Le rubriche di Primonumero.it - Vita in Versi

Or che guido delfini, cavalcanti

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    di Antonio Andriani

     

    Da lustri, al mattino mi risveglia

    la voce del castello;

    lì s’allena a duello

    Federico, per gioco,

    di notte ‘i grida ‘l foco

    e incendia il Ferragosto.

     

    Rintocco di campane, puntuale

    lo tempo fa marcia ‘ndietro, a san Basso

    messa solenne, nella cattedrale

    De Luca s’esprime contra ‘l chiasso

    e sorride. Suona la banda, che spasso

    parte la processione

    e che sole, arancione.

    In mar forte libeccio

    e, sul molopeschereccio,

    salite che c’è posto!

     

    Si prosegue sulle vie del centro,

    fra la turba festante e bancarelle;

    il mio patrono lo sento dentro

    e, per l’emozione, non sto nella pelle,

    poi stasera bum, bam sotto le stelle.

    Delizie senza trucco,

    tre tuffi dal trabucco

    e mi sento un semi dio,

    n’avverto ‘l termolio!

    Ancor meglio disposto,

     

    nuoto al largo fra l’imbizzarrite onde

    e la vela a teschio in rotta inopportuna.

    Forse nemmeno m’ha visto, d’altronde

    nella malasorte ci vuol fortuna,

    e son vivo. Giungere vorrei alla luna,

    piena sull’Adriatico.

    Del pelago fanatico,

    ho tuttora bisogno,

    non sarà mica un sogno

    anomalo e scomposto!

     

    Ben accetto l’aiuto d’un delfino

    che può condurmi sotto ‘l borgo antico;

    è Termoli un virus senza vaccino!

    Muovo col vento in poppa e non fatico;

    a parole sue, mi parla d’amico:

    “Cambio piano, ti scarco

    là, nei pressi del parco!”

    Gli dico, con sollievo:

    “Grazie, quanto ti devo?”

    “Ticket free, zero il costo!”

     

    Andri230520 Parafrasi = la ballata, nello stile metrico di Guido Cavalcanti, è formata da quattro stanze di dieci versi ciascuna (endecasillabi e settenari), con schema della rima ABABBccddx; ripresa di sei versi corrispondenti alla sirma di ogni stanza, con schema Abbccx (l’ultimo verso di ogni stanza presenta sempre la stessa rima x), la bellezza di 46 versi, il doppio di 23; importantissimi i numeri e la matematica per ciò che riguarda la metrica; casualmente, oggi è un sabato di numero 23. Il titolo è un endecasillabo. Comprensibilissima nei contenuti, la ballata presenta una lieve, forse quasi impercettibile, licenza poetica in molopeschereccio, al posto di motopechereccio! Ripropongo il “mio” termolio, per la prima volta in una lirica. Voce narrante è qualcuno che non abita molto distante dal castello e, dunque, anche dalla cattedrale; costui ogni mattina proietta se stesso in quella direzione, mare compreso. Il flash back è una figura retorica utilissima anche in poesia, e per questo non c’è da scandalizzarsi se dal Ferragosto si torna, indietro, a San Basso. Per scrivere questi 46 versi mi son dovuto immergere, e senza l’ausilio delle bombole d’ossigeno, nell’estrema profondità del “nostro” mare, ad uso e consumo di chi ama Termoli, siano essi termolani o forestieri. Non avendo nelle mie corde la capacità d’inventare nuovi piatti, alla maniera degli chef, mi accontento di sapere che questa poesia possa essere una ricetta, povera, da utilizzare nelle migliori occasioni, che so a San Basso o a Ferragosto! Magari, anche, in altre occasioni meno importanti: ogni volta che vogliamo tuffarci dal trabucco, senza essere sul posto, soprattutto in inverno; tutte le volte che desideriamo raggiungere la luna o, forse, cavalcare delfini. Una fettina di crostacea, pardon di lirica, quando ne abbiamo desiderio, mi raccomando senza mangiarla tutte, ché le calorie potrebbero essere tante. Dunque, senza dilungarmi ancora, ho tacitamente ribadito un concetto, che la poesia è di chi gli serve, e non di chi l’ha scritta; così il cielo ed il mare, le stelle e le montagne sono nostre, pur senza averle acquistate, e non di Dio che le ha concepite. Ma noi, scalcinata umanità, ogni dì questa natura la maltrattiamo!

     

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