La Squadra Mobile arresta l’agente infedele che favoriva i corrieri della cocaina: “Tu non sei un poliziotto”

Ciro Palumbo, 61 anni, napoletano, aveva riconsegnato pistola e distintivo poco meno di due anni fa con il pensionamento. Gli uomini della questura di via Tiberio lo hanno arrestato nell'ambito dell’inchiesta “Piazza Pulita” su delega della Distrettuale antimafia. Il 61enne, meravigliato dall'irruzione della polizia di Campobasso nella sua abitazione di Rione Sanità ha provato, come sempre, a far leva sull'uniforme che aveva indossato: è stato rapidamente zittito e sottoposto a tutte le procedure di rito

Anche davanti alla misura cautelare che è stata emessa dalla Distrettuale antimafia di Campobasso, quando ha visto arrivare gli agenti della squadra mobile nella sua casa a Rione Sanità, per arrestarlo ha provato a far valere il suo curriculum di agente della polizia di stato. Questa volta non ha funzionato: gli uomini della questura di via Tiberio non hanno battuto ciglio.

Come con un ‘nome’ qualunque macchiato da un qualunque presunto delitto, dopo averlo messo a tacere rammentandogli con acuta finezza che lui no “non era un poliziotto”, lo hanno invitato a seguirli perché gli spettava, sì anche (e soprattutto) a lui, “la procedura di rito”.

Quindi il passaggio alla sezione della Scientifica con foto e impronte. Le formalità successive negli uffici della squadra mobile e poi la custodia ai domiciliari.

I malavitosi, le piazze di spaccio, i “tossici assaggiatori”. Coinvolti anche ex assessore cocainomane e poliziotto in pensione

Ciro Palumbo, il poliziotto infedele, che nell’inchiesta dei carabinieri e della guardia di finanza viene fuori come il corriere che poteva aggirare eventuali controlli certo della forza di quel tesserino che ha disonorato senza indugio.

E senza indugio gli uomini della squadra mobile – quando il sostituto Vittorio Gallucci e il capo della procura Nicola D’Angelo li ha delegati all’arresto – hanno restituito a quel tesserino, riconsegnato circa due anni fa, l’onore e l’onorabilità che il 61enne aveva violato dal momento in cui da nemico dell’illegalità ne era diventato invece amico.

Tanto da mettersi al soldo del clan Capocelli e portare da Napoli a Bojano assieme al figlio del boss anche un chilo di cocaina e cinque chili di hascisc.

Noleggiava auto per sviare eventuali accertamenti e assicurava al clan che si era insediato a Bojano, trasporti in sicurezza dalla vicina Campania. Era convinto di poter sfuggire a qualunque verifica e di questo era solito vantarsi. Non aveva fatto i conti con i poliziotti, quelli veri. Né aveva tenuto in debita considerazione la missione che per fortuna riguarda la stragrande maggioranza di loro: perseguire i delinquenti, chiunque essi siano, non diventarne complici.