25 maggio, 8 minuti e 46 secondi – Dal pregiudizio al razzismo andata&ritorno. La diversità? Questione di sguardo

Non solo George Floyd. Corrado, Orazio e Alessia ci raccontano la discriminazione con una visione inedita sui comportamenti umani, specialmente i “nostri”, dei quali a volte nemmeno ci rendiamo conto.

Corrado Del Torto, 27 anni, residente a Guglionesi dove è anche consigliere comunale, vive tra Guglionesi e Roma. E’ laureato in dietistica e attualmente è dietista e personal trainer ISSA. Il suo interesse: le disuguaglianze sociali nel nostro Paese e non solo.

Corrado del Torto
  • Un po’ di storia, prima di tutto

Il 25 maggio un afroamericano di 46 anni entra in un negozio di Minneapolis e paga un pacchetto di sigarette con una banconota da venti dollari. Il cassiere sospetta sia falsa e contatta la polizia che arriva velocemente e arresta il sospettato, che tenta solo una timida resistenza. Anche se non ha fatto niente di violento l’uomo viene sbattuto a terra, ammanettato dietro la schiena e immobilizzato dagli agenti, uno dei quali gli mette un ginocchio sul collo mentre è inerme: i successivi otto minuti sono insopportabili.

Quell’uomo ha un nome, George Floyd, ed è morto soffocato a causa di una presunta banconota da venti dollari falsa. Ma questo è tutto? Eredi della colonizzazione inglese, gli Stati Uniti si sviluppano grazie alle terre sottratte ai nativi americani, quelli che qualche sciovinista definirebbe: “I veri nazionalisti”, e allo sfruttamento di uomini, donne e bambini resi schiavi. Appropriazione di terreni e schiavitù sono un binomio micidiale ed efficace. Per poter operare questo sistema sociale ci fu bisogno di una forte coesione della popolazione bianca, appunto gli invasori. L’unione sociale dei bianchi contribuì allo sviluppo del senso di superiorità, alla diffusione della paura e dell’odio per il colore della pelle. Nel Sud, addirittura, questi sentimenti servirono ad inibire la possibile empatia tra bianchi poveri e neri schiavi impedendo, in questo modo, possibili alleanze per il riscatto sociale che invece favorì i più ricchi proprietari terrieri nonché sfruttatori. Il disgusto verso i neri determinò anche una sproporzione delle pene. Ad esempio, in South Carolina, gli schiavi fuggiaschi, se catturati, venivano evirati; alle schiave, invece, erano amputate le orecchie. Da ricordare ciò che accadde a Nat Turner, coraggioso leader di una rivolta di schiavi, che non fu semplicemente condannato o giustiziato ma venne impiccato, decapitato, sventrato e squartato. La repressione si riversò anche verso donne e bambini, rigorosamente afroamericani, provocando circa 200 morti. Persone, come me e te, uccise, stuprate e violentate perché avevano chiesto diritti ed uguaglianza”.

 

Episodi di questo genere sono innumerevoli e fanno riflettere sulle vicende che scatenarono l’odio dei bianchi verso i neri…

“Dopo l’abolizione della schiavitù, 1865, l’ostilità verso gli afroamericani non diminuì ma si accrebbe contro chi chiedeva la pienezza dei diritti. Sempre nel 1865 nacque un’organizzazione criminale, il Ku Klux Klan, dall’unione di convinti sostenitori della superiorità dei bianchi. Il KKK si diede subito da fare iniziando a collezionare violenze e crimini di ogni genere, non solo torture fisiche e uccisioni perché, questi signori bianchi, continuarono a diffondere e ad accrescere sentimenti di paura e odio nei confronti del diverso. Alimentarono un retaggio (anti)culturale perverso ed innaturale. Ad esempio l’organizzazione suprematista, con giustificazioni sommarie, extralegali e giustizionaliste, utilizzò la violenza per prevenire reati sessuali a cui, secondo il buio della ragione, i maschi afroamericani sarebbero naturalmente inclini. In realtà, ancora una volta, la causa principale del razzismo non è il folclore putrido che si evidenzia, tragico e comunque molto pericoloso, ma la politica-economica”.

