Una quarantena da termolese fuorisede a Bologna. “Quanto vorrei poter vedere il mare”

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Vi proponiamo il racconto di Valerio Alessio Pecorella Di Giovanni, giovane termolese studente e residente a Bologna, che getta una luce diversa sulla città molisana.

A proposito di città invisibili

Sono scappato appena terminate le scuole superiori, sentivo che Termoli non avrebbe mai aperto strade per i miei desideri; come avrebbe potuto una cittadina quasi priva di fermento artistico e culturale rendermi felice?  Mi trasferii a Bologna e  venni travolto  dal fiume di cultura e passione di Via Zamboni, cuore della zona universitaria. Improvvisamente mi ritrovai circondato da amici appartenenti a nazionalità diverse dalla mia, con usi e costumi che a volte mi sembravano bizzarri, ma vissuti in una felice mescolanza.

Mi iscrissi alla Facoltà di Lettere e mi immersi nello studio umanistico. Dentro me continuavo a pensare che Termoli non avrebbe mai potuto offrirmi tutto questo. Il primo anno non tornai neanche per Natale ignorando le richieste della mia famiglia, tanto era il disprezzo che provavo verso quel paesino di una regione misconosciuta. Ogni volta che qualcuno mi chiedeva la mia  provenienza, veniva sempre intonata la stessa ironica risposta: “Ma il Molise esiste?”.

Però Termoli un po’ alla volta comincia a mancarmi, la voglia di scendere di tanto in tanto comincia ad affacciarsi appena esaurito l’entusiasmo iniziale che la vita universitaria  (in particolare quella di  Bologna) concedono. E allora tornai per l’estate, al termine del mio primo anno accademico. La prima settimana fu piacevole: tra le braccia di mia madre, dei miei cari e la cameretta rimasta immacolata dal giorno della mia partenza. La seconda settimana l’ angoscia cominciò a salire, dove sono i circoli letterari? dove sono le persone che trasudano voglia di conoscenza? Feci le valigie e me ne andai a casa di un mio collega universitario in un paesino disabitato nel Salento: tornai a respirare. Avevo con me la mia fedele chitarra e alcuni amici di Bologna mi raggiunsero.

Tornai a Bologna a metà Agosto: la città era deserta e l’asfalto rovente, eppure la preferivo a Termoli. Mi chiedevo come fosse possibile che molti dei miei coetanei potessero tranquillamente rimanerci per tutta l’ estate… solitamente rispondevano “Eh ma c’è il mare”. Una risposta che non faceva altro che innervosirmi ulteriormente. I miei ritorni a Termoli furono sempre più veloci, un paio di giorni a Natale, una settimana d’estate e via, il mio dovere di figlio l’avevo fatto. Nell’estate del quarto anno dovetti passare un mese intero giù, Bologna era invivibile: la temperatura  arrivava a 42 gradi, l’asfalto sembrava lava e le fitte vie centrali di Bologna non lasciano trapelare neanche un filo d’aria.

Venni a conoscenza della Città Invisibile, un’associazione di volontari che forniva ogni giorno alcuni servizi indispensabili per i senzatetto e gli immigrati. Il clima da loro creato all’interno dell’associazione era sereno e piacevole. Tutti volontari, animati dal desiderio di  aiutare, molti di loro hanno studiato fuori: Bologna, Milano, Roma, altri sono sempre stati residenti a Termoli. La bontà  che emana quel posto e la partecipazione attiva dei cittadini termolesi che spontaneamente rispondono alle richieste di aiuto con alimenti e vestiario hanno cominciato a generare in me una visione differente di Termoli.

Esiste una parte di popolazione che in realtà è molto attiva nel sociale e nell’ambito culturale. Sempre alla Città Invisibile durante l’estate vengono organizzati molti “eventi” e presentazione di libri. Cominciai ad andarci ogni giorno, a portare anche da mangiare ai senzatetto in stazione. Appresi che hanno delle storie di vita incredibili, ciascuna di esse potrebbe essere la trama di un film. I pugni che la vita ha tirato loro, sono pugni che la maggior parte di noi non ha ricevuto. Quelli che ogni giorno vedevo dormire alla stazione o sdraiati nelle varie piazzette con indifferenza, erano diventate persone che rispettavo e comprendevo. Imparai da loro ad apprezzare ogni piccola cosa, poichè come le loro storie insegnano niente è scontato. Il mare che avevo sempre disprezzato e sottovalutato, cominciò a divenire piacevole e rilassante; il paesaggio che vedevo dalla mia cameretta di bambino diventò un dipinto col mare sullo sfondo.

L’ultimo giorno alla città  invisibile fu intenso, salutai i volontari e i senzatetto e partii per Bologna. Il mio appartamento privo di qualsiasi forma di ventilazione (da buon studente che si rispetti) era invivibile, appena uscito dalla doccia ero già  sudato. La sera mi affacciavo dal balcone di casa e c’erano solo distese infinite di palazzi, una visione claustrofobica. Cavoli… se a Bologna ci fosse il mare! Ma la vita universitaria riprende e non si ha più troppo tempo per la contemplazione.

All’improvviso la quarantena, blindato in casa. Mai pensavo potesse succedere, non sono più un uomo libero; certo è per una buona causa, ma la mancanza di libertà individuale è dura da gestire. Ripenso ai miei amici senzatetto, all’importanza delle piccole cose non sempre scontate, come la libertà di uscire di casa. Ma se è passata la peste del 1347, passerà anche questa. Rifletto che forse dovrei scendere giù, leggo i giornali dove si parla di un esodo umano verso sud, tutti scappano, portando con sè il virus. Penso a mia nonna e a tutte le persone che potrei contagiare se mai fossi uno dei famosi asintomatici…         

Decido di rimanere a Bologna. La prima settimana l’ho trascorsa suonando la chitarra dal balcone e cercando di far cantare alle finestre i miei vicini, poi la volontà di cantare inni e canzoni termina assieme alla prima settimana di quarantena. Si legge, si suona, si seguono lezioni online e si fanno chiacchiere morte con i coinquilini. E’ dura, inutile negarlo. Mi affaccio dal balcone e penso “quanto vorrei poter vedere il mare dalla finestra di camera mia!”.

 

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