La solitudine di chi muore con il coronavirus e l’addio senza l’ultimo sguardo

Non solo non si possono celebrare i funerali, ma non si può tenere nemmeno la veglia funebre ai tempi del Coronavirus. Don Franco D'Onofrio riscopre il rito della sepoltura perché "in qualche modo il lutto va attraversato altrimenti psicologicamente resterà per sempre una condizione sospesa"

Il Molise conta le sue due prime vittime da coronavirus. La prima: un uomo di ottantadue anni, costretto alla terapia intensiva, quindi il collasso dei polmoni, il decesso e – come se non bastasse – ancora un dolore: il funerale in solitudine. Stessa sorte toccherà alla seconda, l’anziana 84enne di Campobasso deceduta oggi nel reparto di Rianimazione del Cardarelli.

Sì, è vero, fondamentalmente davanti alla morte si è sempre soli. Ma questo fardello dal nome inquietante, Covid19, toglie non soltanto la vita, ma priva pure della carezza di chi ti ha amato e toglie la possibilità di quell’ultimo sguardo amorevole sulla salma che – seppure priva di un cuore che batte – c’è. È lì. E noi, abituati come siamo a toccare, stringere, materializzare l’amore con un gesto, un abbraccio, un bacio, una stretta di mano, questo Covid che ci priva di quella “pietas” a noi necessaria come antidoto alla morte non riusciamo proprio ad accettarlo.

I parenti dei due anziani resteranno a casa, piangeranno in quarantena. Loro sono morti sul campo. Soli. I loro corpi coperti da qualche infermiere, il letto della Rianimazione disinfettato perché bisogna prepararsi già ad un’altra eventuale emergenza. Dietro il muro che separa la stanza dal mondo esterno c’è già una famiglia stordita dal dolore.

Per loro non ci saranno messe. Le lacrime saranno costrette al cuore. Nessuna possibilità di raccontare in una preghiera profumata d’incenso chi era quel padre o quella madre, quel nonno o quella nonna, quello zio o quella zia, quell’amico o quell’amica.

Don Franco D’Onofrio, che in questo periodo per essere vicino ai suoi fedeli ha organizzato con la parrocchia di San Paolo messe social su Facebook e momenti di preghiera on-line, ammette che sì, ogni uomo è abituato ad una certa fisicità e che è giusto pure rimanga così “come è giusto ci sia un attraversamento del lutto. In questo momento non può essere fatto come prima perché piangere chi muore è sacrosanto e doveroso, ma adesso il modo è diverso”.

E prova a spiegare per rendere più comprensibile ciò che chi in questo momento affronta la perdita proprio non ce la fa a mandare giù: “La bara sarà chiusa, ma è inevitabile. Non ci potranno essere persone fisiche ma anche questo purtroppo è inevitabile. Però, io personalmente sono tornato a valorizzare il rito della sepoltura. Quindi eseguo la benedizione, lo faccio negli spazi grandi con i familiari costretti alla distanza e poi procediamo con il rito del sepolcro che per alcuni aspetti è molto più intenso e ricco di significato fisico e spirituale. È una prassi che ho adottato in questo momento per aiutare le persone ad attraversare il lutto che diversamente resterebbe sotto il profilo psicologico una situazione sospesa. Quindi senza senso. Mentre tutto ha un senso e noi, insieme, anche in questo modo, proviamo a spiegarcelo”.

I parenti non piangeranno davanti a una bara. I morti da o per Coronavirus (cambia davvero poco) anche ieri sono diventano numeri, puntini sulle curve della statistica. Durante le conferenze stampa che ragguagliano e spiegano, sono cifre nei bollettini, non hanno nomi, non hanno volto. Sono morti per Covid-19. In solitudine. Lì, in un letto della terapia intensiva, mentre il respiro si accorciava e le ultime richieste da fare rimanevano in gola. Senza che nessuno potesse ascoltarle.