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I micron e la libertà dei discepoli

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    di don Mario Colavita

     

    Per comprendere le parole di Gesù bisogna entrare nel profondo delle pieghe della società giudaica del I secolo a.C.

    Per un ebreo tre cose erano importanti: Dio, la terra e la famiglia. Tre colonne su cui poggiava la vita e la religione ebraica, guai ad eliminare o cambiarle, pena la morte.

    La famiglia, al tempo di Gesù si sosteneva attraverso legami forti in cui figli, prima di tutto, avevano l’obbligo dell’obbedienza ai genitori. Il marito e la moglie avevano l’obbligo del rispetto reciproco onorando il patto matrimoniale.

    Le nuore avevano l’obbligo al rispetto della famiglia allargata, così tutti del clan erano legati da un patto di obbedienza.

    Gesù è cresciuto in questa società in questo tipo di famiglia dove i legami di appartenenza erano forti, ciò dava forza al clan o alla tribù. Del resto l’Israele antico erano fondato su legami delle 12 tribù.

    Nella predicazione Gesù sovverte questi legami che non creano libertà ma “schiavitù”, dipendenza, obbligo.

    Gesù ricorda le parole del profeta Michea: aveva annunziato che l’attività del messia era quella di dividere, dividere l’uomo da suo padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera, cioè il nuovo viene diviso dal vecchio, che resiste a questa novità.

    Lo scopo di Gesù non è quello di mettere divisione tra le persone, il vero fine della predicazione è quello della libertà di legami nuovi,  dove la persona riconosce liberamente la bellezza e la grandezza dell’amore di Dio senza obblighi e prescrizioni formali.

    Anche noi, oggi, siamo chiamati a vivere una fede meno formale, dove l’essenziale non è l’essere ammiratori di Gesù quanto esserne imitatori. Abbiamo troppi ammiratori e pochi imitatori, e Gesù è tra i pochi che imitiamo.

    Ammirare è semplice non ci vuole poi tanto, basta aprire una pagina FB o Instagram e seguire il proprio idolo, mettere un like e poi via, tutto come prima. Imitare invece è diverso vuol dire far calare la mia vita in quella dell’imitato e questo non si fa con un clik.

    Per raggiungere Cristo bisogna amarlo di più di… l’amare di più ha un significato qualitativo, profondo altrimenti l’amato non è Dio.

    Poi Gesù ci chiede di prendere la croce (è un’azione propria, libera) e di imitarlo.

    Dio non ci dà la croce (croce significava il rifiuto da parte di Dio, da parte del popolo, quindi significa la perdita totale della propria reputazione) la dobbiamo prendere noi. Per questo chi trattiene la propria vita, non la sa donare agli altri, non la salverà; al contrario chi saprà donarla, chi avrà attenzione ai piccoli, ai poveri, chi permetterà il passaggio e la trasmissione dell’amore la vita la guadagnerà.

    È  interessante come il vangelo loda i piccoli (in greco c’è la parola micron invisibili) chi avrà donato anche un solo bicchiere di acqua ai micron guadagnerà Dio.

    Forse è bene ricordaci che dei piccoli è il regno dei cieli, ai piccoli è rivelato il mistero. I discepoli inviati diventano piccoli come è il Signore, di essi è il regno dei cieli (Mt 18,3-5). Chi li accoglie, entra nel Regno.

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