Governo e Regioni allo scontro, Toma: “Insopportabile un altro mese di chiusura”. Quarantena per chi torna dal Nord

Le divergenze fra Governo e Regioni si acuiscono e i presidenti di centrodestra scrivono a Conte: "State aumentando la diseguaglianza, bisogna ascoltare le attività produttive". Il numero uno della Giunta regionale molisana: "Se i numeri si conservano bassi a metà maggio chiederò di anticipare le aperture"

Nelle scorse ore il presidente della Regione Molise Donato Toma ha annunciato, intervenendo alla trasmissione ‘Tra poco in edicola’ di Radio1, l’intenzione di emanare oggi una ordinanza per far sì che le persone di rientro dalle regioni del Nord a partire da lunedì 4 maggio debbano osservare un periodo di quarantena obbligatoria di 14 giorni.

Si tratta di uno dei provvedimenti più attesi per la cosiddetta Fase 2 dell’emergenza epidemiologica da covid-19. Ma c’è dell’altro sul fronte delle attività lavorative. In una lunga lettera i governatori di centro-destra hanno chiesto al Governo aperture scaglionate nelle varie regioni a seconda del livello di emergenza epidemiologica.

Sempre via radio, anche Toma ha detto di voler anticipare le aperture che il Governo ha previsto per il prossimo 1 giugno. “Intendo emanare l’ordinanza per la quarantena perché non possiamo rischiare che aumentino i numeri. Se siamo bravi e riusciamo ad arrivare a metà mese con numeri ancora più bassi di quelli attuali – ha affermato Toma -, chiederò al Governo la riapertura di parrucchieri, barbieri, artigiani e ristoranti in anticipo rispetto all’1 giugno che è la data immaginata. Con dei numeri così bassi non possiamo sopportare un altro mese di chiusura“.

Donato Toma

Per altro Toma non è solo nella richiesta. Le Regioni governate dal centrodestra hanno scritto infatti una lettera al Governo chiedendo maggiori poteri nella Fase 2 che si traducano, in definitiva, nella possibilità di decidere le riaperture sulla base del proprio quadro epidemiologico. Non è un Nord vs Sud, perché a firmare il documento sono i Governatori del centrodestra, dal Molise alla Lombardia, dal Veneto all’Umbria, dalla Basilicata alla Liguria solo per citarne alcuni. In tutto sono 13 tra Regioni a statuto ordinario e speciale nonché Province Autonome (Trento).

La richiesta è frutto di una premessa importante, già sollevata peraltro dal Presidente della Corte Costituzionale, che suona all’incirca così. La Fase 1 dell’emergenza Covid-19 ha visto un accentramento dei poteri normativi in capo al Governo. Tale accentramento è stato comunque responsabilmente accettato dalle Regioni a causa dell’assoluta emergenza e del principio di leale collaborazione tra livelli di governo, ma il protrarsi, anche nell’attuale fase di superamento della stretta emergenza, di risposte eccezionali, date rigidamente con atti del Presidente del Consiglio dei Ministri sprovvisti di forza di legge, potrebbe portare alla luce criticità anche notevoli circa la tenuta di un impianto giuridico basato su atti amministrativi che, in quanto tali, sono sì successivamente sindacabili innanzi al giudice amministrativo e, per ciò che concerne le Regioni, anche presso la Corte Costituzionale, ma che sfuggono al controllo preventivo da parte del potere pubblico e costituzionale.

Insomma, ora che la Fase 2 è prossima, e che ci sarà una progressiva diminuzione dell’emergenza, le Regioni in questione ritengono “essenziale che si ritorni progressivamente ad un più pieno rispetto dell’assetto costituzionale e del riparto di competenze tra lo Stato e le Regioni, sempre in applicazione dei principi di sussidiarietà e leale collaborazione. È necessario giungere progressivamente ad una ‘normalizzazione dell’emergenza’, che consenta un ritorno agli equilibri democratici previsti dalla Costituzione. E che porti, da un lato, a svolgere quanto prima le elezioni nelle Regioni a fine consiliatura e, dall’altro, a riconsegnare alle Regioni le competenze provvisoriamente avocate al livello centrale”.

Ogni territorio, precisano, ha le proprie specificità, sia da un punto di vista strutturale, sia da un punto di vista epidemiologico. Non tutte le regioni, a voler semplificare, hanno gli stessi numeri per quanto riguarda i contagi, e non si ravvede il perché di misure uniformi su tutto il territorio nazionale.
“Essendoci dunque situazioni di oggettiva disomogeneità di condizioni sul territorio nazionale, è necessario che si possano dare regolamentazioni differenziate. Si deve perciò passare dalla logica dell’uniformità alla logica dell’uguaglianza. Diversamente, trattando in modo uniforme situazioni diverse, si giungerebbe al paradosso di aumentare le disuguaglianze, con una lesione della logica dei livelli essenziali da garantire su tutto il territorio del principio di valorizzazione delle autonomie e, soprattutto, del principio di uguaglianza sostanziale tra i cittadini italiani”.

Fase 2: sei d'accordo con chi vorrebbe riaprire prima oppure appoggi la scelta del Governo?

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Tutto questo porta a ribadire che le aperture riferite al mondo produttivo vanno scaglionate su base territoriale. Anche perché “con il protrarsi delle chiusure delle attività produttive e di quelle del terziario, come il commercio, il turismo, i servizi, i trasporti e le professioni, e con la prospettiva che questa situazione si prolunghi nel tempo, il quadro economico è destinato a peggiorare drasticamente e i consumi rischiano un crollo generalizzato”.

Quindi si chiede al Governo di recepire da subito queste istanze e quelle delle diverse categorie produttive, “in quanto prolungare il lockdown significa continuare a non produrre, perdere clienti e relazioni internazionali e non fatturare, con l’effetto che molte imprese finiranno per non essere in grado di pagare gli stipendi del prossimo mese”.

Alla salvaguardia della salute – per i Governatori – va necessariamente associata anche la salvaguardia economica: “È chiaro che la salute è il primo e imprescindibile obiettivo, ma non può essere l’unico. Del resto il bene della vita ‘salute’ è caratterizzato da una molteplicità di profili: innanzitutto, fisico e psicologico ed è evidente che quest’ultimo è gravemente compromesso dalla perdita del lavoro e dai debiti”.

Questo “per evitare che la gravissima crisi economica in atto diventi irreversibile, con le catastrofiche conseguenze sociali correlate”.
Dunque misure meno stringenti laddove la situazione epidemiologica risulti migliorata e i modelli previsionali di contagio in sostenuta decrescita, e la possibilità di applicare nei loro territori regole meno stringenti di quelle previste a livello nazionale.

Calibrare le aperture delle varie attività produttive, questo chiedono molte Regioni. “È fondamentale, per quanto riguarda le attività produttive, industriali e commerciali, mutare radicalmente la prospettiva, superando la logica della disciplina in base all’enumerazione delle attività consentite in base, ad esempio, ai codici Ateco, per giungere alla possibilità di definire le aperture in base alla capacità effettiva di rispettare e far rispettare le misure di sanità pubblica atte a evitare il diffondersi del virus”.