Il mercato della coca nelle mani della camorra: gli indagati non parlano davanti al Gip. Li inchiodano 5.500 pagine di atti d’inchiesta

Sono iniziati oggi gli interrogatori di garanzia a carico di alcune delle 39 persone raggiunte dalle misure cautelari nell’ambito della maxi inchiesta “Piazza Pulita”. Gli indiziati si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. L’avvocato Silvio Tolesino ha chiesto la scarcerazione, Giuseppe Fazio invece farà ricorso al Riesame e precisa: “I fratelli Malatesta non c’entrano con le estorsioni”

Alle 11 sono iniziati gli interrogatori di garanzia a carico di alcune delle 39 persone sottoposte a misure di restrizione nell’ambito della maxi operazione dei carabinieri del nucleo investigativo condotta insieme alla guardia di finanza. Di quelli sentiti oggi dal giudice per le indagini preliminari, nessuno ha parlato.

Gli avvocati, rispetto alla mole di relazioni che compongono un fascicolo di oltre 5mila pagine, per ora hanno optato per il silenzio. In sostanza, interrogati dal gip, tutti si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.

L’avvocato Silvio Tolesino per uno dei suoi assistiti, la donna che si trova rinchiusa nel carcere di Benevento, ha chiesto che torni in libertà o che in alternativa le venga applicata una misura meno afflittiva di quella carceraria. “Se dovessi vedermi respinto la richiesta – ha concluso – penserò ad un eventuale ricorso al Riesame”.

Di tutt’altro parere l’avvocato Giuseppe Fazio, che difende i due fratelli Mirko e Mario Malatesta, indagati per lo spaccio al dettaglio. Adottata la strategia del silenzio, Fazio ha puntualizzato: “Ci sono 5.500 di atti d’inchiesta che vanno studiati e analizzati. Di sicuro al momento i miei assistiti non sono responsabile di alcun episodio di estorsione. Mi rivolgerò direttamente al Riesame”.

La seconda trance di interrogatori proseguirà anche nella giornata di domani e in quella di lunedì.

Pesanti le accuse formulate dalla Distrettuale Antimafia e ratificate dal gip Teresina Pepe. Tutti, a vario titolo, devono rispondere di associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga, detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio, estorsioni con l’aggravante del “metodo mafioso”, trasferimento fraudolento di valori, impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, autoriclaggio e porto abusivo di armi.

Carabinieri e Guardia di finanza hanno lavorato per quasi tre anni ai movimenti degli indagati. Li hanno studiati e seguiti, fotografati e pedinati. Al di là delle classiche intercettazioni di cui molti facevano a meno, a premiare il lavoro dei militari dell’Arma e del Gico i tradizionali metodi di investigazione che hanno permesso di recidere sul nascere le infiltrazioni della camorra nell’economia del Molise.

Quindi la selezione di tre distinti sodalizi ordine in modo piramidale. Al vertice c’era lui, il boss campano, il maggiore indagato operante da sempre a Napoli e arrivato a Bojano nel 2017 perché raggiunto da un divieto di dimora in Campania. A far parte del suo clan organizzato in Molise, 10 ‘fidati’.

Poi c’era il secondo sodalizio con 6 persone che gestivano lo spaccio perlopiù a Bojano, e la terza organizzazione formata da 9 soggetti presenti anche a Campobasso.

Si attende la posizione del maggiore indagato, il boss campano che a Bojano gestiva l’Adriatica pellet e attraverso la quale riciclava i guadagni dello spaccio di cocaina. Gli inquirenti hanno accertato che l’uomo, una volta raggiunto il monopolio dello spaccio e del pellet in tutto il centro sud aveva in cantiere di fare il salto verso il racket. Nel suo programma di estorsione, infatti, figuravano diverse attività economiche dell’area matesina in particolare quelle edili.