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L’imbecille istituzionale

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    Curioso come, nei giorni in cui si reclama agevolmente la forca per ogni passante accompagnato dal cane sorpreso dalla propria finestra a passeggiare per strada con un po’ più di solerzia e frequenza del necessario (o del solito), non si provi ancor più sgomento nei confronti delle scellerate condotte di alcune figure istituzionali che sono, in fin dei conti, le medesime che dovrebbero agevolare il buon comportamento dei cittadini.

    Il riferimento è alla pervicacia con cui Orazio Civetta, primo cittadino di Ripabottoni (CB), rifiuta agli ospiti della “Casa dei nonni d’Italia” ospitata dal piccolo comune molisano la possibilità di attuare con maggiore efficacia quel famigerato “distanziamento sociale” che appare come l’unica strategia attualmente a disposizione per arginare il dilagare della pandemia da Coronavirus cui siamo dinanzi. E la ripugnanza che qui s’invoca non è tanto quella dei molti cittadini comuni, probabilmente ignari delle vicende, quanto quella delle altre figure istituzionali a conoscenza della situazione che potrebbero (e dovrebbero) intervenire. Se non direttamente, perché sprovvisti della possibilità legale, perlomeno attraverso una comunicazione pubblica di solidarietà e di vicinanza ai nonni e agli operatori della struttura, entrambi protagonisti, loro malgrado, di questo sgradevole episodio. Che riportiamo di seguito.

    La summenzionata residenza ospita trentasei anziani in larga parte non auto-sufficienti e, in altrettanta larga parte, affetti da patologie più o meno gravi. Inutile sottolineare come essi rappresentino i soggetti più esposti ai rischi del contagio da COVID-19. Penoso, invece, ma necessario, rinviare alle numerose stragi di anziani ospiti di case di riposo nel resto d’Italia di cui abbiamo notizia quotidianamente. I trentasei nonni, dicevamo, sono ospitati in diciotto camere doppie. Facile il conto: due anziani per ogni stanza. Situazione che, di norma, non comporta particolari rischi per gli ospiti della struttura, ma che diviene improvvisamente pericolosa durante una pandemia come quella che stiamo affrontando.

    Tuttavia ci sarebbe (condizionale d’obbligo) una buona notizia. Al piano terra della Casa dei nonni, infatti, sono presenti ulteriori nove stanze di proprietà comunale, realizzate e pronte sin dal 2016, ma non ancora rese disponibili alla struttura da parte del Comune. Si tratta di stanze “dotate di tutti i servizi (bagni, riscaldamento, impiantistica a norma, ecc.) necessari per accogliere i pazienti in condizioni di salute particolare ed emergenziali che potrebbero essere immediatamente rese disponibili”. Questa descrizione è tratta dalla domanda, inoltrata dalla Cooperativa SIRIO – che ha in gestione la struttura – all’amministrazione comunale di Ripabottoni in data 6 marzo (ormai un mese fa) e alla Prefettura di Campobasso. Attraverso tale domanda si richiede una concessione straordinaria per l’utilizzo di queste camere.

    Con tutta evidenza, l’utilità di ben nove camere singole in più risiede nella possibilità di attuare un isolamento maggiormente proficuo nel caso di contagio da parte di uno degli anziani residenti. Più in generale, è altrettanto lampante come il contrasto al Coronavirus si giochi in larga parte sulla dimensione spaziale: maggiori spazi implicano più forza, più efficacia nella gestione di un ambiente chiuso in cui vivono un gran numero di persone, com’è appunto quello della Casa dei nonni.

    Alla domanda inoltrata da SIRIO si sono associati, nei giorni seguenti, anche gli appelli, le lettere e le petizioni composti e promossi tanto dai familiari degli anziani – che, come da DPCM del 9 marzo, non possono far visita ai loro congiunti ormai da quasi un mese – quanto dagli operatori sanitari, dai dirigenti e da tutto il personale che lavora quotidianamente all’interno della Casa dei nonni. Anche qui è superfluo rimarcare il carattere epico del lavoro condotto da infermieri, medici e operatori socio-sanitari in questi giorni. Ci sia concesso, tuttavia, d’indugiare brevemente sulla singolare dialettica per cui, mentre si elogia urbi et orbi la loro figura attraverso descrizioni degne di un’agiografia, non si coglie, contemporaneamente, una possibilità concreta per agevolare e valorizzare il loro lavoro quotidiano.

    Gli appelli e le lettere summenzionate, bisogna rimarcare, non sono state indirizzate soltanto al Comune di Ripabottoni, ma pure, fra gli altri, al Presidente della Regione, Donato Toma, al Prefetto di Campobasso, Maria Guia Federico, al direttore dell’ASReM Molise, Oreste Florenzano, alla Protezione Civile.

    E il primo timido accenno di risposta da parte delle istituzioni arriva l’8 marzo, con una nota della Prefettura che si limita a rinviare al Comune di Ripabottoni la valutazione circa la richiesta di SIRIO, dal momento che il Comune è l’unico ente a detenere la competenza in merito a tale decisione. Ma lo spiraglio di speranza aperto dalla nota – piuttosto inetta, a dire il vero, nei contenuti e negli effetti – della prefettura si rivela evanescente: alla domanda di SIRIO fa seguito un silenzio lungo quasi un mese. Infatti, è solo il 1 aprile – tramite un comunicato i cui contenuti sprigionano l’olezzo d’un macabro pesce d’aprile – che il Comune di Ripabottoni degna SIRIO di una risposta.

