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Il valore del silenzio

Terza lettera “dall’esilio” del Vescovo Gianfranco De Luca alla comunità in tempo di emergenza coronavirus e di sospensione delle attività pastorali

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    Nelle rare uscite quotidiane, percorrendo le strade della città, immediatamente, vengo avvolto e sorpreso dal SILENZIO.

    Abituato più al frastuono e, a volte, prigioniero del chiasso che in certi periodi cerca anche di rubarmi il sonno, questo impatto con il silenzio mi è risultato strano … e nello stesso tempo attraente.

    Certamente la dimensione del silenzio ci appartiene, essa non è solo mancanza di rumore, ma possibilità di comunicazione, di incontro.

    Nello stesso tempo dobbiamo riconoscerlo: il silenzio ci fa paura, anzi, dicono i sociologi che il nostro tempo è ammalato di una “fobia del silenzio”. Basta guardare noi stessi e anche i nostri giovani.

    Nei primi giorni dell’esplosione dell’epidemia si sono susseguiti flash-mob con l’invito a uscire sui balconi per cantare, maratone no-stop di artisti in canto… certo un modo piacevole per reagire al dramma nel quale ci siamo ritrovati improvvisamente, e richiamarci all’unità, ma sicuramente non la soluzione per esorcizzare il virus.

    Quella colonna di autoveicoli dell’esercito carichi di bare, quel: “ a Bergamo non cantiamo sui balconi, ma, in silenzio, contiamo i nostri morti”, mi hanno spaccato l’anima, commosso il cuore, ed è salito con un moto che si è fermato in gola, irruento il grido: SILENZIO!!!.

    Qualche tempo fa Papa Francesco constatava: “Quanto rumore nel mondo! Impariamo a stare in silenzio davanti a noi stessi e davanti a Dio.

    Quanto rumore nella nostra vita di famiglia, nelle nostre comunità di vita, nella nostra società, nella vita politica, sembra che ad aver ragione sia chi grida più forte, chi fa più rumore. La si butta in rissa per avere tifosi invece avviare, attraverso il dialogo e l’incontro, ragionamenti condivisi e processi positivi.

     

    Carissimi,

    questo tempo di esilio ci lancia un’ulteriore provocazione: ci chiama al Silenzio.

    Per essere umani, per essere veramente noi stessi: è necessario per ritrovarci, scoprire l’altro\a, e anche l’Altro che è Dio.

    Anche nella relazione coniugale e in quella genitoriale: quando due persone si vogliono veramente bene, riescono a trasmettere il loro amore anche solo guardandosi negli occhi, avvicinando i loro volti. Non parlano. Ma quella comunicazione misteriosa, fatta appunto di sguardi, genera vita, voglia di stare insieme, condivisione di un pezzo di strada.

    E’ anche vero che perché accada una vera comunicazione verbale è fondamentale il silenzio esteriore, perché il silenzio dà respiro alla parola che esce da esso e in esso si immerge, e il silenzio interiore, senza ascolto non può esserci comunicazione e ascoltare significa essere vuoti di sé, per fare spazio all’altro. In questo modo il silenzio diventa luogo della creatività, della sorpresa, dell’incontro generativo, della rivelazione dell’altro e di se stessi.

    Nello civiltà del tutto e subito, il silenzio è sinonimo di vuoto, di impasse, e perciò va riempito di cose, col frastuono, con il rumore, ma questo stordisce, anestetizza; non fa vivere, fa sopravvivere.

    Uno dei motivi dell’indurimento dei nostri cuori e delle conseguenti frustrazioni nelle quali ci dibattiamo, è la mancanza di una terapia del silenzio (fare spazio, fare vuoto di sé per accogliere), senza non c’è vera comunicazione, non c’è la comunione che è l’ambiente vitale per vivere da persone umane.

    Fare silenzio, forse è meglio dire, ascoltare il silenzio!

    Scriveva A. De Saint-Exupéry: “Lo spazio dello spirito, là dove esso può aprire le ali, è il silenzio.”

