Le rubriche di Primonumero.it - L'Ospite

Il tesoro e la fedeltà al regno dei cieli

Più informazioni su

di don Mario Colavita

 

Alle tre tentazioni della comunità: credersi degli eletti, l’apparenza e lo scoraggiamento risponde il passo evangelico di questa domenica dove il tesoro, al ricerca, il trovare conferma la fedeltà al regno di Dio.

Il regno di Dio nella predicazione di Gesù consiste in una società alternativa. Come a dire questo modo di vivere più che procurarci bene-essere ci fa star male, la società alternativa di Gesù non si basa sul potere ma sul servizio, non si basa sul comprare ma nel donare, non si basa sull’odiare ma nell’amare e perdonare.

Questo deve farci riflettere bene sui nostri comportamenti, e anche della visione che abbiamo della nostra vita futuro e della nostra società.

Il cristiano dovrebbe (uso il condizionale) essere piccolo lievito che fermenta una gran quantità di farina, anche se non ce la fa rimane piccolo fermento nella misura in cui ama e accoglie la forza-piccola del regno concentrata nel seme e nel terreno buono.

Le parabole del tesoro e della perla e della pesca non fanno altro che confermare la prima delle beatitudini. Di chi è il regno dei cieli? Dei poveri! I poveri non sono quelli che non hanno beni materiali, i poveri sono quelli che hanno una predisposizione alla fiducia in Dio e di Dio.

Queste parabole, allora, sono come l’antidoto alle tre tentazioni della comunità per far crescere il regno dei cieli.

Il tesoro e la rete sono le due immagini proposte da Gesù per entrare nella dinamica del regno.

Il tesoro è qualcosa di favoloso, di grande che attira perché è così, ognuno di noi cerca un tesoro qualcosa di grande, di bello che lo arricchisca. Qual’è il nostro tesoro oggi? Cosa siamo disposti a vendere, a togliere per scoprire e avere questo tesoro?

Per la parabola il tesoro è il regno dei cieli, una vita nuova vissuta sulla proposta del vangelo.

L’altra immagine è la rete e la pesca. Gesù ci invita ad essere pescatori che raccolgono ogni genere di cose. Quando la rete è piena, fanno la cernita: ciò che è buono e ciò che è marcio. Il giudizio non è morale (buono/cattivo) ma una costatazione di chi porta la vita e chi no.

Alla fine delle sette parabole Gesù fa una domanda: “Avete compreso tutte queste cose?”. Gli risposero: “Sì”.

Da qui l’invito da divenire discepoli di una novità che è compresa dalla piccolezza della parola di Dio alla bellezza del tesoro.

Queste parabole ci aprono alla fiducia di Dio, alla speranza di cui oggi sembriamo digiuni, una speranza che investe nel piccolo, che diventa gioia senza fine perché il vero tesoro non è fatto di cose, di oro o gioielli, il vero tesoro è la relazione cresciuta con Dio e il suo figlio Gesù Cristo.

 

Più informazioni su