    D’altronde, ci è facile immaginare il gran daffare di Orazio Civetta, sindaco di un paese che conta a malapena 477 anime. Eppure, come testimonia la Delibera di Giunta n. 9 del 05-03-2020, il sindaco aveva già pensato ad affrontare una delle più spinose questioni poste dall’emergenza attuale: l’aumento della propria indennità. A ogni modo, ciò che conta è il contenuto di questa risposta. Il sindaco, infatti, motiva il proprio diniego alla concessione delle stanze affastellando un insieme di motivazioni che farebbero arrossire di vergogna anche una statua.

    Innanzitutto, denuncia l’inautenticità delle sollecitazioni pervenute da parte dei parenti degli ospiti per la concessione delle stanze perché, citiamo, “inviate su indicazione di qualcun altro che invece cerca di far leva sull’emotività del momento per altri fini”. Già qui ce ne sarebbe abbastanza per considerare la risposta di Orazio Civetta come un pesce d’aprile in piena regola: non si capisce chi intenda con “qualcun altro” e a quali “altri fini” faccia riferimento. Ed è impossibile comprenderlo, perché non esiste “qualcun altro”, non ci sono “altri fini”.

    Il secondo punto della risposta, invece, è un classico arrocco difensivo compiuto attraverso il ricorso alle buone pratiche burocratiche: “l’affidamento delle camere […] dovrà essere preceduto da un bando pubblico”. Non occorre soffermarcisi ulteriormente: a una richiesta eccezionale e urgente che ha per finalità quella di fronteggiare i rischi di una pandemia proteggendo i soggetti più deboli, si risponde con la regoletta facile facile secondo cui tale richiesta deve trovare soddisfazione tramite un bando. Al lettore il compito di farsi un’idea. Il terzo e il quarto punto attraverso cui si articola questa sgangherata risposta, poi, costituiscono un capolavoro di semplicità in cui Orazio Civetta si contraddice apertamente, in cui denuncia esplicitamente il proprio pesce d’aprile. Perché, da una parte, si atteggia a fine epidemiologo e a esperto conoscitore dei servizi sociali e assistenziali rivolti agli anziani per sottolineare con perizia “che ad evitare contagi nella struttura non è il distanziamento notturno di qualche ospite, che comunque soggiorna negli spazi comuni durante il giorno”. E, dall’altra parte, getta alle ortiche la profondità delle proprie analisi socio-assistenziali proponendo a SIRIO l’utilizzo di un immobile sito nel centro del paese, e dunque a una distanza ragguardevole dalla Casa dei nonni – che si trova, invece, fuori dal centro abitato. In altre parole, non concede l’utilizzo di stanze che sarebbero perfette per l’attuazione delle norme di distanziamento diramate dal ministero e che, soprattutto, si trovano all’interno della struttura dove sono ospitati i nonni; però mette a disposizione un locale posto a più di 2 chilometri, dove non c’è nulla di cui i nonni avrebbero bisogno. Oltre il danno, la beffa.

    È chiaro come la risposta di Orazio Civetta sia la risposta di un imbecille. Secondo il Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana (1907) di Ottorino Pianigiani il termine «imbecille» risulta dalla congiunzione della preposizione “in” e del sostantivo “becillum” (forma riconducibile a “baculum” ovvero bastone). Il termine pare indicare originariamente quanti, malandati nel fisico, necessitavano di un sostegno che li sorreggesse. Solo col tempo esso ha assunto il significato corrente, riguardante l’aspetto morale più che quello fisico, riassunto da Pianigiani con una formula che suona forse un po’ desueta e pleonastica per un lettore del 2020: “scemo di cervello”. Orazio Civetta probabilmente non è scemo di cervello. Lungi da noi l’intenzione di offendere Orazio Civetta in qualsiasi maniera. E tuttavia il suo operato manifesta platealmente la necessità di un sostegno nello svolgimento delle proprie mansioni durante i difficili giorni che stiamo attraversando.

    Chiediamo a gran voce che questo sostegno provenga dalle istituzioni altre che hanno facoltà d’intervenire in questa vicenda. Chiediamo che siano ascoltate le istanze e le necessità degli ospiti e degli operatori della Casa dei nonni di Ripabottoni. Chiediamo che il Prefetto di Campobasso, Maria Guia Federico, e il Governatore della regione Molise, Donato Toma, prendano pubblica posizione su questi avvenimenti. Sono questi i giorni di magniloquenti autodafé circa i tagli e la cattiva gestione del pubblico che ci hanno portato ad affrontare una pandemia con degli strumenti palesemente inadeguati. Eppure si continua con ostinazione a fare scelte che penalizzano sistematicamente gli elementi più deboli all’interno di questa nostra, parafrasando un noto cantautore, famosa civiltà civile.

     

    Claudio D’Aurizio – Operatore sociale

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