Circoscrivere il nuovo focolaio, pena un prezzo altissimo per il Molise. Troppi dubbi sul Piano B

In questo bailamme di notizie, numeri, provvedimenti, analisi e prospettive, l’unico dato certo è che urge contenere il contagio.

Quindi al primo posto c’è la tutela della salute dei cittadini, ma altrettanto certo è che di pari passo si persegue l’obiettivo di preservare l’efficienza del sistema produttivo.

All’osso: non si deve morire di Covid ma non si può morire di fame.

Il ragionamento fila verso una conclusione: il basso tasso di infezione quindi deve viaggiare insieme ad un meccanismo di emergenza. Perché se dovessero ricomparire focolai di contagio, ognuno – per la propria parte – deve essere in grado di reintrodurre misure speciali dove occorrono.

Ed ecco il dunque: il nuovo focolaio in Molise c’è stato. E’ comparso nella comunità rom di Campobasso. Sessanta positivi in sole 36 ore, sono un dato che sconforta rispetto a quelli cui eravamo abituati, perché i numeri potrebbero salire ancora. E perché molti – ignari del contagio – potrebbero aver girato per strada svolgendo commissioni all’ordine del giorno.

Un nuovo cluster, “circoscritto” sottolineano a stretto giro le autorità sanitarie, per tenere buone ansie e timori. Ma questo rassicura poco o niente. Perché nella baraonda di notizie trionfanti circolano dubbi che andrebbero chiariti.

Uno fra tutti: nelle strategie di contrasto al Covid era stata prevista un’eventuale recrudescenza dei positivi?

Nei tavoli tecnici durante le lunghe sere di marzo, aprile e anche maggio era stato ipotizzato un nuovo focolaio da gestire? E se sì, quale piano B era stato approntato?

Se un avversario si batte d’anticipo pure nel mistero delle mosse che questi potrebbe assestare, quale è la reazione che era stata programmata per non lasciare nulla all’improvvisazione?

Si era pronti a processare un numero superiore di tamponi? Se sì, perché invece non si è proceduto d’urgenza ad esaminare tutti i rom nel giro di poche ore? “Ci sono i reagenti”, puntualizzano continuamente gli addetti, significa quindi che ci sono i tamponi. E vogliamo fidarci. Ma se poi ne vengono processati pochi rispetto ad un picco che andrebbe analizzato velocemente , forse manca qualcos’altro. Forse mancano le macchine per lavorare i tamponi. Forse manca anche il personale. Forse qualche meccanismo ci sfugge. Forse.

Quell’assembramento al funerale (sotto accusa) o eventuali condotte sbagliate (poi riscontrate), è ovvio, non hanno altri responsabili se non gli autori stessi di certe violazioni.  Ma subito dopo aver constato i fatti, le responsabilità invece sono di semplice destinazione. Si sarebbe dovuto tirare fuori dal cassetto un piano di emergenza per mettere tutti al sicuro. Contagiati e non.

Tamponi a tutti a stretto giro. Ricostruzione della catena dei contatti considerando anche la cultura e le tradizioni della comunità rom che è solita vivere momenti di convivialità insieme.

Accertati i positivi già doveva essere pronta una eventuale struttura dove permettere ai nuovi contagi di sottoporsi alla quarantena in sicurezza. E struttura significa anche personale pronto a lavorare. Non sarebbe stato sbagliato ipotizzare una richiesta di sostegno di pattuglie dell’esercito che come per “strade sicure” a Milano, fossero inviate in Molise a controllare domicili e quartieri potenzialmente a rischio.

Invece è andato tutto come sempre. Come fosse normale: bollettini, numeri, percentuali, curve, grafici. E dubbi. Tanti, troppi.