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Sfiducia a Toma: in maggioranza inizia la conta, ma i dissidenti non staccheranno la spina al governatore

In Consiglio regionale sono in corso le manovre e i ragionamenti sulla mozione annunciata dal Movimento 5 Stelle e dal Pd che venerdì prossimo ne discuterà in Direzione. Se è scontato il voto degli otto esponenti delle minoranze, non si può dire lo stesso sull'orientamento del gruppo civico, l'unico in grado di poter disinnescare la mina che può far deflagrare il governo Toma. Cefaratti e D'Egidio voteranno contro, mentre le diplomazie sono al lavoro: "Posticipiamo la sfiducia a novembre, politicamente è un momento sbagliato"

Occhio e croce, il governo guidato da Donato Toma si salverà anche questa volta superando lo scoglio della sfiducia. E’ avvenuto già una prima volta, quando la mozione delle minoranze non venne nemmeno votata in Consiglio regionale. Il secondo documento che proverà a far saltare il banco dovrebbe arrivare in Aula fra qualche giorno. Movimento 5 Stelle e Pd l’hanno annunciata nell’ultima seduta dell’assise legislativa, sempre i democratici apriranno il confronto all’interno della Direzione del partito in programma venerdì prossimo. Anche per elaborare una versione rivista da proporre a palazzo D’Aimmo.

Ma se il lavoro delle minoranze è a buon punto, più difficile farsi largo nella ‘giungla’ della maggioranza. Chi voterà la sfiducia? A chi conviene tornare alle elezioni? Finora le uniche certezze sono gli otto voti delle minoranze: sei del Movimento 5 Stelle (che a Roma è spaccato), due sono del Pd.

Ne servono almeno altri tre. Michele Iorio, inizialmente partito determinato nel dare il suo “contributo” alla sfiducia, ha fatto sapere nelle ultime ore che potrebbe anche astenersi. E quasi sicuramente nessuno dei sei dissidenti, o meglio il ‘polo civico’ come amano definirsi, pronuncerà il proprio ‘sì’ in Aula, nonostante il durissimo documento contro Toma (“chiudersi in una torre d’avorio, rifiutando il confronto, non è essere leader. E’ avere paura della propria squadra“) che per qualcuno poteva essere considerato l’anticamera delle dimissioni e della caduta del governo regionale.

Senza la sponda e soprattutto i voti dei dissidenti la mozione di sfiducia è destinata a naufragare. Si è visto nell’ultimo Consiglio regionale, quando il centrodestra è andato sotto con i numeri sulla mozione relativa all’ospedale covid di Larino grazie al voto di Michele Iorio, Aida Romagnuolo, Filomena Calenda.

Per questo le diplomazie sono all’opera per rallentare l’operazione: “Politicamente è il momento sbagliato, devono dare il tempo di riorganizzarci“, dice a microfoni spenti proprio uno degli esponenti del polo civico fissando nel prossimo autunno la deadline. “Aspettiamo ottobre, novembre”, l’offerta avanzata alle opposizioni. “Poi anche noi del polo civico potremmo presentare la sfiducia a Toma”. 

Quindi potrebbe essere rinviato il momento in cui verrà piazzata la mina in grado di far deflagrare il governo regionale. Oppure, come è più plausibile ipotizzare, la mina potrebbe essere disinnescata.

Anche per questo le voci dal palazzo dicono che gli uomini più vicini al capo della Giunta sono all’opera a fari spenti per ‘recuperare’ i malpancisti. Pare che sia stata convocata pure una riunione di maggioranza. E sembra che il governatore, dopo aver minacciato le dimissioni, stia facendo in modo di evitare la sfiducia con un “gioco al rialzo” legato alla distribuzione delle deleghe attualmente in mano a lui, che allo stesso tempo consentirebbero ai consiglieri di “fare politica”. In parole povere, semplificano gli osservatori politici, di costruirsi un consenso elettorale da utilizzare come un bancomat in caso di nuove elezioni.

Qualcuno azzarda pure la moral suasion in atto nei confronti del neo assessore esterno Michele Marone, la cui nomina (in quota Lega) ha accelerato la crisi nella coalizione: se facesse un passo indietro, il capo della Giunta potrebbe riaprire un dialogo con chi ora lo attacca in maggioranza.

E’ in questo contesto che nelle ultime ore è circolata la notizia di un ritorno nella Lega di Filomena Calenda, che ha partecipato all’ultima manifestazione che Jari Colla (attuale commissario e dunque responsabile del partito in Molise) a Isernia. “Così Toma è riuscito a blindare la maggioranza”, il commento di alcune testate giornalistiche locali.

