Imperversa lo smart working, le regole dei docenti Unimol: occhio a inquadrature e tempi radiofonici

L’inquadratura giusta, i tempi radiofonici (senza pause o frasi a metà) e riunioni non più lunghe di 45 minuti. Sono fra le 11 regole che i professori dei corsi di Comunicazione dell’Università del Molise offrono a tutti quelli che, da un giorno all’altro, hanno dovuto affrontare il risvolto lavorativo più comune nell’era del super virus: lo smart working.

Già, perché, come ricorda la regola 0: Comunicare tramite piattaforme digitali non è come parlare di persona o al telefono. Il mezzo forse non è tutto il messaggio (come diceva il grande Marshall McLuhan) ma di certo lo cambia profondamente. Ecco, la regola del piccolo vademecum realizzato dalla School of Communication dell’Unimol, è sempre accompagnata da una breve spiegazione che deriva da autori classici della storia della semiotica, della sociologia, della filosofia, dell’arte che si sono occupati di comunicazione, direttamente o indirettamente.
Così i docenti, in calce alla scheda si divertono a scrivere: “Si ringraziano per la consulenza Aristotele, Caravaggio, Groffman, Brice, McLuhan e Peirce”. Autori classici, artisti, sociologi e filosofi che non moriranno mai, anzi rappresentano àncore cui aggrapparsi anche nei giorni difficili che siamo vivendo.

regole smart working

Attenzione alle parole: gli interventi devono essere concisi. E occhio alle inquadrature troppo ravvicinate e a quelle dal basso, avvisano i Prof, tra gli altri Guido Gili e Giovanni Maddalena. In effetti, sono errori ricorrenti che vediamo anche in tv, e possono, se non compromettere, almeno disturbare la comunicazione, rendere il messaggio meno efficace.

Undici regole semplici, chiare, insomma. Ciascuno potrà applicarle quando dall’altra parte dello schermo ci sono uno o più destinatari pronti a recepire il messaggio. Se ne gioveranno la didattica a distanza, le riunioni on line, i grandi comunicatori e anche i nostri politici, chissà. Smart worker si diventa.