Il vicesindaco torna a casa: “Mi preoccupa il ritorno alla normalità”. Il virus? “Non mi spiego come l’ho preso”

Ha lasciato l'ospedale Cardarelli per continuare l'isolamento domiciliare in attesa del tampone di verifica. Domenico Boccia, vicesindaco di Baranello, racconta la sua battaglia contro il coronavirus: "Non dimenticherò mai la sensazione che crea il non poter respirare, adesso sento parlare di allentamento delle chiusure, spero si valuti tutto con cautela perché questo mostro non lo si conosce abbastanza da poterlo prevedere. Fate attenzione. Tutti"

In mezzo a tante incertezze che il Paese sta vivendo, ogni guarigione che viene comunicata dall’ospedale Cardarelli lascia intravedere quella flebile luce in fondo al tunnel.

Lunedì (20 aprile) il vicesindaco di Baranello  – anche primo cittadino dal 2001 al 2011 – Domenico Boccia, risultato positivo al Covid, ha vinto la sua battaglia ed è stato dimesso dal reparto di Malattie Infettive del Cardarelli dopo 23 lunghi giorni di ricovero. Ora è a casa, pronto per affrontare il periodo di convalescenza.

Una battaglia terribile che – nonostante la verve ironica che per fortuna Domenico non ha perso – lo ha provato.

Adesso si sente meglio, i valori di ossigenazione del sangue sono rientrati nei parametri, e risponde tranquillamente al telefono. La sua voce è sempre briosa. Domenico Boccia è un inguaribile ottimista. E per fortuna che lo è. Perché 23 giorni in ospedale, se non hai un po’ di fiducia e non guardi a colori, diventano difficili da gestire.

“Beh sì ho avuto paura anche io, è chiaro – confessa subito Domenico – ma era una paura legata solo al l’incertezza del se, come e quando la situazione sarebbe potuta precipitare. Perché di questo mostro si sa ancora così poco e quindi ogni minuto della fase acuta, sei lì che ti fai domande su come finirà quel momento”.

Per fortuna le crisi respiratorie hanno ceduto alle cure che gli hanno somministrato in reparto “dove ho incontrato medici e infermieri straordinari. E lo sono sotto l’aspetto umano e professionale”. Ma “ho riscontrato altrettanta umanità e professionalità nell’ala Covid del Cardarelli dove sono arrivato il 27 marzo in ambulanza dopo una notte insonne tra febbre fino a 39.9 e una continua sensazione di soffocamento. Ecco, questa è la sensazione più brutta, quella che ti provoca inevitabilmente il terrore di non farcela: il non respirare, è come se tu volessi aprire una finestra perché hai bisogno di ossigeno ma sei bloccato e non puoi farlo. Terribile”.

Domenico, ricapitoliamo un po’ di cose. Intanto un’idea di come hai beccato il virus te la sei fatta?

“No. E ancora oggi non so dirlo. Le persone che in quei giorni precedenti la mia febbre hanno avuto un minimo contatto con me – seppure con il distanziamento sociale che abbiamo sempre rispettato – sono risultate negative. Al lavoro? Non credo. È stata utilizzata la massima cautela da chiunque e né ho avuto contatti ravvicinati con il dirigente del mio ufficio che è risultato positivo. Per il resto sono stato sempre attento e scrupoloso: ho sempre indossato mascherina, guanti e ho sempre mantenuto non uno ma anche due metri di distanza dalle persone. Finanche con mia figlia che non abbraccio da almeno due mesi. E grazie al Cielo sia lei che mia moglie sono risultate  negative”.

Anche questo non ti spieghi?

“Questo un po’ sì.  Perché sono molto cauto e scrupoloso di indole, quando mi sono cominciato a sentire strano, stanco, come se fossi febbricitante; beh da quello stesso giorno ho detto a mia moglie che in attesa di sentirmi meglio avrei vissuto in un’ala separata della nostra casa, dove fra l’altro oggi faccio anche la mia convalescenza”.

Avevi già il sospetto?

“Quello che non è mancato in questo periodo è l’informazione e quindi sì, sentivo che qualcosa non andava. Infatti, poco dopo, è iniziata la febbre. Ma con la sola temperatura alta, non ti sottopongono al tampone né ti ricoverano. La notte di giovedì 26 marzo però, le crisi respiratorie mi hanno allarmato e quindi la mattina ho chiamato il mio medico di famiglia che ha allertato il 118. Sono arrivato in ospedale con una saturazione bassa e dunque da lì c’è stato il ricovero e relativo tampone che mi ha detto che questo dannato era capitato sulla mia strada”.

E in ospedale, come hai vissuto l’isolamento?

“Apprezzando il lavoro di tutto il personale sanitario. C’è totale dedizione nel lavoro che stanno compiendo, c’è attaccamento al camice che indossano e grande competenza in ognuno di loro: medici e infermieri. Sono professioni che non si possono fare per contratto ma soltanto per vocazione e al Cardarelli questo non manca. Basta osservarli quando si vestono per entrare nelle stanze isolate per verificare continuamente le tue condizioni. Lavorano con quelle tute addosso che danno l’impressione di essere saune portatili. Eppure non ho mai sentito una lamentela né ho mai percepito un segnale di seccatura. Anzi, quando a causa del mio setto nasale deviato una notte ho avuto un’epitassi importante, sono rimasti tutti attorno a me per ore. Fino a quando non hanno risolto il problema. Ho vissuto l’isolamento osservando e consolidando l’impressione che nel nostro ospedale la situazione sia ampiamente sotto controllo”.

Quando ti hanno comunicato le dimissioni come hai reagito e soprattutto quando tua moglie e tua figlia ti hanno visto tornare a casa, come hanno reagito loro?

“Mia moglie? Si è preoccupata di organizzare i lavori per l’isolamento del pianerottolo dove vivrò la convalescenza” ride e ci fa ridere Domenico Boccia a dimostrare che finalmente il buon umore domina sulla sensazione di paura respirata nei giorni scorsi. Poi riprende: “Casa tua è sempre casa tua e se la vivi sapendo di stare bene o di essere sfuggito ad un pericolo, la apprezzi ancora di più. In famiglia siamo abituati a sdrammatizzare a prescindere, dunque il mio ritorno a casa a bordo dell’ambulanza, tutto badato, diciamo che ci ha fatto ridere di gioia”.

Cosa senti di dire a chi finora non ha ancora incontrato il Covid 19?

“State attenti. Mascherine, guanti ma soprattutto distanziamento sociale. Anche due metri lontani e non uno soltanto. Lavate continuamente le mani non sottovalutate l’igiene e la profilassi”.

Dal 4 maggio si riparte: saranno allentate le misure. Che ne pensi?

“Ecco questo sì che mi fa paura. Credo sia presto. Chi non ha vissuto l’incubo non sa che significa. Questo mostro nessuno lo conosce davvero e finché sarà così non possiamo prestargli il fianco con la negligenza o la fretta. Io dico, ci vuole cautela. Cautela e prudenza”.

Allora, solo anche a casa?

“Sì. Per ora sì. Almeno finché non mi negativizzo. Quindi ‘isolamento domiciliare’ fino al giorno in cui il tampone di verifica mi dirà che sono ufficialmente guarito”.

Allora, in bocca al lupo.

“Evviva il lupo”