Don Franco, prete di ‘trincea’: “Oggi la povertà ha la faccia dei cassintegrati e di chi ha perso il lavoro per il Covid”

Parroco di San Paolo e direttore della Caritas, racconta il volto dei nuovi indigenti causati dall’emergenza covid: alla mensa della "Casa degli Angeli" partecipa anche chi fino a pochi mesi fa riusciva a tirare avanti nonostante i sacrifici. E sono triplicate le distribuzioni dei pacchi alimentari

E’ un Molise messo ulteriormente in ginocchio. Una provincia, quella di Campobasso, che dopo il lockdown si è risvegliata più povera di quanto già non lo fosse. Ma è così in tutt’Italia, come si evince dal monitoraggio Caritas nazionale diffuso il 1 luglio: I “nuovi poveri” sono il 34% delle 450mila persone accompagnate e sostenute tra marzo e maggio, mesi in cui la morsa del Covid ha stretto più forte.

Un pezzo di terra che prima del Covid era composto da una comunità di famiglie che, seppure monoreddito, tuttavia un lavoro per “tirare avanti ce l’avevano” e oggi invece l’hanno perso. Oppure, sono alle prese con le conseguenze disastrose della paurosa recessione provocata dalla paralisi dell’economia e quindi cassa integrazione, ammortizzatori che tardano ad arrivare, incertezze disarmante su un futuro anche prossimo ricco di incognite.

“Incontro cassintegrati in difficoltà, piccoli esercenti che hanno dovuto chiudere le loro botteghe, finanche gente che pur di guadagnare il cibo da portare a tavola svolgeva lavoretti in nero e oggi non può più svolgere neanche quelli. E’ una forbice di disperazione che purtroppo si è allargata e lo ha fatto colpendo indistintamente anche chi fino a qualche mese fa, tutto sommato, riusciva a barcamenarsi nei meandri di un sistema socio-economico già in grosse difficoltà”.

Don Franco D’Onofrio, parroco della chiesa di San Paolo e direttore della Caritas, racconta le facce della miserie causate dal covid. Lo fa – come nel suo stile – con parole essenziali e concise capaci però di centrare il cuore di chi scrive e certamente quello di chi legge. Perché lui la povertà l’affronta tutti i giorni. Raccoglie 24 ore su 24 la disperazione del cuore di centinaia (e non più decine) di famiglie che dopo il Covid si sono trovate a doversi scontrare “con l’impossibilità di portare il pane a tavola”.

Sì, il pane. Sembra retorica, eppure “ci sono famiglie che chiedono soltanto il pane da mettere a tavola”. Parole che prendono la forma di un pugno nello stomaco. Prima ancora della bocca, a parlare sono gli occhi di don Franco: sono quelli che esprimono tutta la preoccupazione di un uomo che ha scelto di fare il prete, di farlo in trincea con i più fragili e che di loro conosce tutte le sfumature della miseria ma anche “della grande dignità e del pudore di cui si fanno scudo nella speranza di riuscire a risalire la china”.

Don Franco sottolinea anche che “i benefattori ci sono. Anzi, colgo l’occasione per ringraziarli. Soprattutto in questi mesi di chiusura totale abbiamo ricevuto come Caritas aiuti da parte di tutti: imprenditori privati, comuni cittadini che hanno scelto di condividere il loro poco con chi non ha nulla e non è mancato anche il sostegno delle istituzioni politiche. Insomma il cuore generoso della nostra terrà si è distinto, anche questa volta”.

Don Franco è preoccupato dalla chiusura delle botteghe e delle piccole attività, ancor più lo è nel leggere le previsioni degli economisti, tutti d’accordo nell’ipotizzare che il grosso delle chiusure delle attività avverrà in autunno. Lui, che ha il polso reale della situazione, ammette che sì, “è una situazione che potrebbe peggiorare perché è già in declino”.

“Quanto sia numericamente peggiorata la situazione – dice il parroco di San Paolo – non so, non ho i numeri a portata di mano, ma sono testimone di un aumento importante di pasti consumati alla mensa della Casa degli Angeli, di pacchi alimentari distribuiti un po’ ovunque non soltanto a Campobasso ma anche nei centri limitrofi. Perché vorrei sottolineare che nei piccoli centri della nostra provincia dove fino a qualche tempo fa le famiglie bisognose di un aiuto erano due, al massimo tre, oggi sono anche quindici, venti. E per i numeri dei nostri paese, rappresentano una percentuale altissima”.

Per la distribuzione dei pacchi alimentari “siamo oltre il raddoppio”, confessa. E c’è un altro aspetto: “Molti non riescono più a pagare le bollette, proprio perché non hanno la cassa integrazione o perché costretti a chiudere le attività si ritrovano a combattere i debiti senza più le entrate”.

Aiutare chi è in difficoltà è “sempre possibile”. Basta rivolgersi alla Caritas, fare donazioni che devono essere tracciate, e partecipare in questo modo “ad uno stato di bisogno che se condiviso ha lo straordinario potere di diventare condivisione e non più divisione. E una sofferenza condivisa è sempre meno dolorosa di un’angoscia che divide e spesso ci allontana da realtà che ci sono e sono sempre più numerose”.