Indagine su giovani e lavoro: dopo il Covid rischiamo un esercito di “inoccupati”. La causa principale? La paura del futuro

Vittorio Socci ed Eduardo Montuori firmano uno studio sul tasso di disoccupazione in Italia. La variabile che incide maggiormente dopo il lockdown non è tanto il calo produttivo, quanto la sfiducia delle imprese e degli stessi aspiranti lavoratori. Un focus inedito con un modello statistico e un approfondimento sulla scelta della facoltà universitaria, affidata principalmente ai nuovi contesti di mercato globale

Vittorio Socci, 26 anni, nato a Termoli. Laureato in Economia e Direzione delle Imprese nel 2018 presso l’Università LUISS Guido Carli, vive a Roma dove lavora in un’impresa leader nel settore delle “utilities”.

Vittorio Socci

TASSO DI DISOCCUPAZIONE NEL 2020

La crisi causata dal COVID 19 ha creato non pochi problemi all’economia del nostro Paese. Il PIL (prodotto interno lordo) è diminuito di oltre il 5% nel primo trimestre e le ultime previsioni ipotizzano un calo di circa il 9,5% a fine anno. Inoltre, come era prevedibile, la pandemia ha avuto un forte impatto sui numeri degli occupati e disoccupati nella nostra Penisola. Ad aprile 2020 il numero degli occupati diminuisce di 274mila unità, una variazione mensile mai vista negli ultimi decenni. Diminuiscono sia gli occupati maschi (-131 mila) che femmine (-143 mila). Su base annua il calo è di 497mila occupati ed è maggiormente visibile per la componente femminile con -286 mila occupate in meno (i maschi -211 mila). In forte diminuzione, come già a marzo, i disoccupati (-484 mila) che vanno però ad aumentare il numero degli inattivi che crescono in un mese di 746 mila unità e di 1,46 milioni in un anno.

Il tasso di occupazione, un indicatore statistico che misura l’incidenza degli occupati sul totale della popolazione, scende al 57,9% (penultimo posto in Europa), quello di disoccupazione, che misura l’incidenza delle e persone che hanno cercato attivamente lavoro nel periodo di riferimento rispetto alla popolazione totale, scende al 6,3% (tra i più bassi degli ultimi decenni) mentre il tasso di inattività sale al 38,1% (come nel 2011).

Quindi il calo della disoccupazione è in questo caso un dato fuorviante. Alcuni esperti parlano di una forma di “illusione ottica” perché è vero che il numero di disoccupati sta diminuendo ma, al tempo stesso, sta crescendo il numero degli “inattivi”, che comprendono quelle persone che non fanno parte delle forze di lavoro, ovvero quelle non classificate come occupate o in cerca di occupazione.

“L’Italia non è un paese per giovani”

Lo sentiamo dire da tanto tempo e i numeri dell’inizio 2020 non sono molto confortanti. Lo studio della fondazione Moressa sui dati Eurostat conferma infatti che nella nostra Penisola il tasso di occupazione giovanile è il più basso a livello europeo (56,3%, contro una media Ue del 76% nella fascia 25-29 anni). Inoltre, crescono sempre più i “neet” (Neither in Employment or in Education or Training) ovvero il numero di ragazzi scoraggiati che non studiano e non lavorano. Ad aprile 2020, la disoccupazione giovanile è scesa al 20,3% ma anche in questo caso è una illusione ottica perché diminuisce il tasso di occupazione di 0,6% ma aumenta quello di inattività del 2,6%. Il calo dell’occupazione è ancor più marcato nella fascia 25-34 anni dove il tasso diminuisce dell’1,3% e quello di inattività aumenta del 2,7%. Meno colpiti gli over 50 con un calo dello 0,3% e una crescita dell’inattività dell’1%.

Indagine DISOCCUPAZIONE GIOVANILE – La Panoramica – Gli effetti del Covid 19 sul lavoro

Secondo i dati che avete selezionato e analizzato, come eravamo messi prima del Covid?

“Il tasso di disoccupazione medio nell’Unione Europea era al 6,2% ed al 7,4% per quanto riguarda la zona euro, guardando ai dati di fine 2019. La peggiore situazione nel Vecchio Continente riguarda la Grecia, che contava il 16,6% della popolazione senza un’occupazione. Segue la Spagna, al 15,3%, e al terzo posto l’Italia, al 9,8%.

Rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, a gennaio 2020 in Italia la percentuale di cittadini senza lavoro è diminuita dello 0,6%. Nella Penisola si registra un importante divario fra nord, dove la disoccupazione è al 5,7%, e sud, dove è al 16,2%.

Guardando al dato di fine 2019, rimasto quasi invariato nel 2020, si osserva inoltre un crollo del numero di lavoratori indipendenti nella nostra Penisola. Questi sono scesi a poco più di 5 milioni di unità, cifra più bassa mai registrata dal 1977. Tale andamento suggerisce che il contesto economico-giuridico nazionale risulta scoraggiante per l’imprenditorialità.

Il Paese europeo con la percentuale più bassa di disoccupati è la Repubblica Ceca, che contava un tasso del 2,0%. Al secondo posto si trova la Germania, con il 3,2%, a pari merito con l’Olanda”.

L’IMPORTANZA DELLA SCELTA DEL CORSO DI LAUREA PER IL NOSTRO FUTURO LAVORATIVO

L’esame di maturità è la prova finale che sancisce, nell’immaginario comune, la fine dell’adolescenza e l’ingresso nell’età adulta. Il mondo dei “più grandi” però concede ai neo-diplomati soltanto poche settimane di completo relax: con l’arrivo dell’autunno, infatti, bisogna essere pronti per iniziare l’università. La scelta del corso di laurea è molto importante perché è il momento propedeutico all’ingresso nel mondo del lavoro.

Come si fa a scegliere l’università e la facoltà giusta?

“Per prendere una decisione efficace è necessario sicuramente analizzare se stessi focalizzandosi su quelle che sono le proprie capacità naturali, le proprie ambizioni ed interessi tenendo però sempre in considerazione la formazione ricevuta e le competenze acquisite durante gli anni della scuola dell’obbligo”.

Bisogna però considerare il contesto socio-economico in cui viviamo: sei d’accordo?

“Come ha confermato lo studio “New Skillsat Work” condotto da JpMorgan e Bocconi nel 2019, il nostro Paese è il terzo al mondo con il più alto disallineamento tra le discipline di studio scelte dai giovani e le esigenze del mercato del lavoro. Parliamo quindi del cosiddetto “skillmismatch” che si traduce per la maggior parte delle aziende presenti nel nostro territorio nell’avere difficoltà nel reperimento di capitale umano.

E pensare che l’Italia ha anche la più bassa percentuale di laureati in Europa: questa scarsità potrebbe far pensare che i pochi laureati italiani, non avendo tanta concorrenza, abbiano vita facile nel mondo del lavoro”.

Ed è davvero così?

“No, purtroppo non è così: il “vantaggio” di essere pochi non si traduce in un vantaggio nel mercato del lavoro per i nostri “dottori”. I tassi di disoccupazione dei nostri laureati sono molto più alti di quelli di Paesi aventi struttura economica simile alla nostra: la disoccupazione dei laureati tedeschi nella fascia d’età 25-39 ha oscillato tra il 2 e il 4%, quella degli italiani tra l’8 e il 13%”.

La scelta dell’università quindi è fondamentale

“Una scelta basata sulle sole preferenze individuali è un errore grave da evitare assolutamente. È necessario informarsi sugli esiti lavorativi e retributivi delle diverse facoltà. A indicare la rotta sulle lauree più richieste nel prossimo immediato futuro è il Report Excelsior realizzato da Unioncamere e Anpal. Lo studio fornisce delle stime sulla domanda di lavoro nei prossimi cinque anni in base a due scenari che dipendono dalle stime sulla crescita del Pil e dal tasso di turnover occupazionale. Secondo il modello previsivo, saranno necessari tra i 3 e i 3,2 milioni di nuovi occupati per soddisfare le esigenze di tutto il comparto produttivo italiano comprensivo sia delle imprese private sia della pubblica amministrazione.
Lo studio, elaborando i dati del Miur, rileva che nel periodo 2019-2023 il totale dei neo-laureati ammonterà a 893.600 unità a fronte di una domanda di personale laureato che andrà tra le 959mila e le 1.014 unità”.

 Quali saranno gli indirizzi più ricercati?

Gli indirizzi di laurea, in cui lo scarto tra fabbisogno totale e offerta prevista è positivo quindi con una maggiore richiesta di profili rispetto a quanti si attende usciranno dalle Università, saranno quello medico-sanitario, con una richiesta tra 171mila e 176mila unità, seguito da quello economico, da 152mila a 162mila unità, da ingegneria, con una domanda compresa tra 127mila e 136mila lavoratori, e dall’area giuridica, da 98mila a 103mila unità.


