L’odio non è un’opinione. Tra disinformazione, frustrazioni e sessismo: il caso di Silvia Romano spiegato da tre giovani donne

Tre ragazze di Termoli, studentesse di Psicologia e Medicina, affrontano la vicenda di Silvia Romano da prospettive diverse. Antonella Giuditta, Manuela Salvatore e Alessandra Cappiello sono voci indipendenti, menti fresche e pensanti che non si fermano all’analisi superficiale ma entrano nelle questione nevralgiche di un caso che ha portato alla luce il peggio del popolo social.

Antonella Giuditta ha 26 anni, è di Termoli ma vive a Milano. Dopo la Laurea magistrale in psicologia dello Sviluppo, ha frequentato l’Università degli Studi di Milano Bicocca. Sta ultimando la specializzazione in psicologia, è particolarmente interessata a risvolti psicologici   di fenomeni sociali, alla psicologia delle dipendenze e alla comprensione di comportamenti disfunzionali.

Antonella Giuditta

Antonella, cosa ti ha colpito del caso mediatico di Silvia Romano?

“I social media sono diventati uno strumento privilegiato per la diffusione dell’odio e la messa in atto di processi di vittimizzazione. Gli attacchi mediatici rivolti a Silvia Romano altro non sono che l’espressione di condotte online ormai estremamente diffuse, e sulle quali occorre fare un po’ di chiarezza”.

 

Facciamo chiarezza allora su un fenomeno che oggi è particolarmente presente: l’odio

“Una prima riflessione può essere compiuta facendo riferimento a ciò che viene comunemente definito hate speech (discorso d’odio), quella particolare tendenza più che mai attuale a “fomentare, promuovere o incoraggiare, sotto qualsiasi forma, la denigrazione, l’odio o la diffamazione nei confronti di una persona o di un gruppo nonché il fatto di sottoporre a soprusi, insulti, stereotipi negativi, stigmatizzazione o minacce una persona o un gruppo e la giustificazione di tutte queste forme o espressioni di odio testé citate, sulla base della “razza”, del colore della pelle, dell’ascendenza, dell’origine culturale o etnica, dell’età, dell’handicap, della lingua, della religione o delle convinzioni, del sesso, del genere, dell’identità di genere, dell’orientamento sessuale e di altre caratteristiche o stato personale” (ECRI, Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza, 2015).

La diffusione dell’hate speech in rete induce a porsi un interrogativo sul quale è opportuno fermarsi a riflettere: quali sono i confini della nostra tanto invocata libertà d’espressione? E soprattutto: l’odio è un’opinione?”

 La risposta sembra scontata ma non lo è. Aiutaci a capire

“In un mondo come quello del Web 2.0, imparare a distinguere le condotte moralmente accettabili da quelle potenzialmente lesive risulta più complesso. Il mondo virtuale non conosce limiti spazio-temporali e, spesso, è difficile percepire il rischio reale di quanto viene pubblicato o espresso in queste aree sconfinate. Bisogna sensibilizzare le persone a non sottovalutare la gravità di certe azioni che possono costituire veri e propri reati penali. L’illusione di potersi nascondere dietro l’anonimato o profili falsi, la possibilità di compiere queste azioni comodamente da casa propria, il fatto di essere protetti da uno schermo sono tutti elementi che favoriscono l’instaurarsi di ciò che tutti conosciamo come cyberbullismo. Un fenomeno studiato prevalentemente su popolazioni di adolescenti, ma in realtà esteso anche a fasce d’età più avanzate. Senza addentrarsi in ulteriori tecnicismi, è importante sottolineare che chi subisce passivamente insulti, denigrazioni, minacce e prevaricazioni online può andare incontro a conseguenze molto dannose, uguali o anche peggiori di quelle che si manifestano in chi ne è vittima nel mondo reale, che possono compromettere a breve, medio e lungo termine il benessere psicologico individuale”.

Ma perché molti si sono accaniti così duramente e brutalmente su Silvia Romano, secondo te?

“Silvia è rimasta vittima di un ulteriore fenomeno terroristico: quello mediatico. Inoltre, citando le parole di un messaggio di solidarietà espresso dall’Ordine degli Psicologi della Lombardia: “Gli attacchi mediatici di questi giorni rappresentano un pericolo grave per il suo benessere e la concreta possibilità di contribuire ad un ulteriore trauma sul trauma”. A questo punto gli interrogativi da porsi sono tanti e non c’è discorso tecnico/psicologico che possa valere più di un lungo lavoro di introspezione individuale.

