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Il petrolio di Cerce: docu-film sul mistero dei pozzi radioattivi del Molise. L’autore: “Situazione mal gestita e sottostimata”

Per l'autore dei reportage la situazione nel piccolo comune molisano è preoccupante perché nonostante l'accertato pericolo di radioattività non è prevista ancora alcuna bonifica ambientale. Col film promossa anche una raccolta fondi per sostenere le analisi sul sito molisano di contrada Capoiaccio dove ci sono i pozzi dismessi della Montedison che fin dagli anni '60 ha estratto petrolio

Si chiama “Il petrolio di Cerce” il trailer del documentario che ricostruisce la misteriosa storia dei pozzi petroliferi di Cercemaggiore, in provincia di Campobasso. A realizzarlo è stato Giorgio Santoriello, insegnante precario originario della Basilicata e presidente di una associazione di volontariato ambientale (Cova Contro). Nell’ottobre del 2019 il prof ha fatto i bagagli da Bolzano, dove vive e lavora, per trascorrere qualche giorno in Molise. Qui ha raccolto testimonianze e racconti inediti su una vicenda dai contorni ancora oscuri e di cui anche Primonumero si è occupato dalla fine del 2013.

pozzi radioattivi

Tra scorie radioattive e acque al petrolio: cosa è stato sversato nel pozzo di Cercemaggiore?

Nei prossimi giorni sul canale youtube dell’associazione sarà pubblicato il filmato integrale “che aggiunge ulteriori pezzi al puzzle” di una storia riportata all’attenzione dell’opinione pubblica dall’ex consigliere regionale dei Comunisti Italiani Salvatore Ciocca (delegato alla Protezione civile nel governo di centrosinistra targato Paolo Frattura).

La vicenda è nota: in località Capoiaccio, verdeggiante frazione di campagna poco distante dal paese di Cercemaggiore, fin dagli anni Sessanta la Montedison ha fatto attività estrattiva. Una volta svuotata, la buca di 3280 metri, è diventata un serbatoio per smaltire le acque utilizzate nelle complesse operazioni di estrazione sebbene prima del 1988 il gigante industriale della chimica abbia agito senza autorizzazione. E non si sa cosa possa aver sversato.

Dal 2015 quei due ettari di terreno sono stati recintati e oggi c’è una rete metallica fissa che li rende inaccessibili: sui quattro lati del campo cartelli di pericolo gialli e neri avvisano che il suolo è radioattivo. Insomma “la radioattività c’è – come rimarca Santoriello – ma ufficialmente non pende alcuna procedura bonifica”.

Una stranezza secondo l’autore del documentario “mai vista da nessuna parte in Italia”.

Chi parlò di scorie nucleari per primo fu il Pci nel 1987. Ciocca, durante il suo mandato da consigliere regionale, ha interessato di questo mistero tutto molisano il ministero dell’Ambiente, chiedendo la riapertura del pozzo e una verifica. E ricordando anche – come racconta nel documentario – quel curioso via vai di camion che a Cercemaggiore “invece di arrivare vuoti per portare via il petrolio estratto erano pieni di non si sa cosa”.

Tra le testimonianze recenti raccolte anche quella di chi parla di “sversamento non di liquidi ma di grossi bidoni” nella testa del pozzo Cercemaggiore 1.

A distanza di diversi anni da quelle prime verifiche e sopralluoghi (certificarono una radioattività “abnorme ben 10 volte superiore alla norma” sia l’Agenzia regionale per la protezione ambientale del Molise – Arpam – che l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale – Ispra -) la richiesta di Ciocca e dell’intera popolazione cercese che convive col problema radioattività da decenni non ha ancora ottenuto risposta.

Cosa è stato interrato dentro i pozzi petroliferi dismessi e profondi più di tre chilometri? Questa la domanda attorno alla quale Ciocca, assieme alla sua collaboratrice dell’epoca e giornalista Lucia Sammartino, ha firmato anche un libro-inchiesta (“Capoiaccio. Anno zero”) che l’anno scorso è arrivato nelle mani del professor Santoriello.

