e faro nelle tenebre del nostro disperato vagare. Lei: ritratto di famiglia, amante e ancella, seme di una stirpe, salvezza; dono, dolore, resurrezione. Campobasso, cometa sulle ceneri dei nostri peccati. Campobasso, sofferta come una lacrima e immortale come una leggenda. Campobasso, cuore di drago.

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