 

Spiegaci meglio questo aspetto, Corrado

“Grazie alle inchieste della giornalista nera Ida B. Wells sempre a fine Ottocento, sappiamo che meno di un terzo dei linciaggi aveva a che vedere con stupri. Le vittime, almeno 3.220 tra il 1882 – 1930, erano in genere persone di colore che cercavano di votare, creare sindacati e migliorare la propria situazione economica. Celebre il pestaggio di tre droghieri neri concorrenti di alcuni bianchi, una delle prime inchieste di Wells, che dimostra come il problema economico sia il fulcro dell’odio. Economia, benessere sociale, diritti, insomma: politica. Le ragioni politico-economiche dell’odio furono evidenti durante la Prima guerra mondiale ma ancor di più nel 1919, quando i neri divennero il capro espiatorio del licenziamento dei bianchi (“ci rubano il lavoro”), o ancora in concomitanza della Grande depressione dove furono numerosi i linciaggi degli afroamericani. Più vicino ai giorni nostri la ripresa della scintilla di violenze in tutto il Paese si registrò in concomitanza della presa di coscienza razziale dei neri nel secondo dopoguerra, culminata con la nascita di gruppi che lottavano per il pieno conseguimento dei diritti civili e politici. Esempio eclatante, di quel colorato periodo, i nove ragazzi afroamericani di Little Rock, Arkansas, che nel 1957 si avvalsero dell’integrazione delle scuole per frequentare un liceo riservato, fino ad allora, ai bianchi. Addirittura il presidente Eisenhower fu costretto a inviare l’esercito per difendere quei giovani ragazzi da insulti e minacce vomitevoli che gli piombarono addosso dalla cosiddetta “società per bene”. La lunga lista di vigliaccherie e violenze arriva fino ai giorni nostri come l’eccidio di nove afroamericani avvenuto il 17 giugno 2015 per mano di un ventunenne suprematista”.

Dunque quella di George Floyd non è una situazione nuova

“Non lo è, alla luce della storia, ma nel Paese delle Libertà gli episodi di rivolta popolare stanno assumendo una dimensione duratura e aspra, e questa scossa potrebbe segnare un ulteriore passo in avanti nel mondo dei diritti universali. Fanno riflettere molto i dati relativi ai morti per sparatorie e detenzione. Dal 2015 ad oggi sono 5.399 le persone uccise negli Stati Uniti dalla polizia durante una sparatoria, come riportato dal database del Washington Post. Le vittime tra i bianchi sono il 45,8%, tra i neri il 23,9% mentre gli ispanici il 16,7%. Numeri importanti che in un primo momento non sembrerebbero evidenziare un problema di razzismo. Guardando però alla demografia degli U.S. le cose cambiano parecchio perché secondo i dati dell’American community survey del 2017, solo il 12,7% della popolazione è afroamericana, il 17,6% ispanica e il 73% bianca. Adesso è molto chiaro come le possibilità di morire in un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine negli U.S. lievitino sensibilmente per chi ha la pelle nera. Anche la popolazione carceraria conferma questo squilibrio infatti stando agli ultimi dati del Bureau of Justice Statistics, pubblicato ad aprile, nel 2018 i detenuti di colore nelle prigioni statali o federali sono stati 465.200, contro i 430.500 bianchi e 330.200 ispanici. Ogni diritto conquistato, da chiunque in qualsiasi parte del mondo, è sempre una vittoria di tutti e noi giovani non aspettiamo altro come confermano le numerose iniziative e manifestazioni pro movimento Black Lives Matter succedute in tutto il Globo.

Se riusciremo mai a costruire un Mondo migliore, giusto e senza sofferenze sociali l’urlo dei giovani sarà stato ascoltato. Un urlo che tuona dalla lontana Hong Kong, passando per la martoriata Palestina, la Siria per arrivare fino agli Stati Uniti d’America”.


Orazio Pinti, 26 anni, è di Termoli e vive a Los Angeles. E’ laureato in Ingegneria aerospaziale al Politecnico di Torino e attualmente è Research Assistant, Ingegneria Aerospaziale, a Los Angeles, California

OrazioPinti
  • Una lettera dalla California

“A riot is the language of the unheard”, ovvero: “Una rivolta è il linguaggio degli inauditi”. Così tuonavano le parole di Martin Luther King Jr., il cui eco si sente ancora oggi. Erano i favolosi anni 60: i Pooh facevano innamorare ragazzi di tutt’Italia e al resto del mondo ci pensavano i Beatles; Andy Warhol si esibiva a New York e Pavarotti esordiva in teatro; Kennedy veniva assassinato e qualche mese dopo sarebbe nata la Nutella; mentre Mastroianni ed Ekberg si facevano un bagno in Fontana di Trevi, in Vietnam piovevano bombe.

