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Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio

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Santissima Trinità – Anno A

Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio (Gv 3,16-18).

 

In quel tempo, Gesù disse a Nicodemo: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

 

La rivelazione biblica ci dice che Dio non può essere conosciuto se non attraverso i segni che lascia e le azioni che compie. Particolarmente il modo in cui Dio è creduto dai cristiani, cioè come un’unità di tre persone, un mistero che ha fatto lottare anche materialmente tanti cristiani per tanti secoli, è nato da ciò che Gesù ha fatto con la sua vita, manifestando il suo amore nel dono di sé sulla croce.

L’evangelista Giovanni (come anche Paolo di Tarso) legge questo evento come il momento in cui Dio si rivela all’uomo non come giudice ma come amante perché per amore dell’uomo dona se stesso nel Figlio.

L’amore, poi, che muove Dio verso l’uomo, è lo Spirito perché in Dio non esiste distanza tra pensiero ed essere, tra parola e azione. Credere in Lui significa ridurre sempre più la distanza tra il dire e il fare; il vero credente è chi parla attraverso la sua vita vissuta e non con logorroiche dimostrazioni di Dio o della propria fede. La fede cristiana, infatti, non è fede in una parola scritta ma nella Parola fatta carne, in quel Gesù che ha predicato guarendo i malati e tendendo la mano ai peccatori; man mano che la parola si è distaccata dalla vita, il cristianesimo è diventato sempre più una religione delle parole, del pensiero astratto e nel frattempo ha sempre di più cercato l’alleanza con i poteri di questo mondo. Non credere che la fede deve diventare vita, parola incarnata, significa condannare il cristianesimo ad un involucro ornato da tanti orpelli ma vuoto.

Dove manca la concretezza dell’amore si è condannati ad illudersi di essere credenti perché facciamo dei riti mentre allo stesso tempo distruggiamo quel legame che ci rende immagine di Dio: l’essere un’unica comunità. E’ il disprezzo che abbiamo per i nostri simili, sia in nome di una pretesa superiorità di razza che di credo religioso a mostrare che non abbiamo fede nel Dio che ama e a condannarci da soli alla distruzione.

Don Michele Tartaglia

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