Ritorno al futuro, il Molise finalmente “riparte”: in una ferita comune il segreto della rinascita

Da oggi (lunedì 18 maggio) artigiani, commercianti e piccoli imprenditori torneranno ad alzare le serrande delle rispettive attività, a più di due mesi dall’ultima volta. Tra difficoltà economiche e perplessità, il tessuto produttivo regionale prova dunque a rimettersi in moto: nonostante i timori delle recenti impennate in termini di contagi e nonostante siano ancora in molti a non aver ricevuto gli aiuti promessi dal governo. Ma dalle grandi sofferenze nascono spesso i fiori migliori.

Le lacrime hanno intagliato lapidi. Il dolore le ha abitate, gelosamente. E noi, noi abbiamo imparato a piangerle; nelle distanze, nelle solitudini e nelle assenze, nei lutti che l’invisibile nemico ha seminato tra le fessure più fragili delle nostre esistenze.

No, non sarà il tempo la cura per il Covid-19. Perché certe ferite non si possono dimenticare: restano dentro, come un graffio intimo, una cicatrice cesellata nel cuore.

Ma esiste una forza persino nella disperazione e oggi, con gli occhi ancora pieni di polvere e paure, dobbiamo rialzarci. Per far riaffiorare il coraggioso dardo della luce nell’impero delle tenebre e perché c’è ancora spazio per la speranza.

Oggi lunedì 18 maggio il Molise si riaffaccerà dopo più di due mesi – terribilmente trascorsi – sul promontorio di una normalità a lungo anelata, invocata, sofferta. A risollevarne il destino, trainandone l’aratro, saranno ancora una volta i suoi figli: provati, nel corpo e nello spirito, ma mai domi. Ancora più saldi nella virtù, ancora in piedi; a soffiare nel vento una poesia, a stringer tra le mani una promessa: tornare a quel futuro segretamente confessato ai propri desideri soltanto. Da eroi pronti a sovvertire le beffe del fato, da avanguardisti indomiti; da viandanti abituati a solcare mari di nebbia. Perché una coltre d’incertezza resterà ugualmente a bisbigliare tormenti nelle notti più lunghe, a insidiare la tranquillità di migliaia di lavoratori e delle rispettive famiglie.

I mancati introiti, i sussidi “a singhiozzo”, la cassa integrazione latitante, i “prontuari” e le linee-guida, le promesse e gli stenti; la burocrazia narcotizzante, l’esasperazione dell’attesa: tutte giuste ragioni d’angoscia. Il bazooka della propaganda e la “poderosa potenza di fuoco”; ma carnevale è passato da un pezzo.

Saranno invece la dignità, una volontà trionfante, il sublime elogio del dovere a salvarci dal baratro; loro e nessun altro. Sarà la voglia di non cedere e orgogliosamente risorgere a farci rialzare nonostante tutto. Nonostante i proclami e le polemiche, nonostante la linea del contagio abbia conosciuto – in regione e nel capoluogo in particolare – recenti impennate, risvegliando malcelati timori. Un nuovo cluster, con ottantanove casi. Ottantanove. E pensare che, lo scorso marzo, c’è stato chi si “stracció le vesti” invocando a gran voce a la “zona rossa” per il territorio di Pozzilli. Che all’epoca segnava la bellezza di nove contagi. Nove.

Il peso del cielo grava dunque sulle nostre spalle soltanto. E dovremo arrembare questa sfida con il coraggio dei grandi, con la lungimiranza degli umili. Soli, eppure insieme. Artigiani, commercianti, piccoli imprenditori, operai; padri, madri, figli. Cittadini. Tutti fratelli, tutti patria.

Proveremo a essere migliori, a ricucire lo strappo. Proveremo a rinascere nonostante i sorrisi imbavagliati da mascherine e asperità finanziarie, nonostante il rischio di lavorare in perdita e lo spauracchio di definitive chiusure.

Proveremo a rinascere. Passo dopo passo, verso la vetta. Con il passato sempre vivo in tasca, ma senza mai volgere indietro lo sguardo. Perché ammireremo la conquista soltanto quando saremo giunti in cima. Lì sarà vittoria, lì celebreremo la bellezza che sgorga dal sacrificio. E di lei berremo, saziando ogni piaga. Allora e solo allora troveremo l’antidoto, il vero vaccino, il catartico rimedio. Allora e solo allora forse anche questa ferita farà meno male.