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La serietà dell’amore e la formalità della legge

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    di don Mario Colavita

     

    Per comprendere la predicazione di Gesù per forza di cose dobbiamo capire la mentalità e la società del I secolo d.C.

    Il giudaismo che va dal I a.C. al II d.C. ci dice molto di come i giudei avevano una visione di Dio, del messia e della storia.

    La predicazione di Gesù si incarna in questa mentalità dove il rabbì di Nazaret proclama qualcosa di nuovo rispetto alla predicazione dei rabbini e all’interpretazione degli stessi circa la Torah, la legge, l’insegnamento vitale per crescere nell’amore ad Adonai.

    Gesù in un certo qual modo si pone in discontinuità con la tradizione ebraica, e questo ci dice che il cristianesimo non è stato un’invenzione dei primi seguaci di Gesù, ma una novità da lui seminata quando interpretava la Torah.

    Nelle parole “avete sentito dire… ma io vi dico” (cf. Mt 5,22 ss), Gesù appare come Messia sacerdotale che ha il compito di interpretare la Torah. In questo senso Gesù diviene “la parola e la via attraverso la quale ogni uomo può accedere a Dio: un Dio che perdona e che dà anche agli uomini il potere di perdonare i peccati” (F. Manns).

    La predicazione di Gesù in Galilea non sempre ha avuto successo ne è prova, ad esempio, la domanda che pone Giovanni Battista: “sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?” (Mt 11, 3). E Gesù invita i discepoli a registrare i segni messianici: “i ciechi riacquistano la vita, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, ai poveri è annunciato il Vangelo” (Mt 11,5).

    Gesù rimprovera le città in cui aveva compiuto prodigi: Corazin, Betsaida, Carfarnao perché ancora legate alla “sinagoga” e alla formalità del rispetto della Torah.

    Per comprendere il vangelo bisogna entrare nel cuore della relazione tra Gesù e il Padre.

    Gesù chiama Dio Padre, perché lui è il figlio per questo ne innalza a la lode.

    Per conoscere questo Padre non c’è bisogno dell’interpretazione rabbinica, degli studi su questo o quell’altro trattato, no c’è bisogno della disponibilità ad accogliere la Parola di Gesù e lasciarsi guidare alla conoscenza del Padre.

    L’invito di Gesù è tagliare con la formalità della legge ed entrare nella serietà dell’amore. Tagliare con la paura di un Dio tremendo e cattiva ed entrare nel cuore del Padre misericordioso.

    Questo invito vale anche per noi a tagliare quell’aria di formalità religiosa e a fare sul serio: ad amare, essere misericordioso, perdonare, cercare strade di giustizia e di pace.

    Il “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi e io vi darò ristoro” (Mt 11,28), stanchi e oppressi di che cosa? Dalla formalità della legge che non parla più alla vita e al cuore delle persone.

    Quando il cristianesimo non parla più al cuore, quando le nostre eucarestie sono riti formali, quando i sacramenti che celebriamo diventano riti senza anima, richiamo veramente di formalizzare le parole di Gesù privandole di quella carica di vita e di amore.

    L’andare da Gesù non è per riposarci, lui non è l’albergo, luogo dove tutti pensieri se ne vanno, come una sorta di giardino dell’oppio, al contrario l’andare da Gesù è per recuperare il fiato, il respiro per vivere di Dio.

    Da qui la sfida di Gesù: “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite ed umile di cuore e troverete ristoro per la vostra vita” (Mt 11,29) il giogo è qualcosa di pesante che ci stanca: è la formalità del nostro credere, e dell’agire.

    Il giogo che ci propone Cristo di prendere è quello dell’amore, della mitezza, dell’umiltà questo giogo ci farà bene, rinnoverà la vita e la scelta di fede.

     

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