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Il giorno del ricordo per le vittime delle foibe

“Per troppi, lunghi, anni gli eventi che si verificarono in Istria, Dalmazia e Venezia Giulia tra il 1943 ed il 1945 non hanno avuto cittadinanza storica nel nostro Paese. Il ricordo delle migliaia di italiani che morirono in quel periodo è stato tenuto lontano dalla memoria a causa di un furore ideologico miope e vergognoso.

Ma in un Paese che si rispetti non possono esistere “morti di serie B” e il Giorno del ricordo è una pagina che merita di essere letta per intero. Ecco perché mantenere vivo il ricordo di quei tragici eventi è un dovere morale al quale nessuno di noi può sottrarsi se si vuole davvero rispettare la memoria dei tanti che persero la vita per il semplice fatto di essere italiani.

Oggi più che mai, di fronte ad un’Unione Europea che rischia di vedere incrinarsi pericolosamente i legami di pace e solidarietà tra le nazioni, commemorare il Giorno del ricordo significa dimostrare di aver imparato dagli errori del passato e di voler proseguire, con dedizione ed impegno, sulla strada di una maggior integrazione politica ed economica tra i popoli europei affinché simili tragedie non abbiano mai più a ripetersi”.

 Aldo Patriciello, Europarlamentare

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“Nell’Italia post bellica, repubblicana, costituzionale, democratica e antifascista, temi quali la Shoah e l’Olocausto permearono e scossero in profondità le coscienze degli italiani. Ad accrescere l’orrore furono documenti, reperti fotografici e video, lo stesso processo di Norimberga, che attestarono, inequivocabilmente, le atrocità perpetrate in danno del popolo ebraico dai nazisti.

Unanime fu la chiamata in correità del regime fascista, reo di aver emanato leggi razziali e di aver proceduto all’internamento degli italiani di origine ebraica e degli antifascisti.

Questo immane e feroce genocidio fece passare sottotraccia altri avvenimenti nefasti legati al Secondo conflitto mondiale, quasi si trattasse di effetti collaterali fisiologici allo stato di guerra.

Quello che accadde dal 1943 al 1947 agli italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia è una ignominiosa pagina del passato che si è scelto di nascondere per lunghissimi anni.

I comunisti di Josip Broz, nome di battaglia “Tito”, agirono con la scure sui nostri connazionali di quei territori. Molti, fortunatamente, riuscirono a fuggire o emigrare, perdendo tutto, abbandonando familiari e affetti più cari. Altri furono barbaramente uccisi e gettati all’interno di profonde cavità naturali, le foibe, senza nemmeno la pietà per i loro resti.

Si preferì tacere per questioni di carattere internazionale, per mantenere quell’equilibrio raggiunto e siglato, con non poche difficoltà, attraverso il Trattato di Parigi del 10 febbraio 1947, data che è stata scelta, appunto, per la celebrazione del Giorno del ricordo.

Anche la politica italiana ignorò l’accaduto, soprattutto il Pci dell’epoca, cui riusciva difficile, per non dire impossibile, ammettere che certi crimini potessero provenire da parte comunista.

Finanche nei libri di storia, per molti anni, questo terribile evento è stato sottaciuto o marginalizzato.

Quella delle foibe è una tristissima vicenda nazionale per troppo tempo dimenticata e sminuita. Solo a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, infatti, è stata rimossa la cortina di silenzio che l’ha accompagnata e l’opinione pubblica l’ha sdoganata e collocata nel suo corretto contesto storico.

Con la Legge 92 del 30 marzo 2004, “La Repubblica italiana riconosce il 10 febbraio quale Giorno del ricordo al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”.

Eppure, ancora oggi, purtroppo, taluni preferiscono percorrere la strada della strumentalizzazione anziché quella dell’ammissione di una verità inoppugnabile e incontrovertibile, da riconoscere e condannare senza riserve, scusanti o attenuanti di sorta.

La politicizzazione delle tragedie, la doppia morale, le chiavi di lettura che si tendono a dare per comodità sono del tutto inopportune. Il ricordo di vittime innocenti non ha colori politici o partitici: è un fatto di giustizia, umanità e civiltà”.

Donato Toma, presidente della Regione Molise

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“Un personaggio americano del secondo novecento piuttosto controverso, Malcolm X, sosteneva che “la storia è la memoria di un popolo, e senza una memoria, l’uomo è ridotto a rango di animale inferiore”. Quella storia però, che il nostro Cicerone, riteneva dovesse essere sempre illuminata dalla “luce della verità”, per poter ben
“testimoniare il passato” e divenire, quindi, universale “maestra di vita”.

Il Consiglio regionale, la massima istituzione democratica e legislativa del Molise, si è da sempre iscritto tra coloro i quali pensano che una civiltà evoluta deve guardarsi da una storia non raccontata, o raccontata male.
Di qui l’impegno profuso nel dare il proprio contributo alla commemorazione di eventi e accadimenti che
testimoniassero la volontà di mantenere viva la memoria obbiettiva e completa di un popolo, per costruire un futuro che non ripetesse gli errori del passato.

Oggi, quindi, commemoriamo con forza e convinzione il Giorno del Ricordo per le vittime delle foibe e per gli esuli istriani, fiumani e dalmati, nella speranza di tributare loro, dopo decenni di ricerca di una storia completa e quanto più possibilmente condivisa e basata su elementi di verità oggettiva, un ricordo rispettoso e compassionevole, che al tempo stesso rifiuti culturalmente e politicamente quelle forme di odio, vendetta, risentimento che spinsero le milizie jugoslave di Tito a porre in essere azioni gravissime di persecuzione ai danni della popolazione italiana residente in quella determinata parte d’Europa nel secondo dopoguerra. Episodi che, evidentemente, si inquadravano in un più ampio contesto storico, meritevole sicuramente di ulteriore studio e approfondimento collettivo.

Sono però convinto che, come sosteneva Sant’Agostino, “qualsiasi evento storico, per quanto nefasto possa essere, posto su di una via che porta al positivo, ha sempre un significato costruttivo”. Ed è proprio quello che siamo chiamati a fare come società: trarre insegnamento da quei tragici eventi e improntare l’azione singola e collettiva al
rispetto degli altri, alla tolleranza, alla solidarietà. Tutto questo non mancando, in parallelo, di rifuggire da ogni
forma odio politico, razziale, religioso e culturale. Penso sia questo il significato costruttivo che ci hanno lasciato quelle migliaia di nostri sfortunati connazionali italiani, che furono vittime innocenti dell’odio e del risentimento politico tra popoli”.

Salvatore Micone, presidente del Consiglio regionale del Molise