Ospedale Cardarelli, viaggio nel coraggio: in Terapia Intensiva dove il Covid si combatte all’ultimo sangue

Medici, anestesisti, infermieri del reparto di Campobasso regalano - nonostante il sovraccarico e la delicatezza del lavoro che compiono – immagini di speranza. Parole di sostegno. Sorrisi di gioia. E la comunità non ha dubbi: “Siete i nostri eroi”

Sono le venti, il turno è finito: anche oggi dodici ore in corsia. A guardarlo da fuori, l’ospedale Cardarelli di Campobasso – a parte quel nuovo segnale “Percorso Covid”, i lampioni con la luce sfumata e il silenzio quasi spettrale se non fosse interrotto dall’andirivieni delle ambulanze – evoca tutto sommato una sensazione di ordine e quiete.

terapia intensiva cardarelli COVID

E’ buio, quando le porte dell’ospedale si spalancano e chi ha finito di lavorare esce con il capo chino e l’orecchio al telefono: è il momento di un saluto alla famiglia, agli amici, alle persone care. Perché lì, nel reparto di Terapia Intensiva, i telefoni – anche quelli – si dimenticano.

E non ci si può sbagliare: otto del mattino, otto di sera. Entri che c’è luce, esci che è buio ed è quasi il momento di andare a dormire. Osservi quelle sagome ormai spoglie della tuta o del camice bianco, dirigersi verso le loro macchine. Le vedi assorte in pensieri che provi a concepire: quelle dodici ore appena concluse, in quel breve tragitto che li separa dal ritorno a casa, quasi certamente diventano frame di un film, immagini che passano davanti e che vanno ad assemblarsi lì, in quella parte di testa e cuore dove sarà impossibile cancellarle.

Rianimazione, terapia intensiva dell’ospedale Cardarelli. Si corre contro il tempo, si osserva, si monitora, si agisce, si cura e si salvano vite sull’orlo del precipizio. Che il Covid spesso non risparmia.

Il telefono in reparto squilla in continuazione: richieste e consulenze. Diagnosi e protocolli.

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Le difficoltà qui sono quelle che esistono in tutt’Italia. Anzi: l’eccellenza del Cardarelli emerge con una punta d’orgoglio quando questo reparto, con i suoi uomini e le sue donne “arruolati” in corsia, senza esitare e con slancio e dedizione si è detto pronto a curare pazienti che arrivano da altre regioni. In queste stanze – decisamente trasformate dalla necessità di rendere tutto ulteriormente incontaminato -, ci sono i due bergamaschi che “migliorano come tutti gli altri”, sussurrano i sanitari mantenendo  un cauto ottimismo e la massima riservatezza.

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Sorridono soltanto i loro occhi perché le labbra sono nascoste dalle mascherine. Occhi stanchi e provati “più dall’angoscia per i pazienti che dal lavoro” eppure carichi di una tale energia che commuove e blocca qualunque domanda avremmo voglia di fargli mentre proviamo a chiacchierare con loro mantenendo una distanza che per quanto lunga debba essere non riesce a fermare l’emozione né l’orgoglio di avere in questa regione medici ed infermieri come loro.

E poi quei cartelli colorati, che trasmettono  gioia, alimentano coraggio e infondono ottimismo dicono: “Siete i nostri eroi” e quindi  – quasi fosse una conseguenza naturale di questa certezza –  “Andrà tutto bene”. Qualcuno ha attaccato i cartelli lì, sul cancello d’ingresso dell’ospedale perché tutti – prima di entrare in trincea per una nuova battaglia – trovino in quei messaggi l’energia positiva per esorcizzare la paura del Coronavirus.

Non è possibile parlare apertamente con gli operatori della Terapia Intensiva perché l’Asrem al momento lo vieta. Ed è un peccato.

Sappiamo quindi soltanto che in questo reparto, dove si riprendono cuori in difficoltà e polmoni che non respirano, c’è il primario Romeo Flocco, affiancato da colleghi, infermieri, oss che insieme a lui lavorano gomito a gomito senza lamentarsi mai e né palesano cenni di stanchezza.

Ad ognuno vorremmo dare un nome e un volto al di là delle mascherine perché – come nel resto d’Italia – qui in Molise, loro sono i nostri “eroi”. E soltanto chi non è mai passato lungo i corridoi che conducono alla Terapia intensiva, soltanto chi non ha provato ad aspettarli alla fine di un turno di dodici ore, soltanto chi al Cardarelli manca da almeno un mese, non sa di cosa stiamo raccontando e scrivendo.

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Le loro foto, “rubate” in qualche chat  whatsapp toccano il cuore, lo scaldano e lo commuovono.

Perché sono immagini nelle quali nonostante tutto, sorridono. Lavorano senza sosta, combattono il rischio di morire minuto dopo minuto eppure in quei pochi istanti concessi ad un selfie dai loro sguardi emerge semplicemente entusiasmo. Fierezza di essere sul campo, in prima linea. Orgogliosi di farlo per un Paese che in questo momento non ha regioni, né città, ma è avvolto in una bandiera che ci rende tutti uguali.

La ‘nostra’ Terapia Intensiva è composta da professionisti che di solito non cercano gli onori della gloria e spesso non hanno l’attenzione della stampa, ma, in silenzio, sono loro che contribuiscono a salvare la vita delle persone. Medici che hanno una visione d’insieme del paziente, Covid o non Covid. Conoscono a menadito complicanze che possono insorgere e soluzioni per evitarle che devono assumere, fra l’altro, rapidamente perché qui il tempo è prezioso.

Oggi vengono definiti “eroi” per lo sforzo sovrumano con cui stanno affrontando questo momento lungo già quasi un mese, ma quando tutto questo finirà ricordiamoci che in questo reparto, loro sono “eroi” tutti i giorni, perché tutti i giorni lottano per salvare pazienti ad un passo dalla morte.

Sono le venti. A bordo delle loro macchine lasciano il parcheggio del Cardarelli. Finalmente vanno a casa. Per riposare finché suona la prossima sveglia. Alle otto. E che sia un buongiorno.