Eduardo Montuori, 24 anni, nato a Termoli. Dopo la laurea magistrale in Economics and Business attualmente studia Metodi Quantitativi applicati all’Economia e alla Finanza.

Eduardo Montuori

MODELLO – IPOTESI E RISULTATI

Eduardo, cosa vi ha spinto a realizzare questa indagine? Su cosa avete investigato?

L’illusione ottica del calo della disoccupazione, che si traduce in realtà in aumento degli “inattivi”, ha suscitato un interesse che ha portato alla realizzazione di un modello statistico di regressione lineare multipla volto ad indagare la relazione tra il numero degli inattivi nella fascia d’età 25-34 anni e degli indici rappresentativi della situazione economica nazionale.
L’andamento degli inoccupati è stato predetto prendendo in considerazione tre variabili (Fonte ISTAT): indice del costo del lavoro medio per ora lavorata, indice composito del clima di fiducia delle imprese e indice della produzione industriale.

  • Il costo del lavoro per ora lavorata si ottiene come somma delle retribuzioni lorde, dei contributi sociali, delle provvidenze al personale e degli accantonamenti per trattamento di fine rapporto, espressa in rapporto al monte delle ore effettivamente lavorate;
  • L’indicatore del clima di fiducia delle imprese tiene conto principalmente di giudizi e attese sulla situazione economica italiana, prospettive sui consumi e sulla domanda, attese di produzione, giudizi sugli ordini e sulle scorte;
  • L’indice della produzione industriale misura la variazione nel tempo del volume fisico della produzione dell’industria in senso stretto, escluso il settore delle costruzioni.

Tutte e tre le variabili sono risultate molto significative ed impattanti sul numero degli inattivi. In particolare, è la variazione dell’indicatore del clima di fiducia delle imprese che agisce maggiormente sull’andamento degli inattivi seguita dall’indice del costo del lavoro medio per ora lavorata.

In totale, le tre variabili riescono a spiegare l’86% delle variazioni del numero degli inattivi. Il restante 14% è attribuibile ad altre cause non considerate dal modello.

Per ulteriori approfondimenti sulla metodologia di analisi e sui risultati ottenuti si consiglia di consultare la relazione integrale sull’indagine disponibile qui: Indagine DISOCCUPAZIONE GIOVANILE – Gli effetti del Covid 19 sul lavoro

CONCLUSIONI

Eduardo, in conclusione, cosa viene fuori da questa analisi? Come stiamo messi?

In conclusione l’indagine condotta, seppur molto sintetica, ci ha fatto comprendere quanto questo momento è delicato per un giovane che è alla ricerca di un lavoro. L’aumento degli inattivi per via del covid-19 significa che i giovani sono diventati sempre più scoraggiati ed in molti casi hanno smesso di cercare lavoro. In base alle variabili prese in considerazione possiamo affermare che il motivo principale è che questa pandemia ha creato forte incertezza nel futuro soprattutto nelle imprese, che adesso più di sempre si contraggono e non assumono, soprattutto personale senza esperienza. Il secondo motivo di questo tragico scenario è il calo oggettivo della produzione dovuto al lockdown, che ha tagliato fuori la maggior parte dei giovani in posizioni precarie come stagisti etc. arrestando il naturale percorso di inserimento in azienda. Infine la terza ragione che ha agito negativamente sul mercato del lavoro è il costo medio per ora lavorata. Tale costo è aumentato per via del sopravvenuto obbligo di sanificazioni e di dispositivi di protezione individuale, è  positivo però che tra i fattori sopra elencati questo sia quello che incide meno. Di fronte ad uno scenario così mutevole e più che mai incerto uno degli unici metodi per migliorare la propria occupabilità presente e futura rimane quello di avere una formazione appetibile per il mondo del lavoro. Tale formazione deriva da una scelta degli studi mirata e consapevole, come precedentemente evidenziato da Vittorio.

Mi auguro che questo piccolo contributo possa essere utile per ulteriori ricerche future più approfondite, che siano in grado di identificare nel dettaglio il problema e quindi poter suggerire soluzioni efficaci che consentano ai nostri giovani di avere la stabilità lavorativa di cui anche le precedenti generazioni hanno potuto beneficiare.