Focus sulla povertà in Italia e in Molise. Lo sguardo dei giovani: “La soluzione è lo sviluppo sostenibile, ma quanta strada da fare…”

I dati, le percentuali, le differenze tra regioni, l’impatto del reddito di cittadinanza: Corrado e Luigia mettono a fuoco un tema che, dopo il Covid, rischia di riportarci a condizioni di reddito e di emergenza sociale vecchie di anni. Ma il loro sguardo è concreto, competente: dall’analisi della povertà come ingiustizia sociale una idea di intervento attraverso la sostenibilità.

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Corrado Del Torto, 27 anni, residente a Guglionesi dove è anche consigliere comunale, vive tra Guglionesi e Roma. E’ laureato in dietistica e attualmente è dietista e personal trainer ISSA. Il suo interesse: le disuguaglianze sociali nel nostro Paese e non solo.

Corrado del Torto

Corrado, la povertà è stata abolita?

“Non prendiamoci in giro. La povertà è presente e non è stata abolita. Senza dubbio si è verificato un calo della povertà in Italia come confermano i dati Istat prima della pandemia, ma c’è ancora tanto lavoro da fare”.

 

Il reddito di cittadinanza che ruolo ha avuto in questo calo?

“Nel 2019, quindi prima dell’emergenza coronavirus, abbiamo assistito ad un calo della povertà ma in misura minore rispetto a certe previsioni che ne profetizzavano l’abolizione. Il passo in avanti è attribuibile al reddito di cittadinanza e secondo il recente rapporto Istat nel 2019 sono quasi 1,7 milioni le famiglie in condizione di povertà assoluta, per un numero complessivo di quasi 4,6 milioni di individui (7,7% del totale, contro gli 8,4% nel 2018). Dopo quattro anni di aumento si riducono per la prima volta il numero e la quota di famiglie in povertà assoluta pur rimanendo su livelli molto superiori a quelli precedenti la crisi del 2008-2009”.

 

La povertà assoluta, dunque, ha avuto un calo nel 2019 del 9% tra le famiglie. Mentre cosa ci dici delle famiglie in condizioni di povertà relativa?

“Il numero purtroppo è stabile e le famiglie in povertà relativa sono poco meno di 3 milioni (11,4%) cui corrispondono 8,8 milioni di persone ovvero il 14,7% del totale. I benefici del reddito di cittadinanza sono oggettivamente visibili ma non hanno riguardato tutti. Ad esempio, tra le famiglie con tre o più figli minori conviventi l’incidenza della povertà assoluta nel 2019 sale al 20,2% (l’anno precedente si fermava al 19,7%). A peggiorare, inoltre, è anche il tasso di povertà assoluta tra le famiglie con minori composte solo da stranieri, che passa dal 31% al 31,2%, a fronte di un 6,3% se si considerano solo le famiglie con minori italiane”.

 

Ad oggi qual è l’incidenza della povertà assoluta tra i cittadini stranieri residenti e gli italiani?

“I cittadini stranieri residenti sono intorno al 26,9% mentre gli italiani al 5,9%. Una notevole differenza anche se, quotidianamente, i media tradizionali lasciano pensare tutt’altra realtà. Tuttavia parlando di numeri viene meno il sentimento di rabbia e l’empatia che dovrebbero essere prepotentemente presenti in queste discussioni. Per questa ragione invito i lettori a riflettere sul “ritorno alla normalità” pre-pandemia, oltre che a leggere questi numeri, perché in questa volontà di tornare al punto di partenza ci catapulteremmo nuovamente in un Paese dove la povertà è tragicamente presente, dove l’ingiustizia sociale rappresenta un pericolo ed è motivo di ansia, soprattutto per noi giovani”.

 

Cosa servirebbe secondo te per intraprendere un cambio di marcia consistente?

