Ristoranti a un passo dal fallimento: “Impossibile riaprire tra 4 giorni. Sarà una guerra per la sopravvivenza”

Le misure stringenti non si adeguano alla stragrande maggioranza dei nostri ristoranti, piccoli e caratteristici. Coperti più che dimezzati, per alcuni tavolini al di fuori delle strutture - tra marciapiedi e parcheggi - adeguamento delle normi igienico-sanitarie, opere di igienizzazione anche tre volte al giorno. Con la conseguenza che molte attività rischiano il fallimento, mettendo a repentaglio centinaia di posti di lavoro

A Campobasso (ma non solo) i ristoranti sono piccoli e caratteristici. Si combinano con il territorio come “anema e core”. Intimi, familiari e discreti. Responsabili di colpi di fulmine o di conquiste a lume di candela. Capaci di trasformarsi per cene affollate e travolgenti, limitando le serate a poche tavolate “per fare stare bene il cliente”.

Il 18 si riparte. Ma chi? Quasi nessuno di loro. I ristoratori stanno provando ad organizzare i propri locali e non è facile. E poi con l’enorme (e riprovevole) confusione sullo stampo dell’ “armiamoci e partite”, molti di loro hanno paura di sbagliare. Di pagare ad apertura avvenuta uno scotto ancora più grande di quello pagato finora.

Respirano in questo momento un clima ancor più insolito di quello del lockdown: incertezza, dubbi, perplessità, mancanza di sostegno. Un’atmosfera che nulla ha a che fare con quella rassicurante che invece loro si impegnano ad offrirti quando siedi ad uno di quei tavoli oggi tristemente vuoti.

I ristoratori sono in ginocchio. Li chiamiamo e tutti sono impegnati nelle misurazioni: metro in mano, valutano la distanza tra i tavoli, due metri, al centimetro. Che significa? Che nei nostri ristoranti i coperti si ridurranno di oltre il 60 per cento.

Via a tutto ciò che è superfluo: piante, fioriere, colonnine d’arredo, mobiletti per abbellire. Obiettivo: far posto ai tavoli. O meglio: consentire la necessaria distanza tra loro. Due, forse anche quattro metri “questo ancora non si sa”.

“Io nel mio ristorante – spiega chef Angelo Pagano del ristorante O’ dei pazzi – dovrei portare i coperti a 4, forse 6. Impossibile. Conviene che continuo, fin quando non ci arrivano indicazioni chiare e precise, con il servizio a domicilio, che è utile almeno a pagare le tasse perché di guadagno c’è nulla, fatture alla mano”.

Simona de Castro

Via anche l’aria condizionata. Ci saranno i nebulizzatori di alcol e disinfettanti. Sanificazione almeno due volte al giorno. Gel all’ingresso e lavoratori in numero ridotto. Simona De Castro del ristorante “Monticelli”, altro caratteristico locale del centro storico del capoluogo, se non proprio lunedì prossimo vorrebbe poter portare nuovamente i clienti seduti ai suoi tavoli entro la fine del mese. “Perché la magia dello stare seduti al ristorante non è la stessa che – pur facendo del tuo meglio – riesci a garantire con il servizio a domicilio. Lo stiamo facendo e continueremo a farlo ma sul futuro c’è tanta confusione. Siamo scoraggiati perché intanto pur senza guadagno, da soli, cerchiamo soluzioni per la nostra sopravvivenza”.

Sopravvivenza sì, perché guadagno neanche a parlarne. Il loro ritorno al lavoro nasce dall’urgenza di rinsaldare il legame con i clienti. Di ricordare che quel piatto speciale; quel menu gourmet, quella ricetta autentica, quell’incantesimo che avevano trovato tra volte in pietra e travi in legno, corrimano in ferro battuto e suppellettili raffinati, tra un calice di buon vino e un piatto indimenticabile, presto sarà di nuovo normalità. Quanto presto lo vedremo, ma nel frattempo bisogna reagire.

“Aspettiamo indicazioni precise su queste riaperture – dice anche Franco del Sagittario –. Il 18 il mio locale non riaprirà al pubblico perché non abbiamo alcuna direttiva al riguardo e quindi riaprire in mezzo a questo baillame di notizie di cui una smentisce l’altra, sarebbe il colpo di grazia alle nostre attività, molte delle quali già sull’orlo del fallimento. Io aspetterò ancora una settimana prima di decidere perché correre rischi più di quelli che ci hanno già travolto, non è il caso”.

Lamentano la confusione del governo. Delle direttive. Non ci sono sussidi e non perché chiedano soldi per essere assistiti ma che almeno non siano “soffocati dal fisco e dalle tasse”.

Tanti sono chiusi dai primi di marzo. Alcuni non hanno scelto di riaprire neanche con le consegne a domicilio “perché il ristorante è contatto con le persone, non è un supermercato”.

Questi ristoratori non sono tipi da piagnistei però sono preoccupati: “Le bollette arrivano nonostante la chiusura di due mesi. Di queste bollette solo un quarto è il consumo, il resto sono tasse”.

“Vogliamo resistere, abbiamo messo mano ai risparmi per tentare la rinascita, ma fino a quando? Non è così che possiamo farcela. O almeno, non è solo così che ce la faremo”.

“Nemmeno i decreti del governo si sono trasformati in concretezza – aggiungono molti di loro -, la cassa integrazione  per esempio, chi l’ha vista? E l’indennità Inps ancora non percepita dai lavoratori?”.

“Guardi – dicono prima di chiudere i loro locali che stano provando a sistemare immaginando regole e direttive –, avevamo l’entusiasmo di partire più forti di prima. Avevamo idee e programmi. Ci siamo resi conto che tutto equivale a nulla, perché nessun ristoratore ha mai partecipato alle riunioni di governo dalle quali scaturiscono provvedimenti spesso impensabili per il settore. E quindi oggi sappiamo soltanto che sopravviveremo finchè ce la faremo”.