Bisognerebbe chiedersi da dove nasce e a cosa porta questo bisogno di accanirsi in modo violento contro una ragazza che ha già vissuto un’esperienza estremamente traumatica, la cui elaborazione dipende in parte anche dal comportamento di ognuno di noi. Sì, perché (purtroppo) la drammatica esperienza vissuta da Silvia è diventata di dominio pubblico e noi, da spettatori, abbiamo la responsabilità di rispettare un vissuto che non conosciamo e non possiamo giudicare”.

E come si fa?

“Potremmo iniziare a familiarizzare con alcuni concetti molto cari alla professione psicologica e al tempo stesso utili per sviluppare una sana convivenza nella società: la sospensione del giudizio, la capacità di osservare andando oltre la superficie delle cose e, talvolta, il ricorso al Silenzio, canale privilegiato per accogliere delicatamente le sofferenze altrui.

È solo costruendo uno spazio di pensiero più ampio e meno giudicante che è possibile impedire all’odio di diffondersi in modo incontrollato. Chi diventa portatore di odio nel mondo virtuale, in realtà, nasconde grandi debolezze, ma non è ribadendo i limiti e la povertà intellettuale degli altri che si genera un cambiamento profondo. Forse potremmo iniziare a combattere l’odio evitando di “odiare chi odia” e proponendo invece riflessioni che possano favorire un confronto ed una crescita. Forse come suggerisce Rupi Kaur, celebre scrittrice indiana, dovremmo “diventare più bravi ad amare il mondo, perché se non sappiamo imparare a trattarci con gentilezza l’un l’altro come potremo mai imparare a trattare con gentilezza le parti più disperate di noi stessi”? In direzione opposta: se non impariamo a regolare i nostri stati interni e a non agire con la spinta di sentimenti primitivi, saremo mai in grado di rapportarci all’altro con umiltà e consapevolezza?”


Manuela Salvatore ha 23 anni, è di Termoli. Vive a Padova dove frequenta  la facoltà di Medicina e Chirurgia. Da sempre sensibile al tema della violenza di ogni tipo, specialmente quella sulle donne, ha recentemente avviato una “campagna” social che ha spinto molte donne a raccontare i numerosi episodi di violenza di cui sono state vittime

Manuela Salvatore

 Manuela, è vero che l’odio da tastiera colpisce più le donne che gli uomini?

“Secondo un’indagine di Amnesty International del 2019 intitolata “Il barometro dell’odio- sessismo da tastiera”, le donne subiscono mediamente più attacchi e commenti negativi sui social rispetto agli uomini, e un terzo di questi sono di carattere sessista.

Contro Silvia Romano, tra social, televisione e giornali, ne abbiamo sentiti di ogni tipo: da Andrea (nome di fantasia) che si augura sia stata stuprata “così si impara ad andare lì”, a Federica che si chiede “come mai siamo andati a riprenderla, se è scesa sorridente e in carne? Non mi dà l’impressione di aver sofferto, poi mi ha detto la mia vicina che si è pure sposata”. Tutti attori protagonisti di uno spettacolo indecoroso, intriso di rabbia, ignoranza, invidia e odio, scatenati probabilmente dal doppio cromosoma X con cui Silvia è costretta a vivere”.

Quali sono secondo te le ragioni profonde di questo fenomeno?

“Diciamocelo: per quanto la nostra società faccia fatica ad ammetterlo e ad accettarlo, una donna indipendente, coraggiosa, intelligente e sicura di sé turba e spaventa, mentre per un uomo è la normalità. Silvia si è mostrata tutto ciò, “sono stata forte”, le sue prime parole. Salvata sì dallo Stato, ma anche dalla sua tenacia e voglia di vivere. Cosa fare allora per tentare di sminuire il gesto o la donna direttamente? Facile, la si attacca sui punti più dolorosi, arrivando ad augurare stupri, o addirittura la morte. Un perfetto inno alla violenza. Questo tipo di sessismo però non ha genere e spesse volte sono proprio le stesse donne a scagliarsi le une contro le altre”.

Ma se da quell’aereo fosse sceso un ragazzo, con la tunica e la barba lunga, quali sarebbero state le reazioni delle persone?

“Probabilmente gli avrebbero riconosciuto il coraggio e la bontà d’animo che spinge le persone a diventare cooperanti, compatendolo e scagliandovi contro i rapitori. Ma lo stesso non vale per Silvia, perché l’italiano medio è ancora lontano dal concepire una donna emancipata. Non appena questa ragazza ha toccato il suolo italiano dopo diciotto mesi di prigionia, gli haters più accaniti sono andati a scavare nel suo passato e hanno ritrovato foto di Silvia con una minigonna, scatenando le reazioni e i commenti più beceri, che gonfiano l’ego di chi scrive e trafiggono l’anima di chi li riceve. Dal mio punto di vista, questi avvenimenti (ahimè troppo frequenti) non fanno altro che smascherare la finta parità dei sessi che caratterizza la nostra società, ancora largamente fondata sul patriarcato. Perché credetemi, se così non fosse, sareste solamente felici per questa ragazza che si è appena riappropriata del bene più prezioso per un essere umano: la libertà”.