Nel frattempo, negli Stati Uniti d’America, milioni di esseri umani lottavano per il loro naturale diritto di essere riconosciuti tali: siamo nel pieno del Movimento per i diritti civili. Una lunga e sofferta lotta, che partendo dall’Alabama del 1955, quando una coraggiosa Rosa Parks si rifiutò di cedere il suo posto su un autobus ad un altro passeggero solo perché il colore della sua pelle non era quello giusto, culminò con il Civil Rights Act (legge per i Diritti Civili) del 1964, con il quale si dichiararono illegali tutte le forme di discriminazione basate su razza, origine, sesso e religione. Era il 1964. Di lì a poco alcuni uomini avrebbero messo piede sulla Luna, ed altri si trovavano a dover lottare per il solo diritto di avere una vita dignitosa, per porre fine alle segregazioni, alle violenze, all’intollerabile disumanità di cui l’umanità era pregna.

50 anni dopo di strada ne è stata fatta. Ma non abbastanza perché una madre si senta tranquilla quando il proprio figlio è fuori casa, solo perché nero. Perché la legge è uguale per tutti, ma non tutti lo sanno. E per le strade di una metropoli del nuovo millennio, un uomo o un bambino possono ancora essere barbaramente uccisi, senza nessuna pietà o ragione, solo per il colore della loro pelle. E qualche uomo si sente ancora in diritto di poter strappare via la vita, la dignità, i sogni e il futuro di un altro uomo, solo perché… perché?

Nel luglio del 2013 nasce il movimento attivista Black Lives Matters (BLM – Le Vite Nere Contano), dopo l’assassinio di Trayvon Martin, un adolescente afroamericano disarmato, per mano di George Zimmerman, addetto alla sorveglianza del quartiere in Florida in cui avvenne l’omicidio. Questo è solo uno degli innumerevoli esempi in cui l’eccessiva violenza perpetuata ai danni della minoranza afroamericana ha causato l’irragionevole morte di giovani innocenti. Citiamo tra questi gli omicidi di Erin Garner e Michael Brown — anch’essi non armati, anch’essi neri –, per mano di due agenti di polizia mai perseguiti dalla legge. Questi accaduti hanno aiutato la diffusione e l’inspessimento del gruppo attivista BLM, che vede tra le sue fila persone di ogni età ed etnia. È strano che ancora oggi, come nel 1955, si senta la necessità di dover creare un movimento solo per invocare il semplice diritto alla vita.

Dopo anni di lotte, l’esasperazione è stata raggiunta lo scorso maggio, con la morte di George Floyd, brutalmente ucciso da un agente di polizia che lo ha bloccato a terra con un ginocchio sul collo per 8 minuti e 46 secondi, fino a soffocarlo nell’indifferenza dei suoi colleghi. Apparentemente, George pagò la spesa fatta ad un supermercato delle vicinanze dell’accaduto con una banconota da 20$ falsa, e la polizia fu prontamente chiamata.

La disarmante dinamica con la quale è stata strappata l’ennesima vita da un uomo afroamericano ha acceso gli animi di persone in tutti gli Stati Uniti, che si sono radunate numerose per protestare tra le strade delle principali città americane. Le proteste, per lo più pacifiche, hanno preso in qualche occasione pieghe più dure, degenerando in rivolte. Lo scontro tra protestanti e polizia ha causato nuove ondate di violenza (in più frangenti totalmente ingiustificata ed eccessiva), fino a portare la Casa Bianca ad elargire minacce poco velate sull’uso dell’esercito per soffocare le proteste.

È facile a questo punto della storia trarre conclusioni affrettate sui protestanti violenti, che hanno barbaramente rovinato il messaggio che volevano lanciare. Ma prima di giudicare, pensate alle parole di Martin Luther King Jr. e a cosa significa dover marciare in strada solo per chiedere di non essere giustiziati per mano di poliziotti addestrati a sopraffare con violenza e senza indugio, anziché disinnescare e controllare. Per chiedere, anche urlando, di non essere trattati come carne da macello.