In realtà, a Primonumero la diretta interessata ha smentito la notizia: “Ad oggi sono notizie giornalistiche, non so chi le abbia messe in giro. Se fossi rientrata nella Lega lo avrei saputo. Non ho mai negato le velleità di tornare nel partito in cui sono stata eletta, non ci troverei nulla di male anche a comunicarlo pubblicamente ma questo poi non vuol dire accettare determinate condizioni a livello regionale. A me piacciono le idee e la politica di Matteo Salvini, ma i partiti sono fatti di persone”. Certo, ammette, “non si può andare avanti così”.

Il ‘cerino’ è in mano dunque ai sei esponenti del polo civico, gli unici in grado di staccare la spina. “Siamo noi la vera maggioranza”, hanno rivendicato in Aula. Difficile che in Consiglio regionale pronunceranno il loro sì alla mozione di sfiducia. “Il ragionamento è in corso”, dice Filomena Calenda.

Sibillino il consigliere regionale Andrea di Lucente che intercettiamo mentre è in ufficio a lavorare: “Forse gli abbagli li stanno prendendo gli altri”. Il politico altomolisano è tentato di votare la sfiducia.

Nel gruppo la riflessione è in corso, ma sta avvenendo in maniera autonoma come confermano i colleghi Armandino D’Egidio e Gianluca Cefaratti. “Non so ancora che farò, aspetto il confronto in maggioranza. Bisogna trovare un punto di sintesi. Tutto il resto è solo speculazione”, dice il primo riferendosi a interpretazioni ‘distorte’ sul documento letto in Aula dal collega Andrea di Lucente.

L’esponente di Forza Italia non dice ‘no’ ma dalle parole rilasciate alla nostra testata si intuiscono le sue intenzioni: “Io non condivido la sfiducia. A cosa serve votarla? Serve al Molise? Oggi l’importante è saper dare le risposte ai molisani”. E poi, conclude, “non credo che gli altri siano più bravi di noi”.

 

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Sgombra il campo dai dubbi Gianluca Cefaratti (Orgoglio Molise): “Non voterò la sfiducia, ma parlo a nome mio. E’ un ragionamento che ancora non abbiamo avviato nel polo civico. Come si andrà avanti? Spero sempre che ci sia un ravvedimento da parte di ognuno di noi, il problema di tutte le coalizioni è trovare a quadra giusta. Penso che se ci fossimo trovati a vivere nella Prima Repubblica, si sarebbe potuta trovare una soluzione diversa”. 

Cefaratti ripercorre quanto successo nelle ultime tumultuose settimane, dell’unità persa nel momento in cui il presidente Toma ha tradito gli impegni presi con i suoi: “Eravamo d’accordo a lasciare un esecutivo a quattro fino al giro di boa di novembre, di ridistribuire parte delle deleghe in capo al presidente ed eventualmente ai singoli assessori per migliorare la macchina amministrativa, di apportare dei correttivi con incarichi fiduciari da parte del presidente e degli assessori di riferimento dei consiglieri. Anche la decisione di fare a meno dei cosiddetti surrogati andando a rivedere la norma elettorale è stata molto sofferta ma ci siamo tutti prestati per avere una maggiore tranquillità in maggioranza”.

Poi il colpo di scena: la nomina dell’assessore esterno. E il patatrac. 

Cefaratti distribuisce le responsabilità a Toma e agli assessori sulle fibrillazioni nella coalizione: “In maggioranza, è vero, c’è scarso dialogo. Non è colpa esclusiva del presidente, ma anche gli assessori che sono le persone più vicine al presidente devono fare mea culpa, rivedere i loro comportamenti. E’ vero che Toma ha un carattere marcato, ma gli assessori devono collaborare col presidente e fare pure da raccordo con i loro consiglieri di riferimento”. 

Dunque, ribadisce, “io accettò il voto dell’Aula ma non sarò io a votare la sfiducia”. Infine Cefaratti ‘avverte’ il capo della Giunta: “Perchè non stacchiamo la spina? Perchè c’è anche una valutazione del post, si potrebbe trovare una soluzione politica alternativa e poi in questo momento non ci sono le condizioni. Io ho preso un impegno poco più di due anni fa e mi sento di continuare questa esperienza”. Infine, chiude sibillino, “in politica, come nella vita, del doman non v’è certezza. Facendo altri tipi di valutazioni si può cambiare idea. Io stesso l’ho fatto sull’ospedale covid di Larino dopo essermi confrontato con il territorio e gli operatori sanitari”. Infine, “se si è parte di una maggioranza, si ingoiano anche i rospi e si accettano le decisioni della maggioranza. Ovviamente nella piena legittima degli atti”.