Dal palazzo di Londra al presunto ricatto a Papa Francesco: l’indagine su Torzi si allarga

Il fatto sarebbe avvenuto il 26 dicembre 2018 a margine di un incontro nella Domus di Santa Marta secondo la ricostruzione dell'Adnkronos

Un ricatto avvenuto persino davanti a Papa Francesco e sfociato poi nell’estorsione da 15 milioni di euro che l’ha portato all’arresto. È la ricostruzione che fanno delle accuse ai danni di Gianluigi Torzi diversi giornali e l’agenzia di stampa Adnkronos, la prima a dare la notizia del fermo del broker molisano in Vaticano, venerdì scorso 5 giugno.

Un ricatto davanti al Pontefice che sarebbe avvenuto il 26 dicembre 2018, nella Domus di Santa Marta quando il Santo Padre avrebbe fatto una rapida presenza a margine di un incontro in cui discutere della trattativa in corso con la Segreteria di Stato Vaticana e il broker originario di Guardialfiera e con interessi anche a Termoli e Larino.

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Secondo questa ricostruzione, il finanziere molisano avrebbe dovuto cedere le mille azioni (uniche con diritto di voto) della Gutt Sa, società che aveva rilevato da Raffaele Mincione e per conto del Vaticano le quote della società che deteneva l’immobile di Londra al centro dello scandalo.

Da quanto emerge dalle indagini, erano presenti monsignor Edgar Pena Parra, Sostituto della segreteria di Stato Vaticana, Giuseppe Maria Milanese, che agiva nell’interesse della Segreteria, l’avvocato Manuele Intendente e Renato Giovannini, rettore vicario Università Guglielmo Marconi, secondo quanto riporta Adnkronos.

A quanto pare Torzi era in un primo tempo emerso come l’uomo capace di risolvere per conto della Segreteria di Stato la situazione ingarbugliata della partecipazione al fondo Athena di Raffaele Mincione, che stando gli inquirenti è stata finanziata in parte con i soldi dell’Obolo di San Pietro, che in realtà sarebbero destinati ai bisognosi. Una partecipazione che avrebbe comportato perdite per la Segreteria di Stato pari ad almeno 18 milioni.

Ma in un secondo momento Torzi, stando a una delle testimonianze raccolte dagli investigatori vaticani, sarebbe venuto meno agli accordi di restituire le azioni della società in cambio di un compenso pattuito pari a circa 3 milioni di euro fra risarcimento delle spese e margine di guadagno, e sarebbe arrivato a chiedere svariati milioni di euro per farlo (una somma che sarebbe oscillata fra i 20 e i 30 milioni fino all’accordo per 15).

Torzi gianluigi

Addirittura avrebbe avanzato la richiesta davanti al Papa quel 26 dicembre di due anni fa.  Il broker, però, si è ben presto trasformato, secondo gli investigatori, nell’uomo capace di ricattare la segreteria di Stato fino a consumare una estorsione di 15 milioni ai danni dei fondi del Papa.

Da qui l’accusa di estorsione che ha portato all’arresto di Gianluigi Torzi che deve rispondere anche di peculato, truffa, e auto riciclaggio nell’ambito delle indagini dell’Ufficio del Promotore di Giustizia Gian Piero Milano e del suo aggiunto Alessandro Diddi sull’acquisto del palazzo di Sloane Avenue nella capitale inglese (il cui prezzo è stimato ora in circa 300 miloni di euro) da parte della Santa Sede.

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Accuse tutte da provare secondo la difesa dell’imprenditore ex socio di Paolo di Laura Frattura. Il suo nome rimbalza intanto sui tg nazionali, siti e giornali da due giorni anche perché si tratterebbe del primo cittadino non residente in Vaticano a finire agli arresti all’interno della Santa Sede.

Per l’avvocata difensore Ambra Giovene si è di fronte a un grosso malinteso che il suo assistito, ora rinchiuso nelle Camere di sicurezza della Gendarmeria Vaticana, sarebbe pronto a chiarire anche perché pienamente disponibile a collaborare. Ma l’indagine va avanti e comprende anche scottanti documenti bancari che il Promotore di Giustizia presso la Santa Sede ha ottenuto tramite rogatoria dalla banca Credit Suisse. Per i reati che gli vengono contestati, Torzi rischierebbe una pena fino a 12 anni di reclusione.