Essere un corriere in tempi di pandemia: “Rischiamo ogni giorno, le politiche dell’e-commerce hanno peggiorato la situazione”

Nessuna sosta, nessun tipo di “smart working”: oltre a medici ed infermieri, oltre agli operatori del settore alimentare e del farmaceutico, un’altra categoria professionale ha continuato a “marciare” in queste difficili settimane, segnate dagli sviluppi pandemici del Covid-19. I corrieri, infatti, proseguono regolarmente le proprie traiettorie giornaliere, garantendo alle attività ancora aperte i giusti rifornimenti e al Paese intero la continuità commerciale dei beni di prima necessità. Ma dubbi e timori del momento si palesano anche in questo comparto: a raccontarceli é proprio un operatore molisano.

L’avvento della pandemia legata al Coronavirus ha generato una scia di drammaticità e sofferenze inenarrabile: un leitmotiv funesto, per altro foriero di ansie, timori e perplessità con cui saremo destinati – nostro malgrado – a convivere probabilmente a lungo. Ma c’è di più. Perché il Covid-19 ha anche avuto il triste merito di modificare profondamente le nostre dinamiche relazionali, la nostra gestione del quotidiano, il nostro lavoro, obbligandoci a celare baci e sorrisi dietro una mascherina, a “tastare” la pelle del mondo con le mani imprigionate dal lattice. Un tormento.

Ma c’è chi – pur nell’era dei divieti, dell’isolamento e delle quarantene – non ha potuto fermarsi. C’è chi non ha avuto l’opportunità di usufruire del gettonatissimo “smart working”, né tantomeno di conoscere sospensioni o rallentamenti della propria attività professionale. E non parliamo, stavolta, del preziosissimo e mai troppo celebrato esercito di medici e infermieri, né degli addetti ai comparti dell’alimentare e del farmaceutico. Ad essere infatti sulla strada ogni giorno, in un momento così straordinariamente delicato, sono anche i corrieri.

Chilometri d’asfalto ‘macinati’ come sempre, anche in un contesto di crisi e preoccupazione estreme, lasciando alle spalle l’ultimo civico visitato, l’ultimo citofono, l’ultimo volto incrociato, l’ultima consegna effettuata. Prima di risalire sul furgone, direzione casa. Con un occhio al crocifisso “arrocato” sul retrovisore e una speranza nel cuore: quella di averla scampata ancora una volta, di rientrare ad abbracciare i propri figli, i propri cari, senza rappresentare per loro un potenziale rischio di contagio. Perché quello del corriere, si sa, è un mestiere che contempla inevitabilmente un contatto diretto con il pubblico e spesso è difficile rispettare le “giuste” distanze, evitando ogni eventuale ed ipotetica minaccia.

Per capirne di più, siamo andati nel cuore della questione. Abbiamo cioè ascoltato la  testimonianza di un giovane molisano, operatore del settore.

Il Coronavirus sta cambiando le nostre abitudini. In questi giorni così complessi che atmosfera hai notato in città e nel contesto regionale, più in generale?

“In città c’è stata e c’è tuttora un’atmosfera di paura. Eppure, non possiamo non ricordare come le prime fasi di questo ‘isolamento forzato’ e soprattutto quelle immediatamente precedenti siano state caratterizzate da una certa incoscienza, anche nel capoluogo: gente in giro, spesso senza dispositivi di protezione e, prima del decreto governativo di marzo, pochissimo rispetto di quelli che allora non erano degli obblighi, ma comunque dei preziosi consigli di prevenzione per la salute pubblica. A distanza di diverse settimane, invece, la pandemia ha modificato – e a tratti stravolto – le nostre abitudini relazionali: quando ad esempio ci  troviamo ad effettuare consegne a clienti privati o presso quei pochi negozi che possono seguire ancora il regime di apertura, anche noi notiamo molta più freddezza, molta più distanza emotiva. Il timore del contagio c’è. E si sente”

In un simile contesto di restrizioni ed emergenza, in che condizioni si trovano a lavorare i corrieri e quali sono le sensazioni che accompagnano questo momento?

“Nel nostro ambiente lavorativo la preoccupazione chiaramente si percepisce, seppure i numeri in Molise non siano quelli di altre regioni, letteralmente massacrate dalla propagazione del virus. Inizialmente – racconta il giovane corriere a Primonumero – la situazione ci sembrava abbastanza sostenibile, nonostante le ovvie difficoltà, perché i casi di contagi erano limitati e circoscritti a centri ben definiti. Poi, con l’ormai celebre ‘esodo’ dal nord del Paese, proprio in prossimità dell’uscita del primo decreto e delle annesse restrizioni, tutto è cambiato. Da quel momento il senso del pericolo si è acuito in maniera nitida, anche per noi corrieri”.

A prescindere dagli strumenti di protezione individuali (mascherine e guanti), vi sentite tutelati abbastanza o avreste preferito il completo “stop” del vostro settore? 

“In certi casi i guanti, le mascherine e il gel disinfettante non possono bastare a rappresentare una tutela sufficiente. Tutti noi avremmo desiderato maggiori garanzie: le stesse concesse ad altre categorie lavorative e ad altri comparti produttivi; nulla di più. Sarebbe stato opportuno, ad esempio, uno stop all’e-commerce e alla logistica leggera. Avremmo magari potuto continuare a trasportare e recapitare esclusivamente prodotti alimentari e farmaceutici, ma non è stato così. Il nostro è un mestiere caratterizzato da un contatto diretto e ravvicinato con il cliente, soprattutto durante le operazioni di consegna: il fatto che negli ultimi tempi ci sia stato concesso di non usare, al momento del recapito, il palmare per la firma digitale non costituisce un ‘salvavita’. Molti di noi hanno famiglia e bimbi piccoli a casa e ci troviamo per questo a convivere con il timore di rappresentare, nostro malgrado, una fonte di rischio per le persone che amiamo. E tutto ciò è una sorta di peso sul cuore, qualcosa che ci affligge ogni volta che saliamo sul furgone”.

In questo periodo molte società di vendita, siti di e-commerce e negozi online stanno attuando politiche di saldo, spesso applicando il regime di spedizione gratuita. È, questo, un fattore capace di incentivare i consumi o state notando, al contrario, minore richiesta da parte dei clienti? In altre parole: la gente vi è sembrata più disposta – magari anche solo per solidarietà nei vostri confronti – a rinunciare al superfluo?

“Le politiche di saldo, di spedizione gratuita e gli altri incentivi all’acquisto effettuate in queste settimane da moltissimi portali di vendita online non hanno fatto altro che aggravare la nostra condizione: queste ‘trovate’ commerciali ci costringono infatti a stare ancor di più tra la gente, a contatto diretto con molte più persone. Bisognerebbe pensare, prima di darsi allo shopping sfrenato via web, che questo momento storico ci chiama a un maggiore senso di responsabilità, a una solidarietà più forte. Dietro ogni consegna – ‘impartita’ dalla tastiera di un pc o di uno smartphone, magari dal comodo divano di casa e dal confort della propria stanza – c’è infatti una lunga filiera di lavoro e di lavoratori, quotidianamente in prima linea anche in frangenti così delicati e, dunque, quotidianamente impegnati a difendersi anche dal rischio di contrarre il Covid-19. Ecco, forse proprio l’acquisizione di questa consapevolezza da parte delle persone rappresenterebbe per noi la più grande ‘tutela’”.