Test rapidi, molte le richieste in Molise. Pregliasco: “Vanno bene per test su popolazione, dannosi sui singoli”

Sono numerose le richieste di sottoporsi a test sierologico (test rapido) da parte di molisani che in questi giorni hanno effettuato o prenotato l’esame (a pagamento presso laboratori privati) nella convinzione di sapere se si è positivi o negativi. Primonumero.it ne aveva già parlato, contestato da qualche medico che lavorando nel settore privato ha tutto l’interesse a sostenere l’efficacia del test rapidi come meccanismo veloce di diagnosi, a scapito del rigore scientifico.

Ma i test rapidi, che non sono ancora validati, non rilevano l’infezione nelle sue fasi iniziali, cioè proprio quando le persone rilasciano il virus nella massima concentrazione, è “leggono” gli anticorpi. E aver prodotto gli anticorpi non significa non essere contagiosi. Quindi a che serve un test sierologico? “A fare uno screening sugli anticorpi e ai fini di ricerca, ma non di diagnosi” avevano spiegato gli esperti interpellati dal nostro giornale che erano diventati, secondo i titolari di alcune strutture private, gli “scienziati del web”.

In realtà il concetto è semplice e in un articolo odierno pubblicato dal Corriere della Sera viene ribadito da Fabrizio Pregliasco, virologo dell’università Statale di Milano, e Massimo Galli, direttore del dipartimento di Malattie infettive dell’Ospedale Sacco di Milano. Non certo “scienziati del web” come si vorrebbe far passare strumentalmente per avallare un metodo che allo stato attuale ed eseguito su singoli è ancora solo un business.

“I test sierologici eseguiti a partire dal sangue – scrive il Corriere – ci dicono se (ora o in precedenza) siamo venuti a contatto con il Sars-CoV-2. Cercano gli anticorpi che l’organismo produce in risposta a un virus specifico e non sostituiscono gli ormai famosi «tamponi» che servono a capire se una persona è infetta e contagiosa. Gli anticorpi che i test cercano sono essenzialmente di due tipi: IgM (Immunoglobuline M), che si manifestano entro 7 giorni circa dalla comparsa dei sintomi e permettono di confermare la diagnosi di infezione con grande precisione e IgG (Immunoglobuline G), prodotti dopo 14 giorni, che sono la nostra «memoria immunitaria» e ci proteggono anche se, nel caso del Sars-CoV-2, non sappiamo bene per quanto tempo e in quale misura.

Nella fase attuale dell’epidemia utilizzare solo i test rapidi comporterebbe un problema importante: la diagnosi non rileverebbe un’infezione nelle sue fasi iniziale. “Questi test vanno bene per valutare gruppi di popolazione, ma sono pericolosi su una singola persona — sostiene Pregliasco – se ho un falso positivo, il soggetto penserà di essere immune e potrebbe infettare altre persone. Anche se si parla del 3% è comunque un rischio: non può essere l’unico paramento per programmare la ripartenza”.

“Per risolvere il problema dei falsi positivi – dichiara Galli – e dare la patente di immunità potremmo sottoporre a tampone tutte le persone che hanno sviluppato gli anticorpi. Se si saranno anche negativizzate, potranno tornare operative senza prendere precauzioni. Verosimilmente sono guarite e non contagiose”.

Per quanto tempo dura la patente di immunità? Per quanto tempo gli anticorpi ci proteggeranno? “In base all’esperienza con altri coronavirus, ci si aspetta che le persone guarite da Covid-19 siano protette per almeno un anno o due, ma lo capiremo solo facendo altri test a cadenza fissa, come hanno deciso di fare in Germania, dove serviranno tre test prima di assegnare il “passaporto di immunità” – si legge ancora sul Corriere – “Giusto ripetere i test periodicamente e quelli rapidi sono meno invasivi e costosi dal punto di vista organizzativo — dice Galli —. Noi li stiamo provando: se avremo le autorizzazioni li useremo anche per la valutazione a tappeto della popolazione”. Fatti sui singoli invece sono ancora inutili: non danno alcuna certezza sul contagio e non sostituiscono il tampone.

 

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