Più dignità e diritti sul lavoro: ecco perché c’è un lato buono nella pandemia

Le misure di prevenzione dal contagio per migliaia di lavoratori in tutta Italia si sono tradotte in incentivi, permessi, buoni spesa, riposo domenicale e lavoro agile. Come se questa emergenza sanitaria globale stesse restituendo tutele e dignità riducendo in parte le disuguaglianze.

Il pastificio di Giovanni Rana che aumenta gli stipendi ai dipendenti, il gruppo La Molisana che lava i camici da lavoro dei suoi operai due volte la settimana, il gruppo Gabrielli che assume nuovo personale e li tutela dal rischio di contrarre il virus con una speciale polizza per i dipendenti.

C’è voluta una pandemia per restituire diritti e dignità ai lavoratori. Mai come in questo momento si moltiplicano le iniziative delle aziende, pubbliche e private, a sostegno dei loro ‘eroi’.

Non solo medici e infermieri sono in prima linea nella lotta al coronavirus ma anche le cassiere dei supermercati, i benzinai, farmacisti e tabaccai, i corrieri, gli operatori ecologici e, per una volta fatecelo dire, i giornalisti.

Rischiano tutti, ogni giorno: prendendosi cura di chi sta male, smaltendo la nostra spazzatura, dando il resto alla cassa, arrivando sotto casa nostra per consegnarci un libro comprato su Amazon “perché a stare sempre dentro ci si annoia”. E rischiamo anche noi della stampa quando ci rechiamo negli ospedali e nelle zone rosse delle nostre città per “andare, vedere, raccontare” come vuole la regola prima del cronista coscienzioso. Il lavoro di tutti loro (e di tantissime altre categorie che non citiamo solo per ragioni di tempo) è prezioso oggi più di quando vivevamo tutti in quell’altra realtà, quella del mondo senza coronavirus dove le aperture dei giornali le occupava la cronaca nera o l’ultima schermaglia tra Renzi e Conte.

Il datore di lavoro, chiamato a garantire che non manchino i beni di prima necessità, sente il peso di questa responsabilità. E ringrazia.

Il pastificio Rana, per esempio, ha maggiorato gli stipendi del 25 per cento per ogni giorno lavorato e concesso un ticket mensile straordinario di 400 euro per le spese di babysitting.

Gabrielli, lo stesso gruppo che a Termoli gestisce il centro commerciale La Fontana, ha assunto cento persone ad Ascoli, offerto buoni spesa ai suoi collaboratori e stipulato una assicurazione a loro beneficio che copre il rischio di contrarre il coronavirus.

Le misure di prevenzione dal contagio, che per migliaia di lavoratori in tutta Italia si sono tradotte in incentivi, permessi, buoni spesa, riposo domenicale e lavoro agile, sembrano andare in una direzione opposta a quella vissuta durante l’ultima crisi economica del 2008 che ha portato alla nascita del governo tecnico d’emergenza guidato da Mario Monti. Molti ricorderanno che nel 2012 l’allora ministro del lavoro Elsa Fornero riformò l’articolo 18, caposaldo dello Statuto dei lavoratori, modificando sostanzialmente sia la procedura che precedeva il licenziamento (riducendo i tempi per rivolgersi al giudice del lavoro e introducendo una procedura di conciliazione), sia la giustificazione del licenziamento stesso (discriminatorio, disciplinare, economico).

Ancora oggi quella riforma divide perché giudicata come un qualcosa che ha tolto diritti ai lavoratori compresi quelli ingiustamente licenziati e indotti – questa la parte più controversa della legge Fornero – a rinunciare all’azione giudiziaria, dal momento che il giudice, anche dandogli ragione, potrebbe alla fine non reintegrarlo bensì corrispondergli un risarcimento (fonte La Stampa).

L’attuale crisi economica, conseguenza della pandemia, al contrario sta restituendo diritti a chi lavora. Come se questa emergenza sanitaria globale stesse parzialmente riducendo anche le disuguaglianze.

Ne ha parlato in un articolo illuminante Jacopo di Miceli (The Vision) ricordando come durante il Trecento la peste, o morte nera, che ha causato tra 20 e 25 milioni di morti nel mondo (praticamente una vittima ogni tre abitanti dell’Europa) ha fatto crescere i salari. “Quando il morbo si placò, la manodopera scarseggiava, ma terre e infrastrutture erano intatte. I cronisti raccontano che gli umili storcevano il naso di fronte al lavoro e a malapena potevano essere persuasi a servire i grandi per il triplo del salario.

peste nera

L’esempio di scuola non è isolato: anche l’epidemia di influenza spagnola che ha fatto più di 50 milioni di morti durante il primo conflitto bellico mondiale ha giocato un ruolo chiave nell’appiattimento delle differenze con “un rialzo senza precedenti delle imposte sui redditi più elevati, delle tasse di successione e dei profitti di guerra in tutti i Paesi”. I ricchi per una volta hanno perso.

influenza spagnola

Oggi navighiamo a vista. I governi di tutto il globo decidono giorno per giorno quali misure di contenimento del virus adottare.

E’ difficile, se non impossibile (e certamente inopportuno) prevedere le conseguenze di quello che accadrà nell’immediato futuro ma potrebbe essere anche l’occasione per ripensare un modello di società più giusta basata – come diceva quello lì, il cubano col sigaro e l’asma – sull’uguaglianza e sulla solidarietà.

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