Il quale una sua idea sulla faccenda dei pozzi avvelenati se l’è fatta eccome anche perché con la sua associazione segue da anni “la via del petrolio che ci porta inevitabilmente anche fuori dai confini lucani”.

La Basilicata, del resto, è la più grande riserva petrolifera d’Italia e le sue ramificazioni sono estese a tutto il Paese. Molise compreso dove sarebbero arrivati i rifiuti petroliferi della provincia di Potenza “per essere poi iniettati sottoterra a chilometri di profondità”.

La trasferta molisana di Santoriello nella nostra regione non è stata priva di omissioni e strani silenzi. Nel Municipio, guidato dal sindaco Gino Mascia, non ha trovato uno spirito troppo collaborativo e anche l’Arpam “non ci ha fornito documenti”. Bocche cucite, ma questo forse si spiega di più se ci sono ancora indagini in corso, anche in Procura dove nel 2016 è stato aperto un fascicolo contro ignoti sulla situazione ambientale del sito di Capoiaccio.

Pozzi radioattivi Cercemaggiore, la Procura di Campobasso ha aperto un’inchiesta

“Nella mia esperienza – riferisce Santoriello a Primonumero – non ho mai assistito a un accertato caso di radioattività gestita come quella di Cercemaggiore. Il sito è recintato è vero ma cosa intendono fare gli enti e le istituzioni? Lasciarlo così vita natural durante? Cosa vogliono fare per le falde? E per il suolo in profondità? L’acqua meteorica quando piove dove finisce? Ancora nel torrente a ridosso dei pozzi dove anche noi abbiamo rivelato valori superiori alla norma? Ritengo che il ruolo dell’Ispra sia venuto meno e non mi sorprende visto che l’istituto, una sorta di grande Arpa con tutti i vizi e i problemi di quelle agenzie ambientali, ha la tendenza a cercare il compromesso politico per non dar fastidio all’immagine di un territorio. E questo secondo me ha vincolato l’attività dei tecnici. Ho avuto modo di ascoltare alcuni servizi registrati dalla Rai Molise all’epoca dei sopralluoghi. I tecnici Ispra parlarono di “radioattività naturale” ma cosa significa? Non certo che non sia pericolosa. Tutti concordavano nel dire che quei valori abnormi erano causati dalle acque di strato messe nelle vasche di decantazione all’epoca delle estrazioni. Ma se non indaghi in maniera approfondita come fanno a dire che la sorgente del problema sono solamente le acque di strato? Io penso che solo il fatto che lì abbia operato la Montedison dovrebbe essere già un campanello di allarme. Non dimentichiamo che fu proprio la Monteco, braccio aziendale di Montedison, ad occuparsi del recupero e dello smaltimento, ignoto ad oggi, dei fusti delle navi dei veleni di rientro da Libano, Africa ed America del Sud”.

Ma il reportage di Santoriello, che con un rilevatore geiger ha riscontrato valori disomogenei non solo nel sito recintato ma anche all’esterno, è stato realizzato anche per un altro scopo: finanziare delle analisi radiochimiche, anche nella catena alimentare visto che nelle vicinanze del sito ci sono coltivazioni e allevamenti, “perché secondo noi la situazione è stata pesantemente sottostimata e mal gestita”

“E poi il problema di Cercemaggiore non è solo lì: alle industrie da sempre servono discariche e i pozzi, quando non sono più produttivi, sono la migliore discarica possibile. Meglio anche di mari e oceani. Ce ne sono centinaia in Italia e migliaia nel mondo”.

Qui tutti i riferimenti per sostenere le inchieste e le analisi della onlus CovaContro.

http://analizebasilicata.altervista.org/blog/aiutaci/