In arrivo le squadre di medici per la continuità assistenziale. “Si occuperanno dei pazienti Covid a domicilio”

Saranno tre, una ciascuno per i distretti di Campobasso, Isernia e Termoli, e si occuperanno dei pazienti Covid isolati a domicilio. Il loro acronimo è U.S.C.A. che sta per Unità specializzate di continuità assistenziale. Sono arrivate anche in Molise, così come in altre parti d’Italia, e saranno un utile strumento per alleggerire il lavoro ospedaliero. Si occuperanno infatti dei pazienti affetti da virus che non necessitano di ricovero. Si tratta di giovani medici che hanno risposto al bando Asrem e saranno dotati di specifiche strumentazioni e dispositivi di protezione. Dopo una fase di addestramento, si recheranno al domicilio dei pazienti, divenendo una sorta di ‘braccio armato’ degli operatori sanitari sul territorio.

Le USCA sono state istituite con decreto del Presidente della Repubblica il 9 marzo scorso, proprio per “per la gestione domiciliare dei pazienti affetti da COVID-19 che non necessitano di ricovero ospedaliero, limitate alla durata dello stato di emergenza epidemiologica da COVID-19, come stabilito dalla delibera del Consiglio dei ministri del 31 gennaio 2020”.

Così la presidente dell’Ordine dei Medici, Carolina De Vincenzo: “I colleghi saranno dotati di idonei dispositivi di sicurezza, di strumentario, di macchina con autista e faranno capo a sedi di appartenenza distinte dalla Guardia Medica; i loro turni di lavoro, con tempi di riposo secondo normativa vigente, saranno adeguatamente distanziati da quelli di eventuale altro tipo di contratto in essere (il decreto del Presidente difatti non prevede incompatibilità né limitazione dell’orario di lavoro). Saranno inoltre periodicamente sottoposti ai test per Covid-19.

Durante questa perniciosa epidemia molti sono stati e continuano a essere i sanitari caduti sul campo (la comunità medica ogni giorno li ricorda e li piange), vittime non certo della fatalità: nessun medico è invincibile senza strumenti di protezione, non coordinato in percorsi adeguati e validati dagli esperti, ma sappiamo bene come in alcune realtà del Paese sia stato invece violato il diritto alla sicurezza nei posti di lavoro e durante i percorsi assistenziali, sia per i medici che per i cittadini.

Le USCA, così come in altre Regioni pioniere, lavoreranno per la Comunità e per conto dei loro stessi colleghi, rischiando in prima persona: dopo la fase di addestramento, andranno direttamente a domicilio dei pazienti Covid, divenendo di fatto “il braccio armato” sul territorio di tutti gli operatori sanitari. Cambia quindi la strategia nella lotta al contagio: dalla difesa si passa all’attacco, dall’ospedale si passa al territorio; ben oltre la fase dei tamponi, adesso è necessario individuare precocemente e trattare il maggior numero possibile di pazienti affetti da Covid per contenere il futuro contagio, evitare le complicanze, limitare i ricoveri e salvare vite umane. Il virus non è certo debellato: per la sua individuazione precoce è stata pensata questa attività territoriale speciale che ci auguriamo dia presto i suoi frutti: presa in carico, a domicilio, dei pazienti Covid, anche di quelli con pochi sintomi, ma con condizione clinica riconducibile al Covid, che ovviamente non hanno necessità di ricovero.

Purtroppo ci sono giunti “rumors” – prosegue la dottoressa De Vincenzo –  da parte di amministratori locali, di cittadini e anche di operatori sanitari, che paventano la possibilità di contagio da parte delle USCA direttamente ai loro stessi colleghi di CA (continuità assistenziale, ndr) e quindi alla comunità.

In questa pandemia il contagio si insinua dovunque, il rischio esiste, anche se diverso, per tutti gli operatori sanitari, ospedalieri e territoriali, per gli stessi medici di CA che si trovano giornalmente nella necessità di visite domiciliari anche per altre patologie, diverse dal Covid-19, che continuano ad affliggere i nostri cittadini, a meno che non vogliamo chiudere ogni medico in una “turris eburnea” e mettergli a disposizione per diagnosi e cura il solo strumento telefonico.

Se un medico attua tutte le misure idonee e necessarie, le possibilità di infezione si riducono al minimo. Il problema ancora una volta è solo culturale: il terrore irrazionale che stigmatizza gli operatori che vengono anche solo a contatto dei casi Covid è un atteggiamento intollerabile in medici preparati e consapevoli, che attuino efficaci misure di protezione individuale e sanificazione degli ambienti di lavoro. Non dobbiamo guardarci dalle USCA, ma da chi non rispetta le misure di distanziamento sociale, da chi, pur indossandoli, non sa usare correttamente i dispositivi di protezione, opportunamente diversificati in base alla categoria di rischio.

Siamo certi che l’ASReM garantirà loro le opportune misure di sicurezza e che questi nostri giovani colleghi, generosi, entusiasti e motivati da questo servizio utilissimo alla Comunità, saranno all’altezza del loro compito.

A tutti facciamo il nostro più sentito “in bocca al lupo”, certi che un giorno anche gli scettici li ringrazieranno”, conclude la Presidente dell’OMCeO.