Il tasso di mortalità del virus: la falsa percentuale del Molise e il caso di Vo’

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    Il tasso di letalità del coronavirus in Molise, aggiornato al 25 marzo 2020, è del 11%. Un tasso altissimo, che tuttavia deve essere raffrontato con il numero dei casi di positività censiti, che sono soltanto 71. Il Molise ha infatti processato finora circa 580 tamponi su una popolazione di 302mila residenti. (Ultimo dato Istat). Il cosiddetto tasso di letalità esprime la percentuale di persone malate che muoiono a causa di una malattia: se il numero dei malati rilevati è molto alto rispetto ai decessi, il tasso di letalità si riduce. Questo spiegherebbe, secondo gli epidemiologi, perché per esempio in Germania – dove sono stati segnalati quasi 30mila casi positivi  – ci siano solo 120 decessi, una delle percentuali più basse del mondo per il Covid-19.

    In Italia il tasso è al 9,5%, mentre in Cina si è assestato finora intorno al 4%. Differenze che potrebbero dipendere proprio dal numero di persone coinvolte nel monitoraggio fatto coi tamponi.

    La percentuale di decessi dell’11% in Molise è una percentuale falsa, visto che solo o 0,19 percento della popolazione è stata sottoposta a tampone. I contagiati potrebbero essere molto di più, soprattutto considerando che secondo gli studi in corso sull’andamento del virus c’è una stragrande maggioranza di cittadini asintomatica. Il caso di Vo’ Euganeo, piccolo centro in provincia di Padova, secondo focolaio del virus in Italia dopo Codogno, è emblematico da questo punto di vista, come ha spiegato il professore di immunologia clinica e medicina interna dell’università di Firenze Sergio Romagnani, in una lettera inoltrata ai vertici della sanità della Regione Toscana nella quale esprime l’importanza di effettuare tamponi a tappeto.

    Il caso di Vo’

    “E’ stato eseguito il tampone per la ricerca del Covid-19 a tutti gli abitanti del paese (circa 3000) di Vo’ ed è stato dimostrato che la grande maggioranza delle persone che si infetta, tra il 50 e il 75%, è completamente asintomatica, ma rappresenta comunque una formidabile fonte di contagio. A Vo’ infatti con l’isolamento dei soggetti infettati il numero totale dei malati è scesa da 88 a 7 (almeno 10 volte meno) nel giro di 7-10 giorni. Quello che è anche più interessante e in parte sorprendente, è stata anche la dimostrazione che l’isolamento dei contagiati (sintomatici o non sintomatici) non solo risultava capace di proteggere dal contagio altre persone, ma appariva in grado di proteggere anche dalla evoluzione grave della malattia nei soggetti contagiati perché il tasso di guarigione nei pazienti infettati, se isolati, era nel 60% dei casi pari a soli 8 giorni.
    Questi dati forniscono due informazioni importantissime:
    1) la percentuale delle persone infette, anche se asintomatiche, nella popolazione è altissima e rappresenta la maggioranza dei casi soprattutto, ma non solo, tra i giovani;
    2) l’isolamento degli asintomatici è essenziale per riuscire a controllare la diffusione del virus e la gravità della malattia. Alla luce di questi dati straordinari, è evidente che le attuali politiche di contenimento del virus devono essere riviste. Risulta infatti assolutamente fondamentale per bloccare la diffusione del virus identificare il più alto numero possibile di soggetti asintomatici che sono fonte importante della malattia e di identificarli il più precocemente possibile.

     

    L’attuale modalità nazionale di affrontare il problema della infezione da Covid-19 (fare tamponi solo alle persone sintomatiche) è l’opposto di quello dovrebbe invece essere fatto. Infatti, adesso che il virus circola ampiamente non è più così importante fare il tampone ai soggetti sintomatici. Tutti coloro che presentano febbre, tosse e sintomi respiratori dovrebbero comunque essere posti in isolamento o essere trasportati in ospedale e curati in modo appropriato alla loro sintomatologia e tutti coloro che sono stati esposti a questi soggetti dovrebbero comunque stare in isolamento.
    Quello che però sembra adesso cruciale nella battaglia contro il virus è cercare di scovare le persone asintomatiche ma comunque già infettate, le quali hanno una maggiore probabilità di contagiare visto che nessuno le teme o le isola. Questo è particolarmente vero per categorie come i medici e gli infermieri che essendo esposti al virus sviluppano frequentemente un’infezione asintomatica continuando a veicolare l’infezione tra loro e ai loro pazienti. In molte regioni infatti, sia italiane che internazionali, si sta infatti decidendo di non fare più il tampone ai medici e agli infermieri a meno che non sviluppino sintomi. Ma alla luce dei risultati dello studio di Vo’, questa decisione può essere estremamente pericolosa; gli ospedali rischiano di diventare zone ad alta prevalenza di infettati in cui nessun affetto è isolato. Il rischio di contagio per i pazienti e tra colleghi rischia di diventare altissimo ed esiste anche il rischio di creare delle comunità ad alta densità virale che sono quelle che, secondo lo studio di Vo’, favoriscono anche la gravità del decorso della malattia.
    E’ quindi assolutamente essenziale estendere i tamponi alla maggior parte della popolazione, in particolare alle categorie a rischio (cioè esposti a contatti multipli), e quindi isolare i soggetti positivi al virus ed i loro contatti, anche se asintomatici, quanto più precocemente possibile. In particolare, è assolutamente necessario fare i tamponi a tutti coloro che hanno una elevata probabilità di trasmettere il virus, specialmente se vivono in comunità chiuse e con contatti molteplici e ravvicinati.

    I costi, valutati in termini di vite salvate, di numeri molto inferiori di soggetti che richiedono i costi ed i rischi di una terapia intensiva, ed anche in termini economici, sarebbero alla fine enormemente inferiori a quelli legati alla esecuzione di un numero di tamponi molto maggiore di quello attualmente effettuato. Del resto risultati similari stanno arrivando in questi ultimi giorni dall’uso di una simile strategia nella Corea del Sud”.

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