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La perfezione nel prossimo

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    di don Mario Colavita

     

    “Al volgere del 2018 gli italiani sono soli, arrabbiati e diffidenti […]. Sono i dati di un cattivismo diffuso ‒ dopo e oltre il rancore ‒ che erige muri invisibili, ma non per questo meno alti e meno spessi”. Fanno riflettere queste parole del rapporto CENSIS del 2018 in cui si fotografa lo stato e la condizione degli italiani, popolo tradizionalmente aperto e disponibile, per la maggior parte di religione cattolica (circa 80%).

    Non è facile raccordare la foto-Censis con il vangelo di Matteo dove si chiede insistentemente di essere (non apparire) perfetti come Dio.

    Tutto il capitolo 5 del vangelo di Matteo è racchiuso in questa piccola frase che Gesù pronuncia: “Voi dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48).

    Tutto qui il cammino credente, l’impegno nel somigliare al Padre. Del resto tutto l’Antico testamento non  fa altro che richiamarci a Dio il tre volte santo e l’impegno ad essere come lui: “Siate santi, perché io, il Signore sono santo” (Levitico 19,2). Questo invito più che una pia esortazione morale diventa impegno alla contemplazione dell’Eterno.

    Tutto il vangelo non fa altro che portarci alla somiglianza di Dio Padre attraverso l’esempio e l’indicazione del figlio, Gesù.

    Il libro del Levitico raccomanda esplicitamente di essere santi. Essere santi non è una qualità morale, la parola qadosh in ebraico ha il significato di separato, che non si confonde con ciò che è impuro.

    Questa santità ci porta ad amare Dio, a conoscerlo, cercarlo; il credente non può fare a meno di Dio, egli è buono e grande nell’amore.

    Nell’orizzonte di Dio trova luce il prossimo; l’invito del Levitico è chiaro, poi ripreso e perfezionato da Gesù, ad amare il prossimo. Dio e prossimo sono un binomio inscindibile, amare Dio chiede anche l’amore al prossimo. Per millenni questo doppio comandamento amore a Dio e al prossimo ha retto la morale ebraico-cristiana. Però con l’avanzare della modernità si è teorizzata la morte di Dio, così quando il filosofo Nietzsche ha affermo che Dio è morto, dall’orizzonte è venuto meno anche il prossimo.

    Se Dio è morto è morto anche il prossimo. Ciò che oggi stiamo sperimentando è la morte del prossimo senza però accorgerci della morte del primo: Dio.

    Il cielo, “residenza” di Dio è diventato vuoto, questo vuoto è stato riempito dai miracoli della scienza, dell’economia e dall’individualismo.

    Gesù ci riporta con i piedi a terra e ci indica come la legge, l’insegnamento di Dio ci porta ancora una volta a Lui, alla santità e perfezione.

    Qui comprendiamo il centro di tutto il discorso di Gesù sul monte: ci chiama ad essere quello che siamo. Siete figli: siate figli. L’etica cristiana è un imperativo che deriva da un indicativo: sei figlio, sii figlio, cioè sii fratello.

    Solo chi ama come il Padre ama, è in grado di essere suo figlio, solo chi ama come il Cristo ci ha amati può essere riconosciuto come suo discepolo. Questo vuol dire che solo amando i fratelli come Cristo si è in grado di accogliere veramente in sé l’amore del Padre e quindi di glorificarlo e riamarlo in maniera degna della sua bontà.

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