Quantcast

Toma minaccia le dimissioni e sfida i suoi sulla sfiducia. Il voto dei dissidenti decisivo per la caduta del Governo

Invece di disinnescare la 'mina' nel conflitto interno alla sua coalizione, il governatore avverte i suoi dopo il 'naufragio' sulla sanità: "Sono pronto a dimettermi". Fra pochi giorni in Aula arriverà la mozione di sfiducia del Movimento 5 Stelle e del Pd: "Toma ha fallito, c'è una guerra fredda in maggioranza". La palla ora è in mano al gruppo dei malpancisti: se appoggeranno il documento delle opposizioni, si tornerà al voto anticipato.

Posso dimettermi”. Un flash. Secco, netto. Mittente: il presidente della Regione Donato Toma. Il breve messaggio arrivato via Whatsapp sui telefonini di molti esponenti della maggioranza surriscalda il clima nei palazzi della politica regionale, dove 24 ore prima si è consumata una delle pagine più nere degli ultimi due anni di legislatura. E’ l’ultimo capitolo della crisi interna alla coalizione che sostiene il commercialista ed ex professore, finito nel fuoco incrociato delle opposizioni e di un pezzo poderoso della sua maggioranza, il gruppo dei sei dissidenti che hanno costituto il ‘polo civico’. “Presidente, lei non è un leader. Si è chiuso in una torre d’avorio“, uno dei passaggi più forti del documento firmato dai malpancisti del centrodestra e letto in Aula dal consigliere nonchè presidente della Prima commissione, Andrea di Lucente.

E soprattutto brucia la sconfitta sulla sanità e sulla scelta dell’ospedale covid: domani a Roma il commissario Angelo Giustini presenterà il piano sul Vietri di Larino, forte del sostegno di undici consiglieri regionali (M5S, Pd e i tre dissidenti del centrodestra Michele Iorio, Aida Romagnuolo e Filomena Calenda).

Il Governatore Toma sul filo del rasoio: maggioranza traballante e mannaia sfiducia. Rebus Aldo Patriciello

 

Nel conflitto interno alla maggioranza, invece di disinnescare la mina, Toma preferisce mostrare i muscoli, aumentare il carico delle ‘sue’ munizioni. Quindi digita sullo smartphone il messaggio che annuncia la fattibilità delle dimissioni. Come dire: “Se non condividete la mia programmazione io esco di scena. Mi dimetto”. Sottinteso: “E voi ve ne tornate a casa”. Sottinteso numero 2: “Vi scordate i 12mila euro al mese e tutti i benefit di cui state godendo”

La sostanza: nessuna strada di trattativa, nessun tentativo di negoziazione interna per provare a concludere la legislatura.

E’ una minaccia, non lo farà”, è l’interpretazione di qualche consigliere regionale. Qualcun altro riconosce che “la situazione è seria”. Una strategia? Può darsi. “Ma se il presidente sta minacciando le dimissioni per rispettare le imposizioni della Lega, beh c’è qualcosa che non va a livello politico” suggerisce un politico di punta del Governo regionale.

Il riferimento è alla nomina di Michele Marone, quinto assessore (esterno) in quota Lega, che ha avuto l’effetto di un terremoto per la coalizione. E le scosse di assestamento continuano a farsi sentire a distanza di giorni minando la stabilità della coalizione che ha perso pure i quattro consiglieri surrogati (Massimiliano Scarabeo, Antonio Tedeschi, Paola Matteo e Nico Romagnuolo). I primi tre hanno pure presentato ricorso contro il capo della Giunta.

Così come brucia ancora la disastrosa giornata del click day, quando il gruppo dei centristi ha chiesto la testa dei vertici di Molise Dati perchè la piattaforma on line per accedere ai finanziamenti era in tilt.

E’ in questo clima avvelenato, 24 ore dopo il ko di Toma sull’ospedale covid, che torna a riunirsi il Consiglio regionale: mancano tre figure apicali (il governatore Donato Toma, il presidente dell’assemblea legislativa Salvatore Micone e il presidente della Prima commissione Andrea di Lucente), mentre le opposizioni – Cinque Stelle e Pd – annunciano la mozione di sfiducia che sarà discussa nei prossimi giorni.

“Assistiamo ad un clima surreale, da guerra fredda”, scandisce il capogruppo pentastellato Andrea Greco intervenendo in Aula. “E’ deplorevole lo spettacolo che ci state offrendo, stiamo assistendo alla deflagrazione della maggioranza”. Quindi, annuncia, “come gruppo consiliare del Movimento 5 Stelle voglio annunciarvi la nostra mozione di sfiducia, trasmessa anche al Pd. Sarà una mozione senza simboli così anche i malpancisti della maggioranza potranno sottoscriverla”. Greco è sicuro: “Bisogna ridare la parola ai molisani”.

“A Toma – sottolinea il capogruppo del Pd Micaela Fanelli – chiediamo di andare a casa perché ha fallito”, parla di una “filiera di inefficienza istituzionale” e accusa il governatore di “fallimenti reiterati”. Nel fine settimana ci sarà un confronto interno al Partito democratico, a inizio settimana sarà depositata. Poi occorrono altri 20 giorni per la discussione in Aula. E quindi la data chiave sarà fissata entro la prima decade di luglio.

Fanelli e Greco consiglio regionale bilancio coronavirus

Le opposizioni dunque ci riprovano a spodestare il vertice della Regione. Il voto dei malpancisti sarà decisivo: il giorno della discussione in Aula della sfiducia sarà quindi pure fondamentale per capire se i dissidenti fanno sul serio o se fanno tanto rumore per nulla.

Chi avrà il coraggio di votare la mozione di sfiducia? A parte Michele Iorio, l’ex Governatore che da tempo ha preso le distanze dal metodo e dalle scelte dell’attuale Governo regionale, sul cui voto favorevole alla sfiducia non sembrano esserci dubbi (anche perchè lo ha già esplicitato in varie occasioni, coerentemente con le sue recriminazioni), Filomena Calenda e Aida Romagnuolo (che ieri hanno votato con le minoranze) potranno davvero andare fino in fondo, col rischio (concreto) di far saltare il “banco” e non venire rielette? E gli altri dissidenti? I dubbi che la sfiducia possa incappare, al momento decisivo, in una drastica marcia indietro da parte di parecchi sono legittimi. E Donato Toma, che non è uno sprovveduto, lo sa perfettamente. Da qui la sua ennesima prova di forza: “Sono pronto a dimettermi”.

In ogni caso, se la sfiducia passasse si tornerebbe al voto: il presidente non avrebbe la possibilità di formare una nuova maggioranza. Impossibile un ribaltone.  E’ la legge che lo dice. A detta di alcuni costituzionalisti, infatti, dal momento che il presidente della giunta è eletto a suffragio universale e diretto, la sfiducia avrebbe due conseguenze: obbligo di dimissioni della Giunta e scioglimento del Consiglio. C’è del resto la ‘finestra’ autunnale, l’election day del 20 settembre che deve essere solo approvato dal senato dopo il via libera della Camera. E la tentazione di un voto anticipato serpeggia da tempo all’interno di una parte della maggioranza che sostiene Toma.