Il covid visto da un operatore 118: “Non posso più abbracciare mia figlia. Paura? Serve anche quella”

Il racconto di Rino Bavota, infermiere della postazione 118 di Castelmauro. “Paura? È normale averne, ma ci fa essere razionali. Oggi vedo tanta solidarietà”

Sono la prima linea, coloro che battaglia sul campo la vivono tutti i giorni, a stretto contatto con la malattia e coi rischi che comporta il coronavirus. Sono medici, infermieri, operatori socio sanitari. Rino Bavota, 52 anni, infermiere larinese trapiantato a Termoli, è uno di loro. Svolge questa professione dal 1994, con varie esperienze nel Nord Italia fra Lombardia, Emilia, Trentino. Dal 2000 è tornato in Molise, prima all’ospedale San Timoteo, ora al 118 di Castelmauro.

 

Le immagini di tanti suoi colleghi sono ogni giorno in tv e su Internet. Ma come state vivendo voi questo periodo?

“Sicuramente oggi come oggi apprezzi le cose che ti potevano sembrare futili, quello che la vita ti offre, lo prendi come un dono, ogni episodio lo accetti come un dono”.

Com’è cambiato il vostro lavoro?

“Spesso non si considera che oltre al coronavirus ci sono ancora le emergenze di sempre. Interveniamo per politraumi, ictus, arresto cardiaco. Oltre a tutto questo c’è il covid”.

Come vi preparate per gli interventi?
“Grazie all’intervista che la nostra collega del 118 fa al telefono, sappiamo prima che tipo di intervento stiamo per fare e quindi se ci aspetta un potenziale contagiato. Quindi adottiamo tutte le misure necessarie: dalla tuta al casco, gli occhiali, la visiera. Poi c’è anche la svestizione, che bisogna fare seguendo un preciso schema e prestando massima attenzione”.

Avete tutto l’equipaggiamento adatto?

“Sì, devo dire anche grazie a delle donazioni, come quella di un imprenditore di Larino che ha realizzato gratuitamente per noi dei caschi con visiera”.

Imprenditore dona caschi con visiera anti covid-19 a operatori 118: “Grande gesto”

Avete paura?

“Sì, anche se la paura non dovrebbe far parte del nostro bagaglio professionale. Però è chiaro che temiamo di rimanere contagiati come è successo a tanti di noi in Italia. Però la paura ha un aspetto positivo”.

Quale?

“Ti fa essere più razionale e attento. Detto questo, la priorità ce l’ha il paziente. Quando interveniamo, dobbiamo sapere come porci e rassicurarlo. Bisogna far capire al paziente che quel vestiario è per proteggerlo. Dico questo anche perché troppo spesso la nostra categoria è bistrattata”.

A cosa si riferisce?

“A volte veniamo accusati di arrivare tardi o di non fare il necessario. In quel caso dobbiamo essere bravi a parlare poco e agire. Molto spesso la gente non sa cosa c’è dietro, che turni facciamo e con quale personale. Certo non tutti siamo angeli, come in ogni professione”.

Trova che il covid-19 abbia cambiato un po’ l’approccio verso il personale sanitario?

“Oggi mi dà fastidio sentire che ci chiamano eroi. Noi ci siamo adesso, ci saremo in futuro e c’eravamo anche prima. La nostra medaglia è la nostra divisa. È bello però quando la gente ci ringrazia e ci abbraccia. Fuori dal lavoro invece ammetto di aver vissuto qualche episodio spiacevole”.

In che modo?

“Esco pochissimo, giusto per le necessità. Ma quando qualcuno che conosco mi vede, mi evita o mi dice apertamente di stare lontano perché non si sa chi posso aver toccato facendo il mio lavoro. Questo dispiace, anche perché bisogna capire che quello che faccio, lo faccio proprio per le persone”.

In generale vede più umanità in giro o prevale l’indifferenza?

“Sicuramente c’è più umanità. Il fatto di rimanere lontano dai propri cari tocca molto le persone. Noto tanta solidarietà, ho degli amici che si sono adoperati per realizzare mascherine o visiere. Anche se ammetto che c’è ancora qualcuno che prende il virus sottogamba, come è successo un po’ a tutti all’inizio”.

Vede ancora comportamenti sbagliati?

“Sì, mi è capitato di incontrare di recente una donna con un bambino su un’altalena. Le ho gentilmente fatto notare che era rischioso e lei mi ha risposto che era vicino casa. Quando le ho spiegato il lavoro che faccio ha cambiato idea”

E lei come vive il rapporto coi suoi cari in questo periodo?

“Non abbraccio più mia figlia che ha 15 anni. Non viviamo insieme perché sono un papà separato, ma vado sempre a incontrarla. Però a distanza. Forse è lei ad avere più apprensione di me. Mi chiama spesso, mi chiede se ho avuto contatti coi pazienti. Io le rispondo che per forza devo toccarli. Ma che prendo tutte le precauzioni”.

Si sente di dare un consiglio alle persone?

“Questo è un virus subdolo, può colpire tutti e non solo gli anziani come si pensava all’inizio. Bisogna uscire solo per lo stretto necessario, evitare qualsiasi possibilità di contagio. Io ad esempio non uso più l’ascensore. Bisogna uscire con mascherina e guanti e buttarli dopo averli usati, nonché lavarsi le mani quando li si toglie per eliminare ogni rischio”.

Voi intanto continuate la vostra battaglia in prima linea.

“Siamo consapevoli di essere in prima linea e non ci tireremo mai indietro. Questo vale per noi del 118 e mi piace salutare anche i colleghi del Pronto soccorso e di Medicina d’urgenza che in questo periodo sono tra quelli che ci mettono cuore e amore nel proprio lavoro”.