“A questa domanda non saprei rispondere ma vorrei invitare a riflettere, ancora una volta sui nostri rapporti sociali che creano disparità, quindi: povertà. Non solo, perché da giovane professionista con affitto, spese e progetti futuri, come tanti altri, mi guardo intorno e cerco di capire se anche il mio vicino, in questo caso il lettore, pensa ad un modo per affrontare le problematiche del XXI secolo. Andiamo incontro a problemi dove gli esseri umani sono privati di tutte quelle caratteristiche che ci distinguono dalle altre specie animali. Soffriamo sempre di più di ansia e paura per il futuro incerto, abbiamo sempre meno tempo per noi stessi e la socialità, che ci permette, appunto, di essere umani. L’annullamento della povertà dev’essere l’obiettivo finale ma non possiamo dimenticare di mantenere, o recuperare, la nostra vera natura sociale. Questo non sarà possibile se continueremo a distrarci commentando i vari  TikTok o post instagram dei vari politici. Adesso è davvero troppo tempo che la politica dimostra timore a parlare di uguaglianza.  Ma diciamolo: l’uguaglianza non fa paura, non ci spaventa”.


Luigia Alexandra D’Aloe’, 25 anni, cresciuta a San Giacomo degli Schiavoni e con una Laurea in Lingue e Culture per l’impresa, vive ora nei Paesi Bassi, a Groningen. Lì segue un master in “Advanced International Business Management & Marketing” coordinato da due università, quella olandese e la Newcastle Business School nel Regno Unito. Ha una passione per lo sviluppo sostenibile e la green economy.

Luigia D'Aloè

Luigia, cosa sono gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e perché tirarli in ballo quando si parla di povertà?

“Nel 2015, i 193 Paesi membri delle Nazioni Unite hanno adottato all’unanimità la risoluzione 70/1 “Trasformare il nostro mondo: l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile”. Quest’ultima sostituisce i precedenti Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Millennium Development Goals – MDGs), i quali credo saranno noti ad alcuni dei lettori. La nuova agenda globale comprende 17 obiettivi, chiamati Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals – SDGs) e 169 target che riguardano l’inclusione sociale, la tutela dell’ambiente e la crescita economica. Il primo fra gli obiettivi è quello di porre fine ad ogni forma di povertà nel mondo (Goal 1), un obiettivo alquanto arduo se si considera la stima della Banca Mondiale risalente al 2015 secondo la quale il 10% della popolazione globale (o 734 milioni di persone) dispone all’incirca di €1,68 al giorno o meno.

Ad oggi, il raggiungimento dell’obiettivo sembra ancora più lontano stando alle previsioni di Oxfam espresse nel rapporto “Dignità, non miseria” (Dignity not destitution). Infatti, a causa della contrazione dei consumi e redditi causata dallo shock pandemico, un altro mezzo miliardo di persone rischia di finire sotto la soglia della povertà estrema. Un dato che dunque annullerebbe i piccoli progressi degli ultimi anni (nel 2018 il tasso di povertà è sceso all’ 8,6%) e allontanerebbe l’obiettivo proposto in maniera significativa”.

 

Dove si colloca l’Italia in questo contesto?  

