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Il mio giogo è dolce e il mio peso leggero

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XIV Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

Il mio giogo è dolce e il mio peso leggero (Mt 11,25-30).

In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

 

Diceva s. Agostino: “Se tu ti innalzi Dio si allontana da te, se ti umili, Dio scende fino a te”. E’ la sintesi del vangelo di oggi. Dio non è conoscibile da chi si pone in alto perché lui non può far altro che scendere: sopra di lui non c’è nulla. Per entrare in sintonia con lui si può solo percorrere la strada dell’abbassamento che è quella percorsa dal figlio, da Gesù, che si è reso piccolo e si è abbassato fino a diventare schiavo, come ha scritto Paolo.

Ci sono varie forme di innalzamento: non solo quella della superbia che porta a calpestare gli altri, ma anche quella del proprio vanto religioso, il vero pericolo per coloro che, ritenendosi perfetti e più vicini a Dio grazie alle proprie pratiche e ai propri riti, giudicano il resto dell’umanità come indegna di stare vicina a Dio (è la parabola del fariseo che, pieno di sé, giudica il pubblicano nel tempio).

Gesù invita a seguirlo quelli che sono stanchi e oppressi da quel sistema fatto di prescrizioni e obblighi religiosi e morali che vietano tutto e costringono ad assumere atteggiamenti rigidi che non corrispondono alle proprie aspirazioni profonde. Sono cavilli che chiedono di essere falsi, di recitare una parte, un modo di essere che esige un pubblico che applauda. Ma questo rincorrere l’immagine ideale di sé crea ansia, alienazione, sdoppiamento, con tutti i drammi che accompagnano l’aver scommesso sul proprio perbenismo ipocrita.

Gesù dice che il suo giogo (lo strumento imposto al bue che deve arare, cioè agire) è leggero, perché Gesù non chiede di adempiere inutili ritualismi o cose impossibili: chiede semplicemente di essere se stessi, di scendere dal proprio palcoscenico immaginario. Forse è proprio questa la vera paura quando si costruisce la propria vita sull’immagine, anche di santità e perbenismo: quando non si ha qualcuno a cui smerciarla si sente l’angoscia di una vita vuota (il tempo di lockdown ne è stato un esempio). E’ in quel vuoto, tuttavia, che forse possiamo ascoltare la voce di Gesù, come il sussurro di un vento leggero ed essere, così, salvati.

 

Don Michele Tartaglia

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