Covid piaga del commercio, ma Giovanni è pronto a ripartire con “Suburban”: “Finanziamenti veloci e meno burocrazia”

Il giovane titolare dello store di via Marconi, tra i negozi più apprezzati del capoluogo, non nasconde le difficoltà del periodo: “Al momento, io non ho ancora ricevuto alcuna misura di sostegno economico, né il mio dipendente le somme della cassa integrazione”. Il lockdown? “Sarebbe stato giusto imporlo anche al settore di vendita online”.

La serranda chiusa sulle vetrine, il ferro grezzo a silenziare la vita di prima; a far prigioniera la luce. Dentro le mura, come dentro al cuore. Perché è la nebbia cupa dell’incertezza a dominare, ora, il sonno di chi ha scelto di scrivere il proprio nome negli “annales” del commercio cittadino; a Campobasso come altrove: piccoli imprenditori e artigiani costretti ad affrontare la più atroce delle bufere su una sgangherata scialuppa di salvataggio. Padri, madri e figli, insieme, con un nemico invisibile da combattere; intere famiglie ghermite dal più infame dei dubbi: quello di non farcela. L’economia ai tempi del Coronavirus: una storia per soli eroi. 

Perché tener chiusa la propria attività, oggi, significa spesso veder appesi a un filo sacrifici e timori, equilibri, numeri, scadenze ostiche e problemi ricorrenti. I progetti di un’esistenza. 

Lo sa bene Giovanni Piccirilli, giovane titolare di “Suburban Street Store”, uno dei negozi d’abbigliamento più noti in città. 

Dinanzi allo spettro di un contagio massivo, l’esigenza di tutelare la salute pubblica e quella di prevenire il rischio di collasso del sistema sanitario nazionale hanno portato al conseguente stop del commercio. Una misura che – anche in città- ha finito purtroppo per pesare, inevitabilmente, sulle spalle dei piccoli imprenditori e delle loro famiglie. Su quali orizzonti vedi affacciato, ora, il destino del tessuto economico locale? 

“Difficile capire cosa accadrà in futuro, nel breve quanto sul lungo periodo, anche perché ci troviamo a vivere una condizione che potrebbe conoscere ulteriori evoluzioni; una condizione del resto inimmaginabile appena pochi mesi fa. Confrontandomi però con altri colleghi e imprenditori del settore, ho avuto modo di notare come le sensazioni maggiormente ricorrenti siano di paura e incertezza. Credo non si possa prevedere adesso come reagirà la città a questo cambiamento: un quadro più chiaro della situazione potremo averlo soltanto nei prossimi mesi; probabilmente, a mutare saranno comunque non solo i comportamenti di consumo, ma anche l’approccio agli acquisti e, di conseguenza, quello alla vendita”.

Per far fronte al dramma delle saracinesche abbassate e dei mancati introiti delle attività, il Governo ha promesso e stanziato degli aiuti economici. Ad oggi, concretamente, hai avuto possibilità di beneficiarne? 

“Per una questione di sicurezza e rispetto verso i nostri clienti, abbiamo scelto di tirar giù la serranda già dal 7 marzo scorso, ovvero due giorni prima dei termini imposti dal decreto: ad oggi, però, io non ho ancora ricevuto le famigerate 600 euro e il mio dipendente non ha percepito ancora la cassa integrazione. Dovremmo incassare le rispettive somme a breve – o almeno questa è la speranza – ma credo tuttavia si tratti di un’attesa estremamente ingiusta e decisamente poco affine alle dinamiche di un grande Paese, di una nazione veramente accorta alle esigenze dei suoi figli. Ma ci sono state anche altre variabili, decisamente non secondarie, a generare forti perplessità e squilibri pronunciati. Prendiamo in esame, ad esempio, il comparto dell’abbigliamento, quello in cui io mi trovo ad operare: noi piccoli imprenditori siamo stati costretti a chiudere i nostri store, recependo e rispettando ogni aspetto legale della vicenda. Perché, invece, ad aziende e negozi online – di qualunque “entità” e fatturato – è stata consentita la vendita dei medesimi prodotti? A mio giudizio sarebbe stato più opportuno, in nome di una sacrosanta equità di trattamento, mettere tutti nelle stesse condizioni e imporre il lockdown all’intero settore, ai negozi fisici come a quelli operanti sul web”.

Cercando, per quanto complesso, di sorvolare per un attimo sul devastante impatto economico “incassato”, quali sono gli strascichi e le ripercussioni della “chiusura imposta” a livello emotivo e psicologico? 

“Quando investi tempo, denaro e passione in un lavoro, trovarsi in una condizione quale quella attuale è devastante: si avvertono fortemente la paura, il senso l’insicurezza, l’angoscia. E d’improvviso la sensazione di poter rimanere senza nulla comincia a insinuarsi. Finché non diviene un incubo; un incubo capace di toglierti il respiro, di non concederti tregua. Certo: riapriremo, perché è gusto così. Nella speranza di abituarci presto a quella che sarà una ‘nuova normalità’ “.

In tv, alla radio come sui quotidiani, nelle ultime settimane abbiamo letto spesso pareri, analisi e “ricette possibili” per sostenere il settore del commercio, già fortemente minato – un po’ ovunque – dalla pressione fiscale e dalle spese di gestione. Dalla tua prospettiva, dal “fronte” di chi è in prima linea, cosa potrebbe davvero servire ad artigiani e imprenditori per evitare il baratro, la chiusura definitiva delle rispettive attività?

“Ho sempre allontanato, anche dinanzi a momenti critici come questo, l’idea che lo Stato debba necessariamente regalare fiumi di soldi o bloccare le spese per utenze varie: dietro un esercente che sborsa l’affitto, ad esempio, magari c’è un proprietario che su quella riscossione basa la propria economia familiare. Ognuno, dunque, deve avere quanto gli spetta: dallo Stato al fornitore, fino al proprietario del locale di turno. Ma lo stesso principio deve necessariamente valere per noi imprenditori. Ecco perché sarebbe già di grande aiuto la possibilità di accedere a finanziamenti con tasso agevolato, da poter restituire a medio-lungo termine, rapidi soprattutto dal punto di vista burocratico: richiesta veloce, immediata erogazione. Sarebbe già una valida iniezione di liquidità e di fiducia per ripartire”.