Costretta ad operarmi a Bologna, vi racconto l’inferno sulla A14 lungo dieci ore e il “Benvenuti al Nord”

Quasi cinque ore per percorrere cento chilometri. Tutto inizia appena si imbocca il casello da Termoli e si prosegue fin dopo Ancona. Auto ferme per ore, bambini costretti a scendere per sgranchire le gambe e placare i nervi, anziani in difficoltà: una domenica da dimenticare. Poi la telefonata dell'albergatore bolognese: "Ci spiace per stanotte trovi altro, noi chiudiamo. Potevate avviarvi prima"

Campobasso-Bologna:  527 chilometri, di cui 453 di autostrada A14. Solitamente si tratta di un viaggio in macchina lungo sei ore, procedendo a velocità moderata e con qualche tappa “caffè”.

Chi scrive – sabato 28 giugno – ne ha impiegate dieci, più 20 minuti per due soste carburante.

Entrare al casello che da Termoli mi avrebbe condotta all’ospedale bolognese (dove – mio malgrado – sono stata costretta a rivolgermi per una tipologia di intervento che vede l’Emilia Romagna all’avanguardia nel campo) ha significato entrare in un tunnel infernale fatto di cantieri disseminati (da Termoli a salire) lungo quasi l’intera tratta, code di auto interminabili (anche 13 chilometri), caldo asfissiante che ha messo a dura finanche le macchine costrette a percorrere in 5 ore cento chilometri.

Bambini snervati che scendono per sgranchire le gambe,  qualche anziano in difficoltà per le condizioni del viaggio. Scene da terzo mondo, sulle quali avrei preferito fantasticare piuttosto che viverle di persona diventando testimone diretta di una condizione tutta italiana che ha spudoratamente travalicato la tolleranza di ogni buon cittadino che paga finanche un pedaggio autostradale (quasi 38 euro per la tratta in questione) per usare un’arteria, consapevole che anche quella sua tassa versata è destinata a finanziare la manutenzione del manto stradale, della banchine, delle piazzole di sosta, delle gallerie. Magari. Le mie 38 euro e quelle di milioni di italiani, servono a investire in disservizi, aberrazioni e anomalie di un sistema infrastrutturale fatiscente e schizofrenico.

Penso: fra poco arrivo in albergo e mi rilasso. Non vedo l’ora che compaia l’uscita “Bologna – San Lazzaro”. Mi attende il panino della nonna e un riposo ristoratore prima di cominciare il giorno dopo alle 6 la trafila in clinica (convenzionata col sistema sanitario pubblico) ad iniziare dal tampone. Io, paziente, il tampone posso farlo a carico del sistema sanitario. Mio padre, che mi accompagna, ha già pronto il primo bigliettone da cento euro per essere sottoposto allo stesso esame ed avere la libertà di entrare in clinica, almeno il giorno dell’intervento chirurgico.

Penso –  dicevo –  che dopo dieci ore di nervi tesi, scene da film e canali radio passati in rassegna nella speranza che una voce annunciasse la ripresa del traffico regolare; sono quasi alla fine del “tunnel”.

Mi sento rassegnata ma anche rasserenata da questo pensiero quando dall’albergo – che avevo prenotato perché che avrei perso due giorni a zonzo per Bologna (causa tampone) prima del ricovero e perché mio padre avrebbe dovuto pur pernottare da qualche parte – arriva una telefonata.

Si attiva il vivavoce. “Buonasera sono il signor (…) dell’albergo (…) per che ora pensate di essere in hotel?”. Rispondo: “Ancora non abbiamo imboccato l’uscita, siamo stati bloccati in autostrada quasi dieci ore, veniamo da Campobasso e immagino che prima delle 21 non saremo in albergo”. Replica: “Campobasso? Vi avviavate per tempo allora! E comunque noi alle 21 chiudiamo, mi spiace per stasera dovrete trovarvi un’altra sistemazione”. Incredula reagisco a metà tra cuore e dignità di ogni buon meridionale (non sono mai stata così orgogliosa di esserlo come in quell’istante): “Guardi caro signor (…) che noi siamo partiti da Campobasso, capoluogo di regione del Molise, straordinaria regione meridionale, al confine con la Puglia, Campania, Lazio e Abruzzo, alle 11 di stamane. I cantieri autostradali hanno raddoppiato i tempi di percorrenza e mi fa rabbrividire la vostra puntualità lavorativa rispetto ad un’attività di accoglienza che dovrebbe invece essere oltremodo elastica soprattutto verso chi a Bologna non viene in vacanza. Io domattina devo essere alle 6 in ospedale e lei mi sta mettendo in difficoltà nonostante la prenotazione”.

La doccia fredda arriva a stretto giro: “L’aspetto domani, per questa sera non se ne parla”. Imbocco l’uscita San Lazzaro e mi rendo conto che finito un inferno ne comincia un altro: trovare un albergo. L’imprenditore bolognese mi aveva appena lasciato fuori la porta. Incurante della persona e attento al business. Perché sì, non me ne voglia nessuno, ma per alcuni e in alcune zone tu paziente, turista, visitatore sei solo un numero. Non hai un volto né un nome. Hai al massimo una città di provenienza per di più a molti sconosciuta se per caso arrivi da Campobasso tanto che il mio albergatore (o presunto tale) era certo che per percorrere arrivare in Romagna alla città del Castello Monforte ci sarebbero volute oltre 12 ore di viaggio.

Sta di fatto che io zoppicante, affamata e distrutta da un viaggio senza fine, assieme al mio povero papà costretto ancora (nonostante l’età) a percorrere lunghi viaggi della speranza per gli acciacchi della sua giovane figlia, sono riuscita a trovare un piccolo albergo quando era quasi mezzanotte. Non ricordo se poi ho mangiato il panino della nonna desiderosa del profumo e dei sapori di casa mia, sono sprofondata in un sonno di quattro ore. Alle sei avrei iniziato il mio nuovo percorso terapeutico dopo un indimenticabile “Benvenuti al Nord”.