“Al fine di monitorare il primo obiettivo (Goal 1) nel contesto italiano è importante tener conto non solo delle linee europee relative alla povertà multidimensionale (rischio di povertà, grave deprivazione materiale e bassa intensità lavorativa), ma anche di quelle nazionali della povertà assoluta e all’accesso ai bisogni di base (abitazione, cure mediche, trasporti, energia, acqua, ecc.). L’Istat riporta che nel 2018 gli individui a rischio di povertà o esclusione sociale in Italia erano circa 16 milioni e 400 mila individui – una cifra che racchiude il 27,3% della popolazione. Nonostante questo dato rappresenti un miglioramento rispetto all’anno precedente (28,9%), il livello italiano è ancora distante dalla media europea del 21,7%. Valori superiori all’Italia, come riportato dall’Istat, si riscontrano solo nei seguenti Paesi: Bulgaria (32,8%), Romania (32,5%), Grecia (31,8%) e Lituania (28,3%). Ciò che diminuisce in Italia è la percentuale di individui che vive in condizioni di grave deprivazione materiale (dal 10,1% nel 2017 all’8,5% nel 2018), insieme alla quota di individui che vivono in famiglie con una intensità di lavoro molto bassa (da 11,8% a 11,3% nei due anni di riferimento). Ciononostante, la più diffusa forma di povertà – la povertà da reddito – riguarda circa 12,2 milioni di persone in Italia. Si registrano inoltre ampie differenze tra Nord, Centro e Mezzogiorno (Sud e Isole) per quanto riguarda la povertà assoluta. In generale, nel 2019, quasi 1,7 milioni di famiglie rientravano in questa categoria, per un totale di circa 4,6 milioni di individui. Nel Mezzogiorno l’incidenza di povertà assoluta individuale (% di persone che vivono in famiglie in povertà assoluta sul totale dei residenti) è pari a 10,1%, mentre nel Nord e nel Centro il dato percentuale è rispettivamente del 6,6% e 5,6%. Questi dati rappresentano un calo rispetto all’anno precedente, attribuibile ad un miglioramento dei livelli di spesa delle famiglie meno abbienti. L’ andamento positivo, inoltre, si è verificato in concomitanza con l’introduzione del reddito di Cittadinanza”.

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E cosa succede in Molise?

“Per quanto riguarda il Molise, i dati pre-Covid19 sembrano suggerire un miglioramento delle condizioni di povertà sotto molteplici aspetti. In primis, il 2018 è estato caratterizzato da un declino significativo della percentuale di popolazione che vive in condizione di povertà o esclusione sociale (38,3% nel 2017 a fronte del 27,1% nel 2018). Anche la percentuale di colore che vivono in condizioni di grave deprivazione materiale scende da 9,1 a 4,7, ben al di sotto della media riscontrata nel Mezzogiorno (16,7%) e dell’Italia in generale (8,5%). Per quanto riguarda l’accesso ai servizi di base, in leggero aumento è l’indice che misura il tasso di sovraccarico del costo della casa (ossia la percentuale di individui in famiglie dove il costo totale dell’abitazione rappresenta più del 40% del reddito familiare), da 4,2% nel 2017 a 5,5% nel 2018. Un dato alquanto preoccupante che caratterizza la nostra regione riguarda il conferimento dei rifiuti urbani in discarica. Oltre ad essere concatenato ad altri obiettivi di sviluppo sostenibile, quest’ultimo rientra nei target del Goal 1 ed è connesso alla povertà in quanto i programmi di riciclo e di gestione dei rifiuti dovrebbero far sì che la maggior parte dei rifiuti venga riconvertita e reintrodotta nel sistema di produzione, facendo in modo che esso diventi appunto sostenibile. Al contrario, nella nostra regione, nel 2017, il 92,3% dei rifiuti anziché essere riconvertito è finito in discarica. Nel 2018 la percentuale è arrivata addirittura al 101,8%, un dato preoccupante, specialmente se paragonato al valore relativo all’Italia (21,5%) e al Mezzogiorno (36,3%). E’ utile ricordare che gli obblighi normativi impongono una raccolta differenziata minima per comune del 65% (ciò dal 2012). Al contrario, come emerso nell’ EcoForum del Molise lo scorso anno, le città di Campobasso (22,1%) Termoli (37,9%) e Isernia al (57,3%) non hanno soddisfatto questi obblighi per l’anno 2018, nonostante l’incremento percentuale rispetto all’anno precedente. Ci si trova dunque di fronte ad un paradosso nel quale i rifiuti vengono prima differenziati (seppure in minima parte) e poi, anziché venire riconvertiti, finiscono in discarica. Un paradosso che ci allontana maggiormente dal raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibili citati in precedenza”.

 

 

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