AGENDINA/ Come vendere il Molise, ovvero la mancata gita a Chiasso

Per aver denunciato su “Il Bene Comune” una certa retorica paesaggistica con cui il Molise viene “venduto” sul mercato pubblicitario, Giovanni Petta è diventato un  traditore della patria e ha subìto attacchi che talvolta possono essere perfino utili, ma che diventano insopportabili se i detrattori si nascondono dietro indecenti anonimati. Così ha dovuto precisare che la sua “non era una critica all’autore del video, ma un commento critico per chi l’ha commissionato e su come dovrebbe porsi chi commissiona un’opera pubblica”.

Il tema sollevato da Petta non è ahimè nuovo. Anni fa anche Pier Paolo Giannubilo attaccò “l’armamentario retorico dell’orgoglio molisano, maschera di carnevale su cui stiamo forgiando la nostra identità”.

In effetti, la comunicazione pubblicitaria è ormai una scienza basata su studi e indagini, trasmette simboli e influenza opinioni e azioni in un mondo dove l’immagine è un potente veicolo d’informazione. In sostanza dunque il problema riguarda da vicino le opinioni, i simboli e la cultura dei committenti cui gli autori degli spot devono ovviamente attenersi.

Quindi la domanda è: può una dirigenza politica scalcagnata, “assessorile” e premoderna come questa concepire modelli alternativi? Negli anni ‘90 l’Unioncamere (presidente Colavita) commissionò a Giò Mercenaro un logo del Molise.  Ne venne fuori una farfalla che spiccava il volo sagomata sui confini della regione: un brand geniale, paragonabile alla mela di New York e di Apple o allo swoosh di Nike. Sparito.

Negli anni ’60 il grande Arbasino bollò il provincialismo italiano coniando l’immortale battuta sulla mancata “gita a Chiasso”. Oggi l’incapacità di superare delle frontiere si chiama sovranismo, si chiama “Prima l’Italia”, “Prima il Molise”, “Orgoglio Molise, “Polo civico” e dai a guardarsi l’ombelico.      Questi quì campano alla giornata senza parametri di sviluppo basati su una futuribile visione del Molise. E’ impensabile perciò che possano concepire una campagna pubblicitaria mirata, ad esempio, a lanciare la regione-laboratorio che il sociologo De Masi immaginava “come un’unica città: modernissima proprio perché antica, unitaria proprio perché decentrata, vivibile proprio perché non urbana, felice proprio perché post-industriale”.

Insomma, gira e rigira, si finisce sempre col toccare un problema di decadimento culturale e istituzionale. Altro che gita a Chiasso per questa destra “casalinga”, stanziale e Incapace perfino di una gitarella a Castel del Giudice.