Si potrebbero spendere ore o pagine a dibattere sulla potenza dei sindacati delle forze dell’ordine americane, sulla storia e natura del razzismo, su tutta la strada fatta e soprattutto su tutta quella che c’è ancora da fare. Sui paradossi, sulle ipocrisie, e sull’ignoranza che troppo spesso prendono il sopravvento nei cuori e nelle bocche di tutti. Ma certe volte è meglio tacere ed ascoltare: chiudiamo con le parole di Kimberly Latrice Jones, giovane donna afroamericana e co-autrice del libro “I’m not dying with you tonight” (Non morirò con te stanotte):

“[…] Quando loro ti chiedono: ‘Perché vuoi radere al suolo la tua comunità? Perché vuoi radere al suolo il tuo stesso quartiere?’, beh, non è nostro. Noi non possediamo nulla. Noi non possediamo nulla! […] C’è un contratto sociale che tutti noi accettiamo, ovvero: se tu rubi, o se io rubo, allora la persona incaricata di autorità viene chiamata a risolvere il caso. Ma la persona incaricata di risolvere il caso ci sta uccidendo. Allora il contratto sociale è rotto. E se il contratto sociale è rotto, perché caz*o dovrebbe fregarmene di bruciare il tuo fottuto stadio di football, il tuo caz*o di Target (catena di supermercati americani [ndr])?

Voi avete rotto il contratto, quando ci avete ucciso per strada e non ve n’è fregato un caz*o. Voi avete rotto il contratto, quando per 400 anni abbiamo dovuto giocare al vostro gioco e costruire il vostro benessere e le vostre ricchezze. Voi avete rotto il contratto, quando noi, da soli, ci siamo dovuti ricostruire il nostro benessere rimboccandoci le maniche, e voi a Tulsa (città dell’Oklahoma [ndr]) ci avete buttato bombe addosso, a Rosewood (città della Florida [ndr]) siete venuti e ci avete massacrato. Voi avete rotto il contratto. Quindi fancu*o il vostro Target. Fancu*o il vostro stadio. Per quanto mi riguarda, potrebbero ridurre questa città di mer*a in cenere, e ancora non sarebbe abbastanza. E sono fortunati che quello che gli afroamericani vogliono è uguaglianza, e non vendetta”.


Alessia Basler ha 24 anni. Residente a Guglionesi, vive a Torino dove si è laureata al Politecnico in Ingegneria Aerospaziale

Alessia Basler
  • Guardando il diverso come un simile

 Alessia, d’accordo che esiste il razzismo, al di là della retorica. E poi? Che facciamo, quindi?

“La domanda che ognuno di noi ha il dovere di porsi è “cosa posso fare io per migliorare questa situazione?”. Spesso si è portati a pensare che il contributo del singolo non porti ad alcun grande cambiamento, che le istituzioni dovrebbero essere le prime a muoversi in determinate direzioni per poter risolvere problemi tanto complessi, ma mai come in questo caso è vero il contrario. In questo caso è il singolo sforzo che fa la differenza”.

In che modo?

“Innanzitutto aprendo gli occhi e dando uno sguardo alla società da cui si è circondati. Facendo attenzione – e neanche troppa ad essere sinceri – si potranno scorgere tante piccole macchiette a sporcare l’apparente perfezione della tela che è il mondo in cui viviamo, tanti piccoli comportamenti che personalmente riassumo nella definizione di “razzismo quotidiano”. Mi riferisco ad episodi che non hanno la stessa risonanza di un omicidio (George Floyd – Stati Uniti 2020), un pestaggio in centro città (Mame Serigne Gueye – Morbegno (SO) 2018, Kande Boubacar – Palermo 2020), un atto di bullismo gratuito verso un bambino (Ivan – nome di fantasia – Bari 2018), ma hanno lo stesso peso nella scalata tutta in salita verso il raggiungimento di una società giusta e senza discriminazioni.

Quante volte, camminando per la strada, alla sola vista di un ragazzo di colore si è portati a stringere un po’ più forte la borsa, a camminare un po’ più velocemente e allontanarsi il più possibile? O magari davanti al supermercato, si pensa che quella ragazza con la pelle troppo – chiara, scura, diversa? –  che sosta vicino la porta sia lì solo per importunare, quando invece sta aspettando che la madre esca per aiutarla a caricare la spesa in auto. Quando si sale su un autobus e, alla vista di un uomo “palesemente” islamico si fa un respiro profondo, come se stesse per esplodere da un momento all’altro. Altri comportamenti sono ancora più sottili, sono le piccole risate che salgono spontanee di fronte al ragazzo che ordina un’aranciata piuttosto che un superalcolico, perché appartenente a una religione che ha le sue regole, esattamente come altre vietano di mangiare carne il venerdì. Davvero non vi è mai successo di guardare con pietà una ragazza col velo, poiché convinti che non potesse essere una sua scelta ma necessariamente un’imposizione?”.