    Il silenzio non si riduce all’assenza di parole, bensì nel disporsi ad ascoltare altre voci: quella del nostro cuore, quelle che sgorgano dal cuore delle persone amate, quelle che ci rivolgono, attraverso i silenzi, le persone a noi affidate e, soprattutto, la voce dello Spirito Santo.

    E’ nel silenzio che è risuonata la Parola del Padre che ci ha chiamato all’esistenza, e ci ha messo alla luce attraverso l’atto generativo dei nostri genitori. Lì, nel silenzio, abbiamo la possibilità di ritrovare noi stessi, di entrare più profondamente in quella Parola che siamo e diventare capaci di compierla nella nostra esistenza.

    E’ nel silenzio di uno sguardo, dell’accoglienza di una parola, dell’avvertire la particolarità di un gesto, che è sgorgato, dal profondo, un moto e si è acceso l’amore per la persona amata, con la quale ora condividiamo l’esistenza, le gioie e i dolori.

    E’ nel silenzio di uno sguardo illuminato, di una parola d’amore, di una carezza, che è possibile rigenerare di giorno in giorno quell’amore che conosce gli alti e bassi della vita, la monotonia dell’abitudine, e la rassegnazione del già visto.

    Cari sposi, in questo tempo di esilio, ascoltare il silenzio per voi significa dare spazio alla comunicazione tra voi, e questo è possibile solo se ci si mette nell’atteggiamento di ascolto, di accoglienza. Lì si celebra il vostro amore e si avvera quel “io sono per te, tu sei per me”. In questo modo vi aprite alla Presenza di che vi ha creati, maschio e femmina, a Sua somiglianza.

    Ascoltare il silenzio porta ad accostarci all’altro, ogni altro, senza nessuna attesa o pretesa, senza precomprensioni e pregiudizi, ma vuoti di noi, pronti ad accogliere e a rispettare il dono che è l’altro. Accade così l’esperienza della fraternità grazie alla quale il Cielo è sulla terra e la terra è come il Cielo.

    Ascoltare il Silenzio nel raccoglimento del proprio cuore, – è questo l’invito che ci viene in questo esilio causato dal coronavirus che ci ha sottratto alle pratiche religiose, – è possibilità di fare esperienza della presenza fedele e costante di Dio in noi. “Il Padre” dice Gesù “vuole adoratori in spirito e verità”.

    Ascoltare il silenzio è sfiorare il mistero che avvolge ogni cosa. Accogliere l’amore che ogni cosa contiene e comunica, ascoltare quel “per te” che ogni cosa contiene. Ricordo un’affermazione di Ermanno Olmi: “Non si può amare un bosco, se lo si vede solo come una fabbrica di ossigeno. L’amore nasce da un rapporto diretto e c’è un solo modo per conoscere la foresta: inginocchiarsi e guardarla da vicino”.

     

    Metti il tuo orecchio contro la terra

    Interpreta i rumori.

    Quello che domina,

    sono dei bassi ingredienti agita,

    passi pesanti di amarezza e di ribellione…

    Non si sentono ancora,

    i primi passi di speranza.

    Accosta di più il tuo orecchio alla terra.

    Trattieni il fiato.

    Libera le tue antenne interiori:

    il maestro cammina lì vicino.

    È più facile che sia assente

    nelle ore felici che in quelle dure,

    dai passi malcerti e difficili … (Helder Camara)

     

    Un anziano sacerdote, persona di profonda e ricca esperienza umana, ha scritto: c’è solo un modo per conoscere Dio, per conoscere una donna, un ragazzo, una città, un prato. . .: “inginocchiarsi e guardarli da vicino”.

    E’ una esperienza possibile in questo tempo di coronavirus.

     

    Carissimi,

    entriamo nel silenzio, vero “luogo” della vita, per vivere e vivere in pienezza.

    Dio vi protegga, vi benedica, faccia risplendere su di voi il suo volto e vi dia pace.

     

    Vostro nel Signore

    + Gianfranco vescovo

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