I tamponi, la quarantena, l’isolamento. L’infettivologa: “Contenere diffusione del virus si può, ma dipende da tutti”

Intervista alla dottoressa Francesca Vignale, dirigente medico di Malattie Infettive al Policlinico Ss. Annunziata di Chieti, molisana e impegnata nell'emergenza Coronavirus

La dottoressa Francesca Vignale, dirigente medico di Malattie Infettive al Policlinico Ss. Annunziata di Chieti, è molisana ed impegnata h24 nell’epidemia da nuovo coronavirus. L’Abruzzo è in emergenza per l’elevato numero di contagi e pazienti ricoverati in ospedale. Una situazione che tocca da vicino anche il Molise, sia per i rapporti tra le due popolazioni residenti che per la solidarietà in corso fra le regioni. Solo domenica il laboratorio del Cardarelli ha processato 80 tamponi su utenti abruzzesi perché il laboratorio di Pescara è in affanno e non riesce a sviluppare tutti i test.

Dottoressa, ci spiega perché non tutti i laboratori presenti sui territori possono eseguire questi tamponi?
“Perché i laboratori devono essere validati in quanto hanno a che fare con il trattamento di materiale biologico ad alto rischio e devono garantire determinati standard di protezione. Sono standard elevati, proporzionalmente al tipo di materiale che trattano. Di conseguenza sono pochi i laboratori adibiti a questa tecnica particolare, che in gergo si definisce PCR, cioè reazione polimerasica a catena. Una definizione tecnica, mi rendo conto, che riporta ai livelli di sicurezza”.

A chi viene fatto oggi il tampone?
“Non ci sono delle direttive univoche e non esiste un criterio obbligatorio a livello nazionale. Diciamo che il protocollo è variabile e gestito autonomamente dalle singole Asl anche all’interno di una stessa regione. Noi, come pure il Molise, lo facciamo ai pazienti sintomatici che hanno una particolare storia clinica, cioè a persone che accusano sintomi compatibili con il Covid-19. Sottoponiamo a tampone anche i contatti diretti di casi accertati sempre nel momento in cui diventano sintomatici”.

Il tampone viene fatto alle persone che si trovano in quarantena?
“No, non viene fatto a tutti i contatti ma a quelli collegati a casi di positività accertata nel momento in cui anche questi utenti diventano sintomatici”.

Viene fatto a tutti gli operatori sanitari?
“Anche qui c’è una interpretazione ancora non completamente definita a livello nazionale. Non tutti gli operatori sanitari vengono sottoposti a tampone, anche se hanno avuto contatti con pazienti positivi al Covid-19. Gli operatori sanitari, anche esposti ad un contatto, se sono asintomatici non si devono mettere in quarantena qualora non sia stato fatto loro il tampone. Se invece viene fatto loro il tampone e sono negativi, continuano a lavorare”.

Che differenza c’è tra quarantena e isolamento?
“La quarantena è quella in cui per 14 giorni si devono mettere tutte le persone che hanno soggiornato in una zona a rischio, tutte quelle che vengono dal Nord e sono rientrate nelle nostre regioni, oppure chi sa di essere stato esposto a rischio”.

In cosa consiste la quarantena?
“In un isolamento totale anche rispetto ad altri familiari, nella impossibilità assoluta di uscire di casa per alcuna ragione. Oppure in un isolamento parziale laddove si è costretti a condividere lo spazio con altre persone. In questo caso la persona che è in quarantena non deve mangiare con gli altri coinquilini, deve usare se possibile servizi igienici diversi e restare in una stanza a parte”.

La quarantena vale anche per chi ha avuto contatti diretti con persone tornate dalle ex zone rosse, quelle dei focolai?
“Non c’è l’obbligo ed è affidata un po’ alla coscienza dei singoli. Ma dovrebbe valere, sarebbe molto importante in questa situazione in cui è essenziale contenere il rischio, se non vogliamo che il sistema sanitario anche delle nostre regioni, già al limite, collassi”.

Cosa si intende invece per isolamento domiciliare?
“Il regime in cui si trovano pazienti con Covid-19 che non necessitano di ospedalizzazione, quindi possono essere gestiti a casa piuttosto che nei reparti di Malattie Infettive, che cominciano a essere già in forte sofferenza”.

La sorveglianza attiva invece come funziona?
“Nel momento in cui si individua un malato di Covid-19 il servizio di Igiene, Prevenzione e Sanità Pubblica individua i suoi contatti, procede alla ricostruzione della cosiddetta catena epidemiologica. Tutti quelli che rientrano in questa catena epidemiologica dovrebbero essere contattati dal Servizio Igiene e Sanità pubblica due volte al giorno attraverso il telefono. Una persona preposta ti chiama e ti chiede come stai, ti fa misurare la temperatura, ne prende atto, ti pone domande su condizioni fisiche e sintomi”.

Perché la quarantena è di 14 giorni?
“Perché 14 giorni è stimato il tempo di incubazione della malattia. Dal momento in cui tu hai visto una persona infetta l’ultima volta devono passare 14 giorni, perché dopo questo periodo di tempo se tu stai bene vuol dire che non hai contratto il virus”.

Mediamente da quello che state riscontrando voi medici quanti giorni intercorrono prima che si manifestino i sintomi?
“In genere 3 0 4 giorni”.

Capitare che i sintomi si manifestino anche dopo 12 o 13 giorni?
“Sì, può capitare anche se è raro”.

Sempre secondo la sua esperienza di infettivologa, in questa epidemia quali sono i sintomi che voi state riscontrando più frequentemente sui pazienti affetti da Covid-19?
“La febbre principalmente. Questo è il sintomo principale, una febbre che all’inizio, per come la raccontano i pazienti, è bassa, di qualche decimo, ma tendenzialmente dopo la prima settimana comincia a essere più alta e può raggiungere anche i 39. Poi la tosse, una tosse secca e fastidiosa che non fa dormire e accompagna anche durante il giorno. E ancora naso chiuso e difficoltà respiratoria. La difficoltà respiratoria, cioè il respiro corto, la fatica a respirare, è il sintomo più frequente dichiarato nei pazienti che allertano il 118 quando stanno a casa”.

Si possono verificare casi di respiro affannoso e tosse secca in assenza totale di febbre?
“Sì, anche se è piuttosto raro”.

Sarebbe efficace secondo lei sottoporre le persone il più possibile a tamponi, in una logica di prevenzione del contagio?
“A mio avviso non cambia le cose. Fare tamponi a tappeto aumenterebbe sicuramente la identificazione dei positivi in una prospettiva di riduzione della diffusione del virus. In una valutazione del rapporto costo-beneficio, a mio avviso, al momento attuale la proposta dei tamponi a tappeto non sarebbe sostenibile”.

Inoltre ci sarebbero tempi molto lunghi per i risultati, no?
“Esatto. Sarebbe inevitabile: più aumenti la domanda più i tamponi arrivano in tempo poco utile. Discorso a parte per gli operatori sanitari che invece andrebbero sottoposti al tampone anche se asintomatici, per ridurre il rischio di farli diventare potenziali fonti di trasmissione in ambito ospedaliero/sanitario”.