Si chiama pregiudizio, hai colto nel segno

“Sì. Sono queste le piccole colpe di cui ognuno di noi si è macchiato almeno una volta, non per reale indole xenofoba, ma come reazione a una realtà che spesso e volentieri ci viene descritta di un solo colore: il nostro. Parlando della mia esperienza diretta, nei miei periodi passati fuori dall’Italia prima e fuori dall’Europa poi, ho avuto finalmente la possibilità di riflettere su questi episodi, riconoscerli, spogliarli del velo che li ricopriva e che li nascondeva ai miei occhi e rendermi conto che spesso e volentieri anche io, che mi sono sempre reputata una persona lontana dai pregiudizi, ne ero invece satura. Riconoscevo lo sguardo che alcuni spagnoli riservavano ai “sudamericani”, quello dei coreani verso gli “stranieri”, e mi rendevo conto che spesso era fin troppo simile al mio. C’è sempre qualcuno di “diverso” contro cui puntare il dito, sia per il colore della pelle, la nazionalità sul passaporto, la lingua che parla o le idee che ha e difende”.

Come si possono allora modificare comportamenti dei quali a volte nemmeno ci rendiamo conto?

“Penso che la prima cosa da fare sia cercare di immedesimarsi quanto più possibile nelle vittime, riconoscere in loro un “simile” in contrapposizione al “diverso” di cui spesso si ha, inconsapevolmente, paura. È molto più facile riconoscere un’ingiustizia quando ne si è vittime in prima persona, o quando a soffrirle sono coloro a cui si tiene. Immaginate di uscire con degli amici una sera e, al momento di entrare in un locale, vi sia vietato l’ingresso. La motivazione? Nessuna, se non lo sguardo che il buttafuori riserva all’unico tra di voi un po’ più scuro di carnagione. O che a una vostra amica venga detto di spostarsi perché essendo straniera non ha lo stesso diritto di essere lì della persona che ha parlato. È sempre lo stesso sguardo, e se darlo facesse male tanto quanto riceverlo, o vederlo ricevere dai propri cari, il problema si risolverebbe molto più velocemente.

È necessario uno sforzo di empatia generale volto all’inclusione, al tentativo di superare barriere costruite da anni e anni di silenzioso assenso verso determinati comportamenti che, al contrario, portano verso l’esclusione di ampie fette di popolazione. Questa ghettizzazione a sua volta tende ancora di più a dividere la società tra “normali” e “diversi”, “autoctoni” e “stranieri”. Alla base dei comportamenti razzisti o xenofobi c’è l’incapacità di superare la prima impressione dettata dal pregiudizio per cui appartenere a una di queste due categorie definisce completamente una persona. Non solo, per appartenere alla classe degli “stranieri” non si deve essere nati o cresciuti in un posto diverso da quello in cui si vive, ma basta non avere le caratteristiche fisiche della maggior parte della popolazione. Come se uno scandinavo con gli occhi scuri fosse meno scandinavo solo perché non corrispondente all’immaginario generale del biondo con gli occhi azzurri”.

E’ vero, succede esattamente così. Eppure sappiamo, in linea teorica, che la diversità è un valore.

“Infatti, ci sono così tante evidenze di quanto l’inclusività, l’incrocio tra più culture, l’integrazione possano essere positive. Tutte le più grandi conquiste dell’umanità sono state fatte grazie alla cooperazione tra popoli, allo scambio di idee e conoscenza. La Stazione Spaziale Internazionale, per esempio, è la casa di donne e uomini provenienti da quasi ogni angolo del globo e non sarebbe mai stato possibile raggiungere un tale obiettivo senza la collaborazione tra Paesi i cui popoli sono così meravigliosamente diversi tra di loro. Certo, anche in questo campo ci sono disparità, basti pensare che gli astronauti NASA “non caucasici” sono comunque molti meno comparati ai loro colleghi “bianchi”, a testimonianza che la strada verso la parità sia ancora irta di ostacoli, ma come detto gli esempi positivi ci sono. Basta sapere dove guardare e come guardare. Basta cambiare punto di vista, cambiare il proprio sguardo”.