Alessandra Cappiello ha 24 anni, è di Termoli. Vive a Pisa, dove frequenta gli studi universitari di Medicina e Chirurgia.

Alessandra Cappiello

“Il caso di Silvia Romano è la dimostrazione della facilità con cui oggi chiunque esprime giudizi e punta il dito, spesso senza nemmeno informarsi su tutto quello che una vicenda così complessa nasconde. Probabilmente la quarantena a cui siamo stati obbligati negli ultimi mesi ha esasperato ancora di più questo fenomeno di accanimento contro un capro espiatorio comune. Tutti hanno preso una posizione, tutti si sono sentiti liberi di accusare pubblicamente sui social un presunto colpevole. È stato un modo per sfogare l’insoddisfazione e il rancore accumulati in questa reclusione forzata.  Ma il rapimento di una ragazza da parte di un gruppo terroristico, e la sua conseguente liberazione a distanza di oltre un anno, non sono avvenimenti così semplici da analizzare.  Davanti a situazioni come queste bisognerebbe avere l’umiltà di fare un passo indietro: siamo davvero in grado di decretare un colpevole? Abbiamo gli elementi e le facoltà per farlo?”

Certamente no. Ma secondo te c’è un colpevole?

“Avere un cellulare in mano, leggere informazioni frammentarie e disorganizzate, estrapolate da contesti ben più ampi, è qualcosa di molto pericoloso: si chiama disinformazione. Esprimere giudizi costruiti sulla disinformazione contribuisce alla diffusione di questo fenomeno di cui tanti, troppi, oggi sono vittime. La disinformazione è il definire Silvia Romano una “irresponsabile”, perché se una ragazza poco più che ventenne decide di inseguire il suo sogno, e per farlo si affida ad un’organizzazione che assicura di fornire la giusta preparazione ad un lavoro del genere, per quanto mi riguarda è tutt’altro che irresponsabile. Silvia non è una volontaria, è una cooperante”.

Cosa è la disinformazione?

“La disinformazione è fare affermazioni quali “ridatemi la mia parte del riscatto!”. Alcuni giornalisti, infatti, parlano di 4 milioni di euro, ma il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ribatte “a me non risultano, altrimenti dovrei dirlo”. Questi e altri dettagli della negoziazione e della liberazione probabilmente non si conosceranno mai con precisione, dal momento che l’operazione è stata gestita dagli specialisti dell’Aise, che lavorano nella più totale riservatezza.  Mi permetto però di fare un rapido calcolo: siamo più di 60 milioni di Italiani, quindi se effettivamente il riscatto fosse stato pagato, sarebbero poco più di 6 centesimi a testa. Ecco la vostra parte”.

Il tema del riscatto è stato fin troppo presente sui social…

“Le polemiche circa il riscatto pagato non hanno molto senso. Poco importa che si siano pagati uno, quattro o più milioni di euro ai terroristi somali anche perché tutti gli Stati occidentali hanno pagato per liberare propri connazionali negando pubblicamente di averlo fatto. Hanno pagato anche quegli Stati che sostengono ad alta voce che “non si tratta coi terroristi”.”, queste le parole di Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa. Diffondendo le foto e i video del ritorno a casa di Silvia, infatti, abbiamo fornito ai jihadisti qualcosa di ancora più succulento dei soldi: materiale per la loro propaganda. Per i terroristi islamici queste immagini hanno un valore strategico, e con il notevole impatto mediatico che hanno riscosso, abbiamo fatto loro un vero e proprio regalo. Ogni insulto di un italiano nei confronti di Silvia, è una vittoria jihadista. La bottiglia di vetro lanciata contro casa di Silvia, è una vittoria jihadista. L’attribuire a Silvia la parola “terrorista”, è una vittoria jihadista”.

Tu cosa hai imparato dall’analisi di questa vicenda, nei suoi molteplici aspetti?

“Prima di esprimere il proprio giudizio e puntare il dito contro qualcuno bisogna informarsi, avere ben chiaro il quadro completo di tutta la vicenda. Là fuori non è come nei film, non è come ce lo immaginiamo. La guerra è reale. Le armi sono reali. La paura è reale. Quindi prima di parlare o di scrivere sui social, informiamoci e riflettiamo. Perché in un secondo, anche inconsapevolmente, siamo noi a ritrovarci dalla parte dei terroristi”.