La trincea del Cardarelli: si lavora 12 ore a turno, senza fermarsi, con la paura e l’esigenza di sperare

Così come accade altrove, anche lungo le corsie dell’ospedale di Campobasso, medici, infermieri, Oss, operano in prima linea per far fronte all'emergenza Covid ma anche per garantire le misure ordinarie di chi ha bisogno di altre cure. Il racconto di chi adesso spera che arrivi presto “un po’ di luce”

Il tragitto che dalla hall del Cardarelli percorriamo per arrivare davanti al reparto di malattie infettive – sicuri che non avremo mai accesso ma curiosi di capire non tanto l’entità del fenomeno (perché quella la raccontano i numeri almeno tre volte al giorno) quanto la mole di lavoro del personale di questo ospedale – è un tragitto segnato da un silenzio che paradossalmente stordisce. Perché in tempi recentissimi, questa manciata di metri che percorriamo oggi, si distingueva per l’andirivieni rumoroso e continuo di pazienti, familiari, personale al lavoro. Ora è tutto fermo. Anche qui.

Seguiamo le indicazioni che ci portano davanti alla porta in vetro satinato di Malattie infettive. E’ chiusa. Invalicabile. Ma al di là della vetrata si notano le sagome bianche (di infermieri e medici) che percorrono continuamente il corridoio del reparto.

Si muovono velocemente, a volte con i carrelli, altre volte anche in due o tre persone. I passi veloci, il ritmo incalzante di quelle corse, dà la sensazione che in questo angolo di Cardarelli c’è un’instancabile lotta contro il tempo.

Quando la porta del reparto si apre, e noi ci proteggiamo in un angolo del disimpegno che conduce a Psichiatria, avvertiamo tutta la preoccupazione e l’abnegazione dei medici che probabilmente devono intubare un paziente.

Tra di loro rapide occhiate che definiscono il protocollo immediato da attivare. Parlano poco e si capiscono con lo sguardo. Tutti. Non c’è tempo per nulla.  Servono condotte pertinenti, accorte, che solo medici e infermieri specializzati possono eseguire. E lo fanno anche qui, all’ospedale Cardarelli di Campobasso come altrove.

Anche qui, dietro quelle mascherine che coprono i volti lasciando soltanto gli occhi spalancati su questo mondo di angoscia e inquietudine, si percepisce la paura di mamme e padri. Mogli e mariti che indossano assieme al camice bianco il senso di dedizione e sacrificio per una professione che “è una missione. La nostra missione”. Commenta una dottoressa che però la sua angoscia, poi, preferisce chiuderla in gola assieme alle lacrime.

Non hanno la possibilità di parlare. Non possono farlo. Eppure potrebbero raccontare tanto. Ancor più dei numeri, nessuno meglio di loro potrebbe descrivere la paura di chi “respira” il contagio direttamente o indirettamente.

C’è una giovane operatrice che incrociamo all’uscita del Cardarelli dopo un turno lungo dodici ore che ammette, strappandoci la promessa di rivelare mai il suo nome, che: “Qui arrivano i pazienti più gravi di tutta la regione. Ma il passaggio più delicato ovviamente è quello in terapia intensiva. Lo è professionalmente e umanamente. Finché sei in reparto speri sempre di poter gestire la situazione, quando invece i polmoni crollano e un paziente ha bisogno di essere aiutato in una delle azioni più naturali sin dalla nascita,  allora è chiaro che anche tu, operatore sanitario, subìsci il colpo. I medici stanno usando ogni arma che hanno a disposizione e ce la mettono tutta per tirare fuori dal tunnel tutti i pazienti ricoverati”.

Anche lei è mamma di due ragazzi di 15 e 18 anni “torno a casa ma dormo al piano inferiore  dove avevamo una tavernetta con servizi che ora abbiamo trasformato in ‘rifugio’ per me. Saluto i miei ragazzi dal balcone, li raccomando soltanto guardandoli negli occhi. Loro sono grandi e capiscono che per quanta accortezza io possa utilizzare, è ovvio che un operatore sanitario sia più a rischio di altri. Capiscono eccome. Sono io che a volte crollo davanti al fatto di non poter tornare a casa e abbracciarli, ridere e scherzare con loro. Cucinare per loro. Mi mancano. Ho paura, e mi mancano. Questo virus ha fatto in crescere in fretta i nostri ragazzi e ha dato una lezione di vita a noi adulti”.

Ci sono poi anche gli operatori sanitari che affidano ad un post sui social le loro impressioni, le paure e le speranze. Come ha fatto questa infermiera di Riccia che su Fb annota: “Non sono solita esporre i miei pensieri su Facebook ma questa volta c’è qualcosa più forte di me che mi spinge a farlo. In 30 anni di servizio, non ho mai avuto paura di varcare la porta dell’ospedale, pronta ad affrontare qualsiasi situazione. Ora qualcosa è cambiato: ho paura. Ho paura di questo nemico ancora troppo sconosciuto; ho paura di non saper dare le giuste risposte ai nostri pazienti immunodepressi che, con gli occhi lucidi e la voce tremante, cercano rassicurazioni; ho paura di tornare a casa e abbracciare le mie figlie. Le mie mani e il mio naso sono segnati da guanti e mascherine giustamente troppo stretti. Il mio cuore è un concentrato di emozioni. ‘Zona rossa’, ‘zona non rossa’… hanno davvero un significato così importante questi colori? Davvero non riusciamo a capire l’entità del pericolo e autoregolarci? Non è questo il tempo delle polemiche e delle ipocrisie. È il tempo di essere razionali e finalmente uniti. Per il bene di tutti. Un abbraccio al sindaco di Riccia,  Pietro Testa e a chi sta lavorando per la nostra sicurezza”.

Anche il dottore Gianludovico Magri scrive su Fb. Ma il suo è soprattutto un appello: “Invito tutti quelli ancora scettici sulle misure di isolamento a fare questo semplice esperimento! Provate a farlo a casa o anche sul balcone! Tappatevi il naso e fate uno spruzzo di un qualsiasi profumo ad altezza del volto (e vi assicuro che la pressione generata da uno starnuto è decine di volte maggiore). Sempre con il naso chiuso allontanatevi di 3/4 metri, riaprite il naso e andate a passo lento verso il punto dove avevate fatto lo spruzzo. Potete sentire il profumo che avevate spruzzato per aria? E immaginate di andare a correre o a passeggiare in una strada dove ci sono altre persone che hanno avuto la vostra stessa idea, e malauguratamente passate dove qualche secondo prima è passato qualcuno che ha fatto un colpo di tosse o uno starnuto! Ci sono tante persone che sono contagiate e non hanno sintomi. Non voglio fare terrorismo psicologico ma stiamo affrontando un nemico estremamente subdolo ed altrettanto letale. Se non combatteremo tutti all’unisono continueremo a pagare un prezzo altissimo”.

La notizia di tanti colleghi del 118 contagiati ha scosso un po’  tutto il personale del Cardarelli. “Le ore che passiamo qui dentro non le contiamo più – dice un medico – Siamo esausti, ma continueremo a fare il possibile e il massimo. Ai cittadini, però, diciamo di aiutarci: restate a casa e rispettate le regole”.