Ansia, depressione, stress: la Salute mentale post Covid e le strategie per la ripresa del benessere

Il nostro Paese stanzia per la salute mentale solo il 3,6% di tutto il finanziamento del Sistema Sanitario Nazionale, a differenza di Germania, Regno Unito, Francia e altri Stati Europei dove le percentuali sono almeno il doppio, superando in alcuni casi il 10%. Con il Covid è cresciuta l’incidenza delle dipendenze comportamentali tra gli adolescenti e l’uso delle sostanze stupefacenti e dell’alcool. A questo drammatico scenario vanno aggiunte le notizie relative all’aumento del tasso di suicidi e dei casi di violenza domestica. Antonella Giuditta, giovane professionista del campo, traccia con precisione il quadro e individua i settori e le strategie per evitare che il malessere da pandemia diventi cronico.

Antonella Giuditta ha 26 anni, è di Termoli ma vive a Milano. Ha conseguito la laurea magistrale in Psicologia dello Sviluppo presso l’Università degli studi di Milano Bicocca ed attualmente svolge il tirocinio professionalizzante. Sta ultimando la specializzazione in psicologia, è particolarmente interessata a risvolti psicologici   di fenomeni sociali, alla psicologia delle dipendenze e alla comprensione di comportamenti disfunzionali.

Antonella Giuditta

Mentre l’evoluzione epidemiologica relativa alla pandemia di Covid-19 sembra essere rassicurante, l’esperienza clinica e la ricerca psicologica degli ultimi mesi ci forniscono dati meno ottimistici di una realtà che, sin dal principio dell’emergenza, necessitava di maggiore attenzione: oggi si stima che almeno trecentomila italiani stiano facendo i conti con le conseguenze psicologiche della pandemia.

“Non c’è salute senza salute psicologica”, sottoscriveva l’OMS nella nota dichiarazione di Helsinki (2005) sulla salute mentale per l’Europa, specificando che la salute psicologica “è una delle componenti centrali del capitale umano, sociale ed economico delle nazioni e deve pertanto essere considerata come parte integrante e fondamentale di altre politiche d’interesse pubblico, quali quelle relative ai diritti umani, all’assistenza sociale, all’educazione e all’impiego”.

Antonella, credi che la salute, messa a dura prova in un momento storico senza precedenti e intesa come stato di completo benessere fisico, psicologico e sociale, sia stata adeguatamente presa in considerazione?

“Purtroppo il quadro che riflette la situazione psicologica attuale degli italiani è tutt’altro che confortante e non è destinato a migliorare se non si attivano in tempi brevi strategie di intervento efficaci ed integrate ricorrendo, come suggeriscono gli esperti, ad una necessaria revisione del Sistema Sanitario Nazionale.

Sebbene l’impatto a lungo termine delle problematiche psichiche post Covid-19 sia ancora da valutare con precisione, dai primi studi condotti sul territorio nazionale emergono dati che mostrano con chiarezza a cosa bisogna essere preparati. Una ricerca pubblicata sulla piattaforma medrxiv, condotta dalle Università dell’Aquila e di Roma Tor Vergata su un campione complessivo di oltre 18 mila soggetti, evidenzia come la pandemia abbia avuto un impatto significativo sui livelli di ansia, depressione, insonnia e sintomi da stress post-traumatico (Rossi et al., 2020; doi: https://doi.org/10.1101/2020.04.09.20057802). Altri studi condotti dalla Fondazione BRF (Brain Research Fondazione Onlus, Istituto per la Ricerca Scientifica in Psichiatria e Neuroscienze) mostrano un incremento nell’incidenza delle dipendenze comportamentali tra gli adolescenti e dell’uso delle sostanze stupefacenti e di alcool. A questo drammatico scenario vanno aggiunte le notizie riportate dalla stampa sul tasso di suicidi (La Fondazione ne ha contati 62 in circa 75 giorni) e sui casi di violenza domestica, nonché le segnalazioni degli psicoterapeuti che hanno virtualmente incontrato adulti, adolescenti e bambini significativamente turbati e preoccupati per il proprio futuro scolastico e lavorativo”.

 

Che cosa è accaduto?

“Risulta chiaro come l’isolamento forzato, il timore del contagio, la perdita dei propri cari, l’incertezza economica, la riorganizzazione familiare a livello strutturale e funzionale e la continua diffusione di notizie non basate sull’evidenza siano solo alcune delle variabili che hanno determinato una rottura negli equilibri adattivi degli individui. Tale rottura si è manifestata a più livelli: esasperando la condizione di chi già viveva disagi psicologici conclamati, slatentizzando forme di malessere preesistenti,  accentuando i sentimenti di impotenza di fronte ad una realtà incontrollabile che ci ha resi tutti estremamente vulnerabili.  Se per alcuni la ripresa della socialità ha favorito un rapido riadattamento, per altri il passaggio da una fase all’altra non è stato così immediato ed è proprio ora, in questa fase post-emergenziale, che l’attenzione alla componente psicologica della salute deve considerarsi un elemento prioritario per la ripartenza del nostro Paese”.

 

 

Questo lo scenario, niente affatto confortante. Come se ne esce, ammesso che se ne possa uscire?

“La psicologia insegna che in ogni crisi c’è un’opportunità di crescita, quindi occorre delineare delle prospettive di intervento volte innanzitutto a migliorare un sistema di cura e di assistenza psicologica pubblica che risulta notevolmente depotenziato e impoverito di risorse e personale. La SIEP (Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica) ha recentemente dichiarato che il nostro Paese stanzia per la salute mentale solo il 3,6 % di tutto il finanziamento del Sistema Sanitario Nazionale, a differenza di Germania, Regno Unito, Francia e altri Stati Europei dove le percentuali sono almeno il doppio, superando in alcuni casi il 10%. Il CNOP (Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi) ci ricorda non solo che la psicoterapia nel servizio pubblico è pressoché inesistente ma anche che negli ultimi tre anni è andato in pensione il 25% degli psicologi del SSN senza essere sostituito. Una realtà piuttosto sconcertante se si considera quanto dichiarato nel DPCM del 12 gennaio 2017 che definisce i nuovi Livelli Essenziali di Assistenza: “Nell’ambito dell’assistenza distrettuale, domiciliare e territoriale ad accesso diretto, il Servizio Sanitario Nazionale garantisce alle donne, ai minori, alle coppie e alle famiglie le prestazioni psicologiche e psicoterapeutiche necessarie ed appropriate”. Prestazioni evidentemente riconosciute a parole ma negate spesso nei fatti”.

 

Se non verranno apportate le necessarie modifiche ad un sistema sanitario così carente, fragile e depauperato, in che modo sarà possibile intercettare i bisogni psicologici dei cittadini per evitare che il disagio psicosociale diventi cronico?

“Probabilmente si continuerà a privilegiare soltanto coloro che possono permettersi l’accesso ad un servizio privato, dimenticandosi che la salute psicologica è un diritto di tutti. Per una modifica sostanziale del sistema di assistenza psicologica non basta solo riorganizzare lo stato degli ospedali pubblici ma è necessario promuovere la salute mentale in tutti i contesti del territorio: nelle scuole, negli ambienti di lavoro, nelle carceri, negli ambulatori. Un piccolo passo in questa direzione è stato compiuto il 16 luglio scorso con la presentazione di un disegno di legge che potrebbe rappresentare una svolta decisiva nella tutela della salute mentale in Italia. Il Ddl nasce con l’obiettivo di garantire l’assistenza psicologica di base istituendo “in ogni azienda sanitaria locale il servizio di psicologia di cure primarie, strutturato a livello di distretto sanitario, caratterizzato da costi contenuti e contraddistinto da una rapida presa in carico della persona”. In base a quanto stabilito dal Ddl, la figura dello psicologo di cure primarie opererebbe accanto ai medici di medicina generale e ai pediatri di libera scelta, con l’obiettivo primario di identificare precocemente il disagio psicologico, intervenendo su di esso in maniera tempestiva. Un vero e proprio cambio di rotta che finalmente darebbe importanza alla prevenzione primaria delle problematiche psicosociali e, probabilmente, porrebbe fine al pregiudizio (ancora molto diffuso in alcune zone italiane) secondo cui lo psicologo cura i matti e/o manipola le menti, restituendogli in maniera condivisa il ruolo di promotore delle risorse individuali che influenzano la qualità della vita delle persone, delle loro relazioni e del loro sviluppo.

L’istituzione dello “psicologo di base” è già diventata realtà in Puglia e in Campania. Un traguardo importante raggiunto inaspettatamente proprio da due regioni del Meridione, che hanno riconosciuto la necessità di fronteggiare al meglio l’emergenza psicologica. L’auspicio è che il Molise possa muoversi nella medesima direzione ricordandosi che senza un’adeguata rete di supporto psicologico aumentano costi e problemi, i bisogni emotivi degli individui rimarranno inascoltati ed il disagio continuerà a ricevere come risposta solo la somministrazione di psicofarmaci. L’Italia, infatti, rientra tra i paesi in cui si registra il maggior consumo di ansiolitici ed antidepressivi che, sebbene siano assolutamente indicati e necessari per alcuni quadri psicopatologici, non rappresentano una risposta adeguata per i più comuni disturbi emotivi rispetto ai quali le cure psicologiche sono più efficaci, come mostrano le evidenze empiriche e le linee guida internazionali.

Il devastante impatto della pandemia sulla collettività ha reso più evidente che la salute fisica non può essere scissa da quella psichica quindi bisogna essere preparati ad affrontare adeguatamente tutte le criticità di stampo psicologico che possono emergere in questa fase di ricostruzione”.

 

Soprattutto ora che si va verso la riapertura delle scuole, non credi?

“Certo. Anche per ciò che concerne l’imminente riapertura delle scuole di cui si è tanto discusso, non si può trascurare la necessità di supportare bambini, ragazzi e docenti a ritrovare l’opportuna armonia che è stata drasticamente interrotta dall’emergenza, sottoponendo soprattutto i più giovani a forte stress. Il presidente del CNOP ribadisce l’importanza di una capillare assistenza psicologica nelle scuole: anche il sistema scolastico infatti presenta delle lacune, in termini di tutela del benessere di studenti e docenti, che la crisi pandemica ha riacutizzato offrendo delle opportunità di cambiamento. Si è parlato tanto di plexiglas e banchi distanziati ma è tempo di riflettere anche sulla promozione della resilienza e delle risorse dell’intera comunità scolastica, al fine di evitare che vi siano ripercussioni sull’apprendimento, il comportamento e la qualità delle relazioni. In diversi Paesi Europei, tranne che in Italia, la figura dello psicologo scolastico è riconosciuta ed è essenziale per prevenire il disagio, migliorare le relazioni e contrastare l’adozione di comportamenti disfunzionali”.

 

Sarà l’occasione buona per un ripensamento anche della scuola italiana in questi termini?

“Una cosa è certa, se si vuole garantire una ripresa globale del Paese che non releghi in secondo piano nessuno degli aspetti sociali maggiormente provati dalla pandemia, è il momento di mettere in campo risorse e competenze a tutela di tutti i cittadini ponendo al centro degli interessi anche il tema della salute, che coinvolge tutte le dimensioni del funzionamento umano: fisico, psicologico, personale